2026 · Società e Terzo Settore
Sotto pressione, ma non soli
Il Rapporto 2026 sulla società toscana: nuove fragilità, conflitti crescenti e il ruolo vitale del volontariato come infrastruttura di coesione sociale.
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Sociometrica (2026). Sotto pressione, ma non soli. https://www.sociometrica.it/research/sotto-pressione-ma-non-soli
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Il presente rapporto di ricerca è stato realizzato da Sociometrica e da
FieldCare su incarico di Cesvot. Il gruppo di lavoro è stato coordinato da
Gianfranco Cataldi. Autore del testo è Antonio Preiti.
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Indice del Rapporto
Premessa — Capire la società toscana 03
Capitolo 1 - Toscana sotto pressione: paure e difficoltà a
chiedere aiuto
1.1 Il peso emotivo del quotidiano 06
1.2 Le fonti della preoccupazione 10
1.3 Redditi sotto tensione 14
1.4 Il silenzio del bisogno 17
Capitolo 2 - Una società più conflittuale: crisi della
convivenza
2.1 Tensioni su immigrazione, politica e disuguaglianze 20
2.2 Il digitale come nuovo terreno di conflitto 24
Capitolo 3 - Il volontariato come risposta
3.1 Come i toscani vedono i volontari: un apprezzamento alto 25
3.2 Chi fa volontariato e come 29
3.3 Anziani, famiglie fragili, sanità: dove servono più volontari 32
3.4 Cosa sarebbe senza il volontariato 35
3.5 Cosa chiede il volontariato alla politica 38
Capitolo 4 - Giovani, territori e opportunità
4.1 Le difficoltà specifiche dei giovani 40
4.2 Le domande maggiori: formazione e riconoscimento 45
Capitolo 5 - Felicità e benessere
5.1 Le radici della felicità: economia, salute e intimità 49
5.2 Il paradosso digitale: connessi a tutti, vicini a nessuno 51
Sintesi e conclusioni: sotto pressione, ma non soli 57
Nota metodologica 61
Appendice: questionario d’indagine 64
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Premessa: capire la società toscana
Il presente report illustra i risultati di un'indagine statistica condotta su un
campione rappresentativo della popolazione toscana in merito al
volontariato, alla partecipazione civica e al rapporto tra cittadini, istituzioni
e terzo settore. In un contesto sociale ed economico in evoluzione,
comprendere le dinamiche che caratterizzano l'impegno civico e il
volontariato risulta fondamentale per orientare le politiche pubbliche e le
strategie del terzo settore.
L'indagine si articola in cinque aree tematiche principali, interconnesse tra
loro, che permettono di tracciare un quadro completo del fenomeno del
volontariato in Toscana e del suo ruolo all'interno della società civile: il
benessere e le condizioni di vita dei toscani; la fiducia, i conflitti e la
convivenza; la percezione e la partecipazione al volontariato; le condizioni
dei giovani e il loro rapporto con il territorio; la felicità, il benessere
soggettivo e i desideri individuali.
Questa struttura progressiva segue un percorso logico che parte
dall'analisi delle condizioni di vita e dello stato emotivo dei cittadini per
arrivare a comprendere il ruolo del volontariato nel rispondere ai bisogni
della comunità, passando per le dimensioni della fiducia, della
conflittualità sociale e delle aspettative delle nuove generazioni.
In un periodo storico caratterizzato da profondi cambiamenti sociali,
economici e tecnologici, il volontariato assume un ruolo sempre più
strategico nel rispondere ai bisogni emergenti della comunità. La Toscana,
con la sua storica tradizione di partecipazione civica e associazionismo,
rappresenta un contesto privilegiato per analizzare queste dinamiche.
L'indagine è stata realizzata attraverso la somministrazione di un
questionario strutturato, articolato in quattordici domande che esplorano
diversi aspetti del fenomeno. I risultati quantitativi ottenuti permettono di
delineare tendenze significative e di fornire un supporto empirico per la
comprensione delle interconnessioni tra le diverse dimensioni analizzate.
La sequenza delle aree tematiche del questionario riflette un preciso
disegno analitico:
Come stanno i toscani
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La prima sezione esplora il benessere soggettivo e le condizioni di vita
della popolazione toscana, analizzando i livelli di stress emotivo, la
solitudine percepita, la pressione economica e le barriere che impediscono
alle persone di chiedere aiuto nei momenti di difficoltà. Questa base
conoscitiva è essenziale per comprendere il contesto sociale nel quale
opera il volontariato e le ragioni profonde che rendono necessario il suo
intervento.
Fiducia, conflitti e convivenza
La seconda area misura la fiducia interpersonale e istituzionale, la
percezione dei conflitti sociali e la qualità della convivenza civile.
Comprendere come i toscani percepiscono le tensioni tra generazioni, tra
gruppi sociali e tra il mondo digitale e quello reale consente di inquadrare
il volontariato come potenziale risposta ai processi di frammentazione e
polarizzazione della società.
Volontariato e partecipazione
La terza sezione affronta il tema centrale dell'indagine: il riconoscimento
sociale del volontariato, la disponibilità dei cittadini all'impegno civico, i
bisogni percepiti come più urgenti e le attese nei confronti della politica. Il
collegamento con le aree precedenti è diretto: il volontariato rappresenta
una delle risposte più concrete e radicate alla sofferenza sociale e alla crisi
della fiducia.
Giovani, territori e opportunità
La quarta area si concentra sulle difficoltà specifiche che i giovani toscani
incontrano nel costruire il proprio futuro — lavoro, autonomia,
appartenenza — e sulle condizioni che potrebbero favorire la loro
partecipazione alla vita della comunità. Questa dimensione è
fondamentale per comprendere le prospettive di rinnovamento del
volontariato e del tessuto civico regionale.
Felicità, benessere e desideri
L'ultima sezione esplora i fattori che i toscani considerano determinanti
per il proprio benessere e la propria felicità, incluso il ruolo delle relazioni
personali e dell'impegno per gli altri. In un'epoca in cui i media digitali
ridefiniscono le modalità di incontro e connessione tra le persone,
comprendere cosa rende le persone soddisfatte diventa cruciale per
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valorizzare il contributo del volontariato come forma di relazione autentica
e significativa.
L'analisi integrata delle cinque aree tematiche permette di cogliere le
complesse interrelazioni tra condizioni di vita, fiducia sociale, impegno
civico, dinamiche generazionali e aspirazioni individuali. Solo attraverso
una lettura trasversale dei risultati è possibile comprendere appieno il
fenomeno del volontariato nella sua dimensione sociale, politica e
culturale.
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Capitolo 1
Toscana sotto pressione: paure e difficoltà a
chiedere aiuto
L'analisi delle condizioni di vita e del benessere soggettivo dei toscani
restituisce un quadro segnato da una diffusa tensione emotiva. La prima
sezione dell'indagine ha esplorato la frequenza con cui i cittadini
sperimentano una serie di sentimenti negativi e positivi, le principali fonti
di preoccupazione, la tenuta economica delle famiglie e le ragioni che
impediscono a chi è in difficoltà di chiedere aiuto. I dati, considerati nel loro
insieme, disegnano una società che regge, ma che porta con sé un carico
crescente di ansia, frustrazione e solitudine.
1.1. IL PESO EMOTIVO DEL QUOTIDIANO
Il grafico che apre questo capitolo mostra la quota di popolazione toscana
che negli ultimi dodici mesi ha vissuto con frequenza — spesso o sempre —
una serie di sentimenti tra loro molto diversi. La scelta di isolare queste due
modalità di risposta non è casuale: «spesso» e «sempre» indicano
un'esperienza emotiva che non è episodica o occasionale, ma strutturale,
radicata nel vissuto quotidiano. È su questa dimensione che si misura il vero
peso emotivo della vita contemporanea.
Il sentimento più diffuso è la preoccupazione per il futuro, provata
“spesso” o “sempre” dal 48,0% degli intervistati — quasi un toscano su due.
È un dato che colpisce per la sua ampiezza: non si tratta di un'ansia
circoscritta a un momento di crisi o a una fascia sociale specifica, ma di uno
stato d'animo che attraversa trasversalmente la popolazione e che segnala
un deficit profondo di prospettiva e di sicurezza. Subito dietro si colloca lo
stress o l'ansia, vissuti con la stessa frequenza dal 44,0% dei toscani: con
quattro punti in meno della preoccupazione per il futuro, ma pur sempre
una quota molto elevata che disegna una società esposta a livelli di tensione
psicologica ben superiori alla norma.
Frustrazione e rabbia seguono con il 32,3% ciascuna — un dato che merita
attenzione non solo per la sua entità, ma per la sua simmetria: i due
sentimenti si equivalgono quasi perfettamente, come se la frustrazione — il
blocco, l'impotenza — e la rabbia — la reazione attiva, la protesta interiore
— fossero due facce della stessa moneta, due risposte diverse allo stesso
disagio di fondo.
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Il dato più significativo, però, emerge dal confronto tra i sentimenti negativi
e quello positivo incluso nella batteria. La fiducia e l'ottimismo per il futuro
sono vissuti con frequenza solo dal 25,8% dei toscani — meno di uno su
quattro. Questo significa che la preoccupazione per il futuro è quasi
doppia rispetto alla fiducia nel futuro: 47,6% contro 25,8%. Non si
tratta di una semplice prevalenza del negativo sul positivo, ma di uno
squilibrio strutturale che descrive una comunità in cui le emozioni che
pesano superano nettamente quelle che sostengono.
Figura 1. Quota di toscani che prova «spesso» o «sempre» i seguenti sentimenti (valori
percentuali; somma delle modalità «Spesso» e «Sempre»)
Il dato complessivo sulla preoccupazione per il futuro — già di per sé elevato
— si trasforma in un segnale ancora più preciso quando viene analizzato
per classe d'età. L'incrocio rivela una frattura generazionale netta e
significativa: la preoccupazione per il futuro non è distribuita in
modo uniforme nella società toscana, ma pesa in modo
sproporzionato sulle generazioni più giovani.
Tra i 18 e i 29 anni, il 57,9% degli intervistati dichiara di sentirsi
preoccupato per il futuro spesso o sempre — quasi sei giovani su dieci. Un
dato già di per sé molto alto, ma che diventa ancora più significativo quando
si guarda alla sua composizione: il 21,1% prova questo sentimento
«sempre», una frequenza che non conosce pause né tregue. Si tratta di
quasi il quintuplo rispetto agli over 65, dove la componente «sempre» si
ferma al 4,3%. La preoccupazione giovanile non è un episodio, non è la
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reazione occasionale a una notizia o a un momento difficile: è uno stato di
fondo, una condizione permanente dell'esistenza.
Scendendo lungo la scala anagrafica il quadro cambia radicalmente. Tra i
30-54enni la quota di preoccupati frequenti rimane alta (56,5%), quasi in
linea con i giovani, a confermare che la fascia produttiva della popolazione
porta anch'essa un carico di ansia significativo — probabilmente alimentato
dalle responsabilità familiari, dalle incertezze lavorative e dal dover
costruire un futuro concreto per i propri figli. Il salto avviene nella fascia
55-64 anni, dove la quota scende al 37,0%, e ancor più tra gli over 65,
dove si ferma al 32,3%.
Come interpretare questo gradiente generazionale? Una prima lettura
è strutturale: chi ha già costruito la propria vita — chi ha una casa, una
pensione, una famiglia formata — ha meno ragioni oggettive per
preoccuparsi del futuro perché il futuro, in gran parte, è già diventato
presente. I giovani, al contrario, devono ancora costruire tutto in un
contesto economico e sociale che offre meno certezze di quanto ne offrisse
alle generazioni precedenti: lavoro precario, affitti inaccessibili, percorsi di
vita non lineari. La preoccupazione giovanile è dunque, almeno in parte,
una risposta razionale a condizioni oggettive di incertezza.
C'è però una seconda lettura, meno ovvia ma forse più profonda. Il 21,1%
di giovani che prova preoccupazione «sempre» suggerisce qualcosa che va
oltre la razionalità economica: uno stato d'animo cronico, una difficoltà a
proiettarsi in avanti con fiducia. In questo senso, la preoccupazione
giovanile non è solo il sintomo di una condizione difficile, ma il segnale di
una frattura culturale e psicologica che merita attenzione al di là delle
politiche economiche.
Figura 1b. Preoccupazione per il futuro per classe d'età (quota che risponde «Spesso» o
«Sempre»; valori percentuali)
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Accanto alla dimensione generazionale, l'analisi per genere introduce
un'ulteriore asimmetria nel vissuto della preoccupazione. Anche tra uomini
e donne il divario è reale e significativo, sebbene più contenuto rispetto a
quello per età: il 51,9% delle donne prova preoccupazione per il futuro
spesso o sempre, contro il 42,9% degli uomini — quasi nove punti
percentuali di differenza.
La chiave di lettura più rivelante non è però nel totale, ma nella
componente «sempre». Tra le donne il 15,3% convive con la
preoccupazione in modo costante e ininterrotto, quasi il doppio rispetto agli
uomini, che si fermano all'8,1%. Questa forbice nella modalità più intensa
— il «sempre», non il semplice «spesso» — segnala che per una quota
rilevante di donne toscane la preoccupazione non è un'emozione
occasionale o periodica, ma uno stato cronico che accompagna stabilmente
la quotidianità.
Le ragioni di questo divario di genere sono molteplici e si intrecciano. Le
donne sono più esposte alla precarietà lavorativa, in particolare nelle forme
di lavoro part-time involontario e nei settori a bassa tutela; portano una
quota sproporzionata del lavoro di cura familiare, spesso invisibile e non
riconosciuto; e affrontano con maggiore frequenza la difficoltà di conciliare
lavoro, famiglia e tempo personale.
Letti insieme, il dato generazionale e quello di genere disegnano i contorni
di una preoccupazione che non è democraticamente distribuita: pesa di più
sui giovani e sulle donne, su chi sta ancora costruendo il proprio futuro o
su chi lo fa con meno risorse e meno protezioni. Due dimensioni di
vulnerabilità che il volontariato e le politiche sociali non possono ignorare.
Figura 1c. Preoccupazione per il futuro per genere (quota che risponde «Spesso» o
«Sempre»; valori percentuali)
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1.2. LE FONTI DELLA PREOCCUPAZIONE: ECONOMIA E SALUTE
Se il paragrafo precedente ha misurato l'intensità emotiva della
preoccupazione, questo si sofferma sul suo contenuto: di cosa si
preoccupano concretamente i toscani? La risposta è concentrata attorno a
due grandi poli che, sommati insieme, raccolgono quasi la metà di tutte le
risposte e descrivono con precisione il perimetro dell'ansia quotidiana di
questa regione.
La situazione economica personale o familiare è la preoccupazione
più citata, con il 23,5%. A distanza di appena due decimi di punto si
colloca la salute e il benessere proprio o dei propri cari (23,3%). I due temi
sono di fatto in parità statistica, e la loro somma — 46,8% — descrive una
società in cui quasi un toscano su due porta con sé ogni giorno un peso che
riguarda i fondamentali della vita: il denaro per arrivare a fine mese o la
salute di chi si ama. Non preoccupazioni astratte o ideologiche, ma vissuti
materiali, concreti, spesso silenziosi.
Al terzo posto si colloca il futuro dei figli e dei giovani, con il 15,0%: una
voce che non riguarda solo i genitori, ma che esprime una preoccupazione
collettiva per la capacità di questa società di offrire prospettive alle nuove
generazioni. Insieme alla situazione generale del Paese — al quarto posto
con il 13,3% — compone un blocco di preoccupazioni che guarda oltre il
proprio orizzonte immediato, verso il futuro della comunità nel suo insieme.
Le preoccupazioni legate al lavoro (8,5%), alla sicurezza personale
(7,0%) e al clima (5,3%) seguono a distanza, segnalando temi reali ma
percepiti come secondari rispetto all'urgenza economica e sanitaria. Vale la
pena notare che il cambiamento climatico, pur dominante nel dibattito
pubblico e mediatico, è la fonte di preoccupazione principale solo per un
toscano su venti — un dato che invita a riflettere sul divario tra la rilevanza
che i media attribuiscono a certi temi e il peso che questi hanno
effettivamente nella gerarchia delle preoccupazioni quotidiane.
In fondo al grafico, evidenziato in verde, il 4,3% che dichiara di non avere
nessuna preoccupazione particolare. Una quota esigua — meno di uno su
venti — ma non priva di significato: segnala che esiste una fascia di
popolazione che si percepisce al riparo dalle ansie che attraversano la
maggioranza dei propri concittadini. Un dato di relativo conforto in un
quadro dominato dalla pressione emotiva.
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Figura 2. Principale fonte di preoccupazione oggi (singola risposta; valori percentuali)
L'analisi per genere della stessa domanda arricchisce il quadro con
divergenze significative che rivelano come uomini e donne abitino spazi
emotivi e di preoccupazione parzialmente diversi, pur condividendo le
stesse grandi ansie di fondo.
Il divario più ampio riguarda la situazione generale del Paese. Per
gli uomini è la seconda preoccupazione in assoluto, indicata dal 20,2% degli
intervistati; per le donne scende al 6,4%, un valore quasi quattro volte
inferiore. Si tratta dello scarto più netto dell'intera tavola — ben 13,8 punti
percentuali — e descrive due modi molto diversi di leggere la propria vita:
gli uomini tendono a proiettare l'ansia sulla dimensione politica e collettiva,
sulla traiettoria del Paese come entità astratta; le donne concentrano la
preoccupazione sulla concretezza della vita quotidiana e delle relazioni.
Il secondo divario rilevante va nella direzione opposta ed è
altrettanto significativo. La salute e il benessere proprio o dei propri cari
è la prima preoccupazione delle donne (27,2%) e soltanto la terza degli
uomini (19,2%), con una differenza di 8,0 punti. Le donne sono
tradizionalmente le custodi della salute familiare — quelle che organizzano
le visite mediche, che si accorgono per prime dei sintomi, che portano il
carico emotivo della malattia altrui. Questo ruolo di cura si traduce in una
presenza più acuta della dimensione sanitaria nella mappa delle
preoccupazioni.
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Anche il futuro dei figli e dei giovani pesa di più sulle donne (17,8%) che
sugli uomini (12,1%), con uno scarto di quasi sei punti: un'altra
manifestazione del maggiore coinvolgimento femminile nella sfera della
cura e delle relazioni familiari. La preoccupazione economica, invece, è
condivisa in modo più equo — 24,8% le donne contro 22,2% gli uomini —
a conferma che la pressione sul reddito è un'esperienza trasversale che
attraversa entrambi i generi con intensità simile. Lavoro, sicurezza e clima
mostrano scarti minimi e non significativi.
Letti insieme, questi dati disegnano due geografie della preoccupazione
distinte ma complementari: gli uomini guardano al Paese e alla scena
pubblica, le donne alla salute, alla famiglia e al futuro dei figli. Non si tratta
di una differenza di sensibilità o di maturità civica, ma del riflesso di ruoli
sociali ancora molto differenziati, che distribuiscono in modo asimmetrico le
responsabilità di cura e la partecipazione alla vita collettiva.
Figura 2b. Principale fonte di preoccupazione per genere (singola risposta; valori
percentuali)
L'analisi per classe d'età completa il quadro e rivela la terza dimensione di
questa mappa delle preoccupazioni: quella generazionale. Ogni fascia d'età
porta con sé un'agenda emotiva diversa, riflesso diretto della fase della vita
in cui si trova e delle sfide concrete che deve affrontare.
Il lavoro è la preoccupazione distintiva dei giovani tra i 18 e i 29
anni, indicato dal 22,8% come fonte principale di ansia. Si tratta del
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valore più alto in assoluto per questa voce — più del doppio rispetto ai 30-
54enni (10,2%) e praticamente assente nelle fasce più anziane (4,1% tra i
55-64enni, zero tra gli over 65). Non sorprende: per chi è all'inizio della vita
adulta, trovare un lavoro stabile e soddisfacente è il primo banco di prova
dell'autonomia, e in un mercato del lavoro caratterizzato da precarietà,
bassi salari e contratti a termine, questa scommessa diventa spesso una
fonte cronica di ansia.
L'economia personale e familiare è invece la preoccupazione più
trasversale tra le generazioni più giovani e adulte. Tra i 18-29enni e
i 30-54enni si attesta rispettivamente al 28,1% e al 28,2% — valori quasi
identici che indicano come la pressione economica accompagni sia chi sta
costruendo la propria indipendenza sia chi porta il peso di una famiglia già
formata. Il dato scende sensibilmente con l'età: 20,5% tra i 55-64enni e
14,0% tra gli over 65, a riflettere condizioni patrimoniali mediamente più
consolidate e la progressiva sostituzione del reddito da lavoro con quello
pensionistico.
La salute segue una traiettoria esattamente inversa: è la preoccupazione di
appena l'8,8% dei giovani — comprensibilmente, dato che a quell'età il
corpo raramente impone la propria presenza come fonte di ansia — ma sale
al 20,9% tra i 30-54enni, al 31,5% tra i 55-64enni e al 30,1% tra gli over
65. Con l'avanzare dell'età, la salute — propria e dei propri cari — diventa
il pensiero dominante, scalzando tutte le altre preoccupazioni.
Un ultimo elemento merita attenzione: il futuro dei figli e dei giovani è quasi
assente nell'agenda dei 18-29enni (8,8%) — come è naturale, per chi non
ha ancora figli — ma cresce significativamente tra i 30-54enni (14,7%) e
raggiunge il picco tra i 55-64enni (19,2%), la generazione che sta vivendo
in prima persona le difficoltà dei propri figli adulti nel costruirsi un futuro. Il
quadro per classe d'età, insomma, non descrive solo chi soffre di più, ma
racconta le preoccupazioni specifiche di ciascuna fase della vita: il lavoro
che non c'è per i giovani, i conti che non tornano per gli adulti, la salute che
vacilla per gli anziani.
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Figura 2c. Principale fonte di preoccupazione per classe d'età (singola risposta; valori
percentuali)
1.3. I REDDITI SOTTO TENSIONE
Se la preoccupazione economica è la fonte di ansia più diffusa tra i toscani,
i dati sul reddito percepito ne spiegano il perché con una precisione quasi
matematica. La domanda è diretta e senza mediazioni: il proprio reddito è
sufficiente per sostenere l'attuale costo della vita? La risposta complessiva
divide la Toscana in due blocchi distinti, separati da una linea che corre tra
chi ce la fa e chi non riesce.
Il 60,6% dei toscani dichiara un reddito sufficiente, ma con sfumature
molto diverse al proprio interno. Solo l'11,8% — poco più di uno su dieci —
si sente del tutto tranquillo dal punto di vista economico, con un reddito
pienamente adeguato al costo della vita. La grande maggioranza di chi «ce
la fa» lo fa con qualche sforzo: il 48,8% dichiara un reddito abbastanza
sufficiente, una risposta che nasconde spesso aggiustamenti quotidiani,
rinunce silenziose e una gestione attenta che non ammette imprevisti.
Sul lato opposto si collocano il 39,5% dei toscani in difficoltà
economica reale, pari a circa 1,5 milioni di persone. Il 33,5% fatica
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ad arrivare a fine mese pur avendo un reddito appena sufficiente: una
condizione di equilibrio precario, in cui basta un imprevisto — una spesa
medica, un guasto all'auto, un mese di bollette più alte — per scivolare
verso il rosso. Il 6,0% è già oltre quella soglia: il reddito non è per nulla
sufficiente, e la difficoltà economica è una realtà quotidiana e concreta, non
una preoccupazione astratta. La quota-parte di popolazione che sta in
questa situazione molto critica rappresenta 220mila persone circa.
Questi dati acquistano ancora più peso se letti in parallelo con quanto
emerso nel paragrafo precedente: la preoccupazione economica personale
o familiare è la fonte di ansia principale per il 23,5% dei toscani, ma la
quota di chi è effettivamente in difficoltà è quasi il doppio — il 39,5%. Ciò
significa che molti di coloro che «reggono» lo fanno con un margine così
sottile da non percepirsi ancora in difficoltà, ma da vivere comunque in uno
stato di tensione latente che alimenta il generale senso di preoccupazione
rilevato nel paragrafo 1.1.
Il grafico rende visibile questa frattura con immediata chiarezza: il blocco
verde a sinistra — chi riesce — e il blocco arancione-rosso a destra — chi
fatica o non ce la fa — dividono la Toscana in due realtà che convivono nello
stesso territorio ma che sperimentano la vita quotidiana in modo
radicalmente diverso. Non è una crisi acuta, ma una fragilità diffusa e
strutturale che logora nel tempo, consuma le energie e alimenta quell'ansia
cronica che i dati emotivi del paragrafo 1.1 hanno già fotografato con
precisione.
Figura 3. Il reddito è sufficiente per sostenere l'attuale costo della vita? (singola risposta;
valori percentuali)
L'incrocio per genere rivela che la fragilità economica non è distribuita
equamente tra uomini e donne: le seconde la vivono con un'intensità
significativamente maggiore, in ogni sua sfumatura.
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Il 44,5% delle donne dichiara un reddito insufficiente a sostenere il
costo della vita — tra chi fatica ad arrivare a fine mese (37,1%) e chi non
ce la fa per nulla (7,4%). Tra gli uomini la quota scende al 34,3%: un divario
di oltre 10 punti percentuali che non è una sfumatura statistica, ma uno
specchio delle disuguaglianze strutturali che attraversano il mercato del
lavoro e la vita familiare.
Le donne guadagnano mediamente meno degli uomini — per via del gender
pay gap, della maggiore concentrazione in settori a bassa retribuzione e del
ricorso più frequente al part-time spesso involontario. Portano un carico di
lavoro di cura non retribuito che sottrae tempo ed energia al lavoro
remunerato. E quando il nucleo familiare si rompe — per separazione,
vedovanza, genitorialità solitaria — sono molto più spesso loro a restare
con un reddito ridotto e responsabilità invariate. Tutti questi fattori si
sommano e si traducono nel dato che il grafico mostra con immediatezza:
la barra delle donne è visibilmente più arancione e rossa di quella degli
uomini.
Anche tra chi «ce la fa», la qualità dell'equilibrio è diversa. Il 53,0%
degli uomini dichiara un reddito abbastanza sufficiente, contro il 44,6%
delle donne. E mentre il 12,6% degli uomini si sente del tutto tranquillo
economicamente, tra le donne questa quota scende al 10,9%. In altre
parole, non solo le donne soffrono di più la difficoltà: anche quando non
sono in difficoltà, godono di meno serenità economica. Il margine è più
sottile, la sicurezza meno solida.
Figura 3b. Sufficienza del reddito per genere (singola risposta; valori percentuali)
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1.4. IL SILENZIO DEL BISOGNO
Una delle evidenze più significative dell'indagine riguarda la diffusione di un
fenomeno difficilmente misurabile: quello del bisogno silenzioso, ovvero la
condizione di chi si trova in difficoltà senza riuscire a chiedere aiuto. Alla
domanda se conoscano persone in questa situazione, i toscani si dividono
quasi esattamente a metà: il 45,3% risponde affermativamente, il 46,0%
negativamente, con un 8,8% che preferisce non rispondersi o non sa.
Il dato è di per sé rivelatore: quasi uno su due toscani ha nel proprio cerchio
di conoscenze qualcuno che ha vissuto o sta vivendo difficoltà in silenzio.
Se si considera che le reti sociali tendono a sovrapporsi e che alcune
situazioni di fragilità rimangono invisibili anche ai più vicini, si può
ragionevolmente ipotizzare che il fenomeno sia più esteso di quanto i
numeri suggeriscano.
Tra chi conosce queste situazioni di bisogno silenzioso, la domanda sugli
ostacoli che impediscono di chiedere aiuto rivela un dato di straordinaria
importanza: il primo freno non è la mancanza di servizi, né la difficoltà di
accesso, ma un fattore culturale e psicologico. La vergogna o l'imbarazzo è
indicata da oltre la metà dei rispondenti (54,7%) come principale ostacolo,
seguita dalla difficoltà di sapere a chi rivolgersi (35,4%) e dalla paura del
giudizio altrui (24,9%).
Questi tre fattori – vergogna, disorientamento e timore del giudizio –
compongono insieme un muro invisibile ma potente, che separa le persone
in difficoltà dalle risorse e dai sostegni disponibili. Gli ostacoli di natura più
pratica, come la sfiducia nei servizi (19,9%), le difficoltà di accesso fisico
(15,5%) o la mancanza di informazioni (9,9%), risultano
comparativamente meno determinanti.
Per il volontariato e il terzo settore questi dati hanno implicazioni dirette
e urgenti. La capacità di intercettare il bisogno silenzioso, di abbattere le
barriere della vergogna e di orientare le persone verso le risorse disponibili
rappresenta una delle funzioni più preziose e meno sostituibili dell'impegno
civico. Il volontario che opera nel territorio, che conosce le persone e che
sa come avvicinarsi senza far sentire in imbarazzo chi è in difficoltà, è una
figura che nessun sistema burocratico può rimpiazzare.
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Figura 5. Ostacoli principali che impediscono di chiedere aiuto (tra chi conosce persone in
difficoltà silenziose; max 2 risposte; valori percentuali)
L'analisi per titolo di studio degli ostacoli al chiedere aiuto, sebbene sia una
proxy, nel senso che il titolo di studio esaminato non è quello di chi non
chiede aiuto, ma di coloro che conoscono persone che non chiedono aiuto.
È una proxy perché implica che coloro i quali hanno un titolo di studio più
alto sono portati ad avere un giro di frequentazione più alto, per questa
ragione è utile considerare questo incrocio tra titolo di studio e ostacoli che
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si frappongono alla richiesta di bisogno. Qui si rivela un meccanismo di
svantaggio cumulativo che merita particolare attenzione. La vergogna e
l'imbarazzo crescono all'abbassarsi del livello di istruzione in modo
sistematico: dal 50,0% dei laureati al 57,3% dei diplomati fino al 61,5% di
chi ha la sola scuola dell'obbligo. Ma è leggendo questo dato insieme al suo
opposto speculare che emerge il quadro più preoccupante.
Chi ha meno istruzione non solo prova più vergogna, ma sa anche meno
dove andare: solo il 23,1% degli intervistati con scuola dell'obbligo indica
come ostacolo il non sapere a chi rivolgersi, quasi la metà rispetto ai laureati
(38,9%). Questo apparente paradosso si spiega con il fatto che chi ha più
istruzione è consapevole dell'esistenza di servizi e reti di supporto, e quindi
riconosce come freno il non sapervi accedere; chi ha meno istruzione,
invece, spesso non sa nemmeno che tali risorse esistano, e dunque non le
percepisce come un'opportunità mancata.
Le persone con titolo di studio più basso mostrano livelli più elevati anche
su quasi tutti gli altri ostacoli: la paura del giudizio altrui (30,8% contro
22,2% dei laureati), la sfiducia nei servizi di assistenza (30,8% contro
18,1%) e le difficoltà pratiche di accesso come orari e distanza (23,1%
contro 18,1%). Si configura così una doppia trappola: più si è fragili
socialmente, più è difficile superare la soglia della vergogna, e meno
si dispone degli strumenti — informativi, relazionali, pratici — per
trovare un aiuto. È proprio in questo spazio di vulnerabilità moltiplicata
che il volontariato di prossimità può svolgere un ruolo insostituibile,
abbassando le barriere dell'accesso attraverso la conoscenza diretta delle
persone e dei territori.
Figura 5b. Ostacoli al chiedere aiuto per titolo di studio (tra chi conosce persone in
difficoltà silenziose; max 2 risposte; valori percentuali)
19
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Capitolo 2
Una società più conflittuale: crisi della
convivenza
La percezione di un clima sociale più teso e conflittuale rispetto al passato
è uno dei dati più significativi che emergono dall'indagine 2026. Ai toscani
è stato chiesto di indicare i contesti in cui avvertono oggi una maggiore
conflittualità: i risultati restituiscono un quadro in cui le tensioni
attraversano trasversalmente la società, toccando la sfera identitaria, quella
politica, quella economica e persino il confine sempre più poroso tra il
mondo digitale e quello reale.
Prima di entrare nell'analisi dei singoli contesti, vale la pena sottolineare un
dato di cornice: solo il 3,5% degli intervistati afferma di non percepire un
clima particolarmente conflittuale. La quasi totalità della popolazione
toscana, dunque, avverte una qualche forma di tensione sociale crescente,
il che rende questo fenomeno non un'opinione minoritaria ma una
percezione diffusa e strutturata.
2.1. TENSIONI SU IMMIGRAZIONE, POLITICA E DISUGUAGLIANZE
Il contesto in cui si percepisce la maggiore conflittualità è quello dei rapporti
tra italiani e stranieri, indicato dal 34,3% degli intervistati. Si tratta del
primo segnale di un'Italia — e di una Toscana — in cui la questione
migratoria non è solo un tema di dibattito politico ma una dimensione
vissuta e percepita nella quotidianità, capace di generare tensioni reali o
almeno la sensazione diffusa che il tessuto della convivenza sia più fragile
che in passato.
Quasi sullo stesso piano si collocano i rapporti politici tra
schieramenti diversi (32,5%), a conferma di una polarizzazione politica
che non si esaurisce nelle aule parlamentari ma si riversa nella vita sociale,
nei rapporti tra amici, colleghi e familiari. La politica, da spazio di
mediazione e costruzione del bene comune, sembra essersi trasformata in
molti casi in un terreno di contrapposizione identitaria, dove chi pensa
diversamente non è semplicemente un avversario ma quasi un nemico.
Questo dato si connette direttamente alla crisi di fiducia nelle istituzioni
emersa in altri punti dell'indagine: quando la politica genera più divisione
che coesione, la sfiducia nei confronti di chi la rappresenta è una
conseguenza quasi inevitabile.
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Al terzo posto, con il 29,5%, si colloca un contesto che merita una
riflessione autonoma: la frattura percepita tra i social media e il mondo
reale. I toscani avvertono come fonte di conflittualità non solo le divisioni
tra persone o gruppi sociali, ma il modo in cui la dimensione digitale
distorce, amplifica e talvolta contrappone le relazioni che avvengono nella
realtà fisica. È un segnale importante, che anticipa la discussione sul ruolo
del digitale nella vita sociale e che tornerà con forza nel quinto capitolo
dell'indagine.
La disuguaglianza economica è la quarta fonte di conflittualità percepita,
con il 24,5% degli intervistati che indica i rapporti tra ricchi e poveri come
contesto di tensione crescente. In un quadro in cui, come abbiamo visto nel
capitolo precedente, quasi il 40% dei toscani fatica ad arrivare a fine mese,
non sorprende che le differenze di reddito e di condizione economica siano
vissute come un fattore di frattura sociale. La disuguaglianza, quando
supera una certa soglia, smette di essere un dato statistico e diventa
un'esperienza emotiva di ingiustizia percepita.
Figura 6. Contesti in cui si percepisce un clima più conflittuale rispetto al passato (max 2
risposte; valori percentuali)
L'analisi per genere rivela che uomini e donne percepiscono la conflittualità
sociale attraverso lenti sensibilmente diverse, con scarti che in alcuni casi
raggiungono dimensioni molto significative. Gli uomini indicano in misura
molto più accentuata il conflitto politico tra schieramenti (39,4% contro il
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25,7% delle donne, uno scarto di quasi 14 punti) e la tensione tra italiani e
stranieri (36,4% contro 32,2%), oltre alla contrapposizione tra ricchi e
poveri (29,8% contro 19,3%). Queste tre dimensioni — politica,
migrazione, disuguaglianza — compongono una lettura del conflitto
centrata sulle grandi fratture strutturali della società, su ciò che avviene
nello spazio pubblico e nel dibattito nazionale.
Le donne, al contrario, tendono a percepire la conflittualità in contesti più
prossimi e relazionali. La frattura tra il mondo dei social media e la realtà è
indicata dal 33,2% delle intervistate contro il 25,8% degli uomini; ancora
più marcato è il divario sui rapporti di vicinato e nella vita quotidiana (15,8%
le donne contro appena il 5,1% degli uomini) e sui conflitti interni alla
generazione giovanile (21,8% contro 14,6%). Emerge così una geografia
del conflitto percepito fortemente differenziata per genere: gli uomini
guardano alle fratture macro, le donne colgono con maggiore sensibilità le
tensioni nei rapporti interpersonali e nelle dinamiche sociali di prossimità.
Figura 6b. Contesti di conflitto percepito per genere (max 2 risposte; valori percentuali)
L'incrocio con il titolo di studio aggiunge un'ulteriore dimensione
interpretativa, e lo fa con un dato di particolare rilevanza. La tensione nei
rapporti tra italiani e stranieri è percepita in modo crescente all'abbassarsi
del livello di istruzione: dal 35,0% dei laureati si sale al 32,2% dei diplomati
fino al 42,1% di chi ha la sola scuola dell'obbligo. Non è un risultato inatteso
— è noto che la percezione negativa dell'immigrazione tende a essere più
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diffusa tra i ceti meno istruiti — ma la sua entità (sette punti percentuali in
più rispetto ai laureati) segnala quanto il tema dell'integrazione e della
convivenza con gli stranieri rimanga un nodo irrisolto soprattutto per le
fasce sociali più esposte alla competizione economica e meno dotate di
strumenti culturali per elaborare la complessità.
Il conflitto politico tra schieramenti è invece avvertito con maggiore
intensità dai laureati (36,3%) rispetto ai diplomati (29,8%) e a chi ha la
scuola dell'obbligo (31,6%). Questo dato, apparentemente controintuitivo,
si spiega probabilmente con il fatto che chi ha un livello di istruzione più
elevato è più esposto al dibattito politico — attraverso la lettura di giornali,
la partecipazione a discussioni strutturate, l'uso consapevole dei media — e
dunque avverte con maggiore acuità le tensioni che lo attraversano.
La frattura digitale, infine, è percepita più dai laureati (32,5%) che dai
diplomati (27,8%) e da chi ha la scuola dell'obbligo (26,3%), probabilmente
perché i più istruiti sono anche i più presenti e consapevoli nelle piattaforme
digitali, e dunque in grado di nominare con precisione la dissonanza tra
quello spazio e il mondo reale. Complessivamente, i dati per titolo di studio
confermano che la percezione del conflitto sociale non è uniforme ma si
modula profondamente in base alle risorse culturali e alla posizione sociale
di ciascuno.
Figura 6c. Contesti di conflitto percepito per titolo di studio (max 2 risposte; valori
percentuali)
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2.2. IL DIGITALE COME NUOVO TERRENO DI CONFLITTO
Il 29,5% dei toscani che indica la frattura tra social media e mondo reale
come fonte di conflittualità merita un approfondimento specifico. Non si
tratta di una semplice critica alla tecnologia o alla sua diffusione, ma del
riconoscimento di un fenomeno più profondo: il fatto che le piattaforme
digitali abbiano creato uno spazio parallelo di relazioni, opinioni e identità
che sempre più fatica a integrarsi con la vita concreta delle persone.
I social media tendono a premiare la radicalizzazione delle posizioni, la
contrapposizione netta, la semplificazione dei messaggi. Nella vita reale,
invece, la convivenza richiede compromesso, ascolto, ambiguità tollerata.
Quando queste due logiche si scontrano — e sempre più spesso lo fanno —
il risultato è una sensazione di scollamento, di vivere in due realtà parallele
che non riescono a parlarsi. È questa frattura che il 29,5% dei toscani ha
saputo nominare con precisione, e che rappresenta uno dei tratti più
originali e rilevanti del clima sociale percepito nel 2026.
Questo dato va letto anche in connessione con le tensioni politiche: la
polarizzazione degli schieramenti (32,5%) non è indipendente dalla logica
dei social media, che spinge verso la formazione di "bolle" informative in
cui ciascuno è esposto principalmente a contenuti che confermano le proprie
convinzioni. Il conflitto politico e il conflitto digitale si alimentano a vicenda,
creando un circolo vizioso che erode progressivamente gli spazi di dialogo
e di mediazione.
Le implicazioni per il volontariato e il terzo settore sono dirette. In un
contesto sociale segnato da queste fratture — identitarie, politiche,
economiche, digitali — il volontariato rappresenta uno dei pochi spazi in cui
persone diverse si incontrano fisicamente, lavorano fianco a fianco verso un
obiettivo comune e costruiscono relazioni che attraversano le divisioni. È in
questo senso che il volontariato può essere considerato non solo una
risposta ai bisogni sociali, ma un vero e proprio antidoto alla conflittualità:
un luogo dove si pratica concretamente la convivenza che altrove sembra
sempre più difficile.
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Capitolo 3
Il volontariato come risposta
Il terzo capitolo del rapporto si concentra sul cuore dell'indagine: la
percezione del volontariato da parte dei toscani, la partecipazione diretta a
queste attività, i bisogni sociali ritenuti più urgenti e le aspettative nei
confronti della politica. I dati emergono in un contesto già segnato dalla
pressione emotiva ed economica rilevata nel primo capitolo e dalla
percezione di una società più conflittuale descritta nel secondo. In questo
quadro, il volontariato non è solo un tema di indagine: è anche un possibile
antidoto, una risposta concreta alle fragilità che i toscani descrivono con
crescente preoccupazione.
3.1. COME I TOSCANI VEDONO I VOLONTARI: UN APPREZZAMENTO
ALTO
La domanda sull'opinione generale verso i volontari è quella che consente il
confronto più lungo nel tempo, con rilevazioni che coprono un arco di sei
anni, dal 2020 al 2026. I dati della serie storica restituiscono un quadro di
ampio e stabile apprezzamento, ma con alcune oscillazioni che meritano
attenzione.
Nel 2026, il 79,3% dei toscani considera i volontari persone da ammirare
che fanno del bene per gli altri. Si tratta di un dato elevato in termini
assoluti, che conferma come il volontariato goda in Toscana di un capitale
di stima e riconoscimento sociale profondo e radicato. Tuttavia, questo
valore segna un calo rispetto al picco del 2025, quando aveva raggiunto
l'84,4%, e si colloca al di sotto dei valori del 2022 (83,2%) e del 2021
(79,9%), riportandosi sostanzialmente ai livelli di quell'anno.
Come interpretare questa flessione? In primo luogo, è opportuno non
sovrastimarla: si tratta comunque di quasi quattro toscani su cinque che
esprimono un giudizio di piena ammirazione verso chi fa volontariato, una
quota che poche altre categorie sociali o istituzioni potrebbero vantare. In
secondo luogo, il calo del 2026 si inserisce in un contesto sociale e emotivo
che — come abbiamo visto — è segnato da crescente stress, sfiducia e
percezione di conflitto: è possibile che in un clima generale più teso, anche
il giudizio verso chi si impegna gratuitamente per gli altri risulti lievemente
appannato da una diffusa disillusione.
Il rimanente 20,7% si distribuisce tra chi ritiene che i volontari facciano
cose positive ma niente di speciale (8,5%), chi li considera persone come
tante che fanno cose positive senza particolare merito aggiuntivo (9,0%) e
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chi attribuisce il loro impegno a motivazioni personali (3,3%). Questi giudizi
«neutralizzanti» — che non negano il valore del volontariato ma ne
ridimensionano l'eccezionalità — sono in leggero aumento rispetto al 2025
e segnalano una certa tendenza alla normalizzazione: i volontari vengono
percepiti sempre meno come figure eroiche e sempre più come parte
ordinaria del tessuto sociale. Si tratta di un processo di maturazione
culturale ambivalente: da un lato riduce l'aura mitica, dall'altro può rendere
il volontariato più accessibile e meno distante per chi non vi partecipa
ancora.
Figura 7. Opinioni sui volontari in Toscana (2020–2026) (valori percentuali; singola
risposta)
L'analisi per classe d'età della stessa domanda rivela tuttavia una crepa
significativa in questo quadro di apprezzamento diffuso, e merita una
riflessione approfondita. Tra gli intervistati di oltre 65 anni, l'87,1%
considera i volontari persone da ammirare; il dato rimane elevato anche tra
i 55-64enni (84,9%) e i 30-54enni (79,1%). Ma tra i giovani di 19-29 anni
crolla al 59,6%: quasi 28 punti percentuali in meno rispetto agli anziani, e
oltre 19 punti in meno rispetto alla media generale.
Il divario non è solo quantitativo, ma qualitativo. I giovani che non
esprimono piena ammirazione si distribuiscono su tre giudizi alternativi: il
19,3% ritiene che i volontari facciano cose positive ma niente di speciale —
una risposta che ridimensiona il merito senza negare l'impegno — il 17,5%
li considera persone come tante che fanno cose positive senza un valore
aggiunto specifico, e il 3,5% attribuisce il volontariato a motivazioni
personali. Complessivamente, quattro giovani su dieci guardano al
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volontariato con una lente de-valorizzante o neutrale, lontana
dall'ammirazione che caratterizza le generazioni più anziane.
Come interpretare questo dato? Una prima lettura potrebbe leggerlo come
segnale di disaffezione o cinismo giovanile verso l'impegno gratuito. Ma è
probabile che la spiegazione sia più articolata. I giovani crescono in
un'epoca in cui il volontariato tende a essere presentato come normale
pratica di cittadinanza attiva — nelle scuole, nei percorsi formativi, nel
discorso pubblico — e la sua normalizzazione può aver ridotto il senso di
eccezionalità che le generazioni più anziane attribuiscono a chi dona il
proprio tempo. Parallelamente, i giovani sono anche la fascia più
preoccupata per il futuro, più sotto pressione economica e più esposta alla
narrativa individualistica dei social media: un contesto che rende meno
immediata l'identificazione con valori di gratuità e impegno collettivo.
Questo dato è forse il più rilevante dell'intero capitolo per le sue
implicazioni strategiche. Se il volontariato toscano non riesce a
conquistare il pieno apprezzamento e l'identificazione valoriale delle nuove
generazioni, il suo futuro — in termini di ricambio generazionale, di energie
fresche e di radicamento culturale — è a rischio. Non si tratta di
un'emergenza immediata, ma di un segnale da non ignorare, che chiama il
mondo del terzo settore a interrogarsi su come comunicare il senso del
proprio impegno in modo più autentico e risonante con la sensibilità
giovanile.
Figura 7b. Opinione sui volontari per classe d'età (valori percentuali)
L'analisi per titolo di studio aggiunge un'ulteriore dimensione interpretativa
e restituisce un risultato che va nella direzione opposta rispetto a quanto ci
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si potrebbe aspettare. Sono le persone con il livello di istruzione più
basso — scuola media o elementare — a esprimere il giudizio più
ammirato verso i volontari: l'81,6% li considera persone da ammirare
che fanno del bene per gli altri. I diplomati si attestano al 79,5%, mentre i
laureati si collocano al valore più basso del gruppo, con il 78,3%.
Il gradiente è contenuto in termini assoluti — poco più di tre punti
percentuali separano il valore più alto da quello più basso — ma la sua
direzione è significativa e merita riflessione. Perché chi ha meno istruzione
tende ad ammirare di più i volontari? Una prima spiegazione riguarda la
prossimità all'esperienza del bisogno: le persone con titoli di studio più bassi
appartengono più spesso a fasce sociali che hanno maggiore familiarità
diretta con le difficoltà economiche e con la necessità di aiuto esterno. In
questo contesto, il volontario non è una figura astratta o un simbolo
culturale, ma qualcuno che è concretamente entrato nella propria vita o in
quella di persone care.
I laureati, al contrario, mostrano una quota leggermente più elevata di
giudizi neutralizzanti: il 10,2% ritiene che i volontari facciano cose positive
ma niente di speciale, e un altro 10,2% li equipara a persone come tante
che fanno cose positive. Questo non riflette necessariamente una minore
stima, ma probabilmente una maggiore tendenza alla razionalizzazione e
alla de-eroicizzazione delle figure sociali — un effetto tipico di una
formazione culturale più analitica e critica.
Figura 7c. Opinione sui volontari per titolo di studio (valori percentuali)
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3.2. CHI FA VOLONTARIATO E COME
I dati sulla partecipazione effettiva al volontariato confermano che la
Toscana rimane una regione con un tasso di impegno civico
significativamente superiore alla media nazionale. Complessivamente, il
33,1% degli intervistati dichiara di svolgere attività di volontariato: il 13,3%
all'interno di associazioni organizzate — OdV, cooperative sociali e strutture
analoghe — e il 19,8% in forma spontanea, al di fuori di contesti associativi
formalizzati. Perciò la popolazione che fa volontariato organizzato in
Toscana è di circa mezzo milione di persone: un numero estremamente
elevato.
Il dato sul volontariato spontaneo merita una riflessione specifica. Con
il 19,8%, supera nettamente quello organizzato (13,3%) e segnala che una
quota rilevante di toscani sceglie di impegnarsi per gli altri in forme
informali, non strutturate, lontane dalle logiche associative. Questo
fenomeno — spesso invisibile alle rilevazioni amministrative e ai registri del
terzo settore — rappresenta un patrimonio di solidarietà diffusa che tende
a sfuggire alle statistiche ufficiali. Saperlo riconoscere, valorizzare e, ove
possibile, connettere alle reti organizzate è una sfida cruciale per il futuro
del terzo settore toscano.
Il 67,0% dei toscani (circa 2,5 milioni di persone) non svolge volontariato
in nessuna forma. Questo dato — che in valore assoluto rappresenta la
maggioranza della popolazione — non va letto come un segnale di
disinteresse o apatia. Le ragioni della non partecipazione possono essere
molteplici: mancanza di tempo, condizioni di vita che non lo permettono,
non aver mai trovato il contesto giusto, o semplicemente non essere mai
stati coinvolti. Capire quali ostacoli separano questa vasta platea dal
potenziale impegno è una delle domande chiave che il volontariato toscano
dovrebbe porsi.
È comunque utile un confronto con i dati rilevati nel 2025 con –4,4 punti
percentuali nel volontariato organizzato e +5,7 punti percentuali nel
volontariato spontaneo e una sostanziale stabilità di chi non fa volontariato.
Quindi siamo davanti a una riproporzione relativa tra volontariato
organizzato e nelle forme più spontanee, episodiche e occasionali.
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Figura 8. Partecipazione al volontariato (valori percentuali)
L'analisi per classe d'età della partecipazione al volontariato rivela una
fotografia generazionale molto differenziata, con un dato che merita
attenzione particolare: quello dei giovani tra i 19 e i 29 anni. In questa
fascia il tasso complessivo di partecipazione si ferma al 29,8% — già
inferiore a quello dei 30-54enni (35,0%) e degli over 65 (34,5%) — ma è
la composizione interna di questo dato a essere davvero significativa.
Solo il 3,5% dei giovani fa volontariato in un'associazione
organizzata, contro il 14,7% dei 30-54enni, il 15,1% dei 55-64enni e il
15,1% degli over 65. Si tratta di un valore quattro volte inferiore rispetto a
tutte le altre fasce d'età, un vuoto che segnala come il volontariato
strutturato — quello delle OdV, delle associazioni di promozione sociale,
delle cooperative — fatichi enormemente a intercettare e trattenere i
giovani. Se l'associazionismo è la spina dorsale del terzo settore toscano,
questa cifra pone una domanda diretta sulla sua capacità di rinnovarsi.
I giovani non sono assenti dal panorama della solidarietà, ma vi partecipano
in modo radicalmente diverso. Con il 26,3%, la fascia 19-29 anni ha il tasso
più alto di volontariato spontaneo tra tutte le generazioni — superando i
30-54enni (20,3%), i 55-64enni (13,7%) e gli over 65 (19,4%). I giovani
aiutano, si impegnano, si attivano, ma lo fanno al di fuori delle strutture
organizzate, preferendo forme fluide, informali e non vincolanti di impegno.
È il volontariato dell'urgenza, del passa-parola, dell'iniziativa personale —
prezioso, ma difficilmente capitalizzabile in termini di continuità e
organizzazione.
Questo profilo giovanile — alto spontaneo, bassissimo organizzato
— non è una sorpresa per chi conosce la sociologia delle nuove
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generazioni. I giovani diffidano delle strutture gerarchiche e delle
appartenenze stabili, preferiscono l'impegno puntuale e misurabile al
legame associativo di lungo periodo, e vivono il volontariato come
esperienza personale più che come militanza collettiva. La sfida per il terzo
settore toscano è trovare forme di coinvolgimento che rispettino questa
sensibilità senza rinunciare alla costruzione di una base organizzata stabile:
progetti a termine ben definiti, ruoli chiari e valorizzanti, percorsi che
trasformino l'impegno spontaneo in partecipazione strutturata senza
spegnerne l'autenticità.
Figura 8b. Partecipazione al volontariato per classe d'età (valori percentuali)
L'analisi per titolo di studio rivela un'ulteriore dimensione della
partecipazione al volontariato, con un gradiente che questa volta segue la
direzione attesa: al crescere dell'istruzione cresce la partecipazione
complessiva, ma con una composizione interna che racconta storie diverse.
I laureati hanno il tasso di partecipazione totale più alto (34,4%) e
si distinguono soprattutto nel volontariato organizzato: il 17,8% è attivo in
un'associazione, più del doppio rispetto a chi ha la scuola dell'obbligo
(7,9%) e con un vantaggio netto anche sui diplomati (10,7%). Questo dato
riflette una correlazione consolidata tra capitale culturale e propensione
all'impegno civico strutturato: chi ha più istruzione dispone
tendenzialmente di più reti sociali, più fiducia nelle istituzioni e più
familiarità con le dinamiche organizzative che caratterizzano il mondo
associativo.
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Il 73,7% di chi ha la sola scuola dell'obbligo non svolge alcuna attività di
volontariato — il valore più alto tra i tre gruppi. Questo dato merita
attenzione: le persone meno istruite sono anche, come abbiamo visto,
quelle più esposte alla preoccupazione e alla fragilità economica, quelle che
più provano vergogna nel chiedere aiuto e che più ammirino i volontari.
Eppure, partecipano meno. Non si tratta di indifferenza, ma molto
probabilmente di barriere pratiche e culturali all'ingresso: mancanza di
tempo, di reti di accesso, di contesti che le raggiungano e le coinvolgano
con linguaggi adatti. Ridurre questo gap rappresenta una delle sfide più
urgenti per l'inclusività del volontariato toscano.
Figura 8c. Partecipazione al volontariato per titolo di studio (valori percentuali)
3.3. ANZIANI, FAMIGLIE FRAGILI, SANITA’: DOVE SERVONO PIÙ
VOLONTARI
Quando si chiede ai toscani in quali ambiti il contributo dei volontari sia oggi
più urgente, le risposte disegnano una mappa dei bisogni sociali percepiti
che riflette in modo preciso le fragilità della Toscana contemporanea. La
priorità assoluta è il supporto agli anziani soli o non autosufficienti, indicata
dal 38,5% degli intervistati: un dato che non sorprende in una regione con
un tasso di invecchiamento tra i più elevati d'Italia, dove la solitudine degli
anziani — già emersa come tema di preoccupazione nel primo capitolo — si
traduce in un bisogno concreto e urgente di presenza, ascolto e assistenza.
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Al secondo posto si collocano le emergenze sanitarie e l'assistenza
domiciliare alle persone fragili (31,8%), a conferma di come la dimensione
della salute — emersa anche come principale fonte di preoccupazione
individuale — rimanga un ambito in cui i servizi pubblici da soli non riescono
a coprire tutti i bisogni. Il volontariato è percepito come una rete integrativa
essenziale, capace di raggiungere chi cade nelle maglie del sistema
istituzionale.
Il terzo posto va al sostegno alle famiglie in difficoltà (26,3%), seguito dal
contrasto alla povertà e all'emarginazione (22,8%). Questi due elementi,
letti insieme, segnalano che la percezione dei bisogni prioritari è fortemente
centrata sulla fragilità economica — un'eco diretta di quanto emerso nel
capitolo precedente con il 39,5% di toscani in difficoltà reddituale. Con il
18,3%, il sostegno ai giovani in difficoltà (dipendenze, né lavoro né studio)
si colloca al quinto posto: un segnale che la condizione giovanile, pur molto
presente nel dibattito pubblico, non è ancora percepita come la priorità
assoluta nell'agenda del volontariato.
Più staccati seguono la tutela dell'ambiente (14,8%), la promozione della
cultura e dell'educazione (10,8%), l'aiuto ai migranti e l'inclusione sociale
(9,8%) e il supporto alle persone con disabilità (8,5%). Quest'ultimo dato
— il più basso tra tutti — potrebbe riflettere una minore visibilità del bisogno
o una maggiore presenza percepita di altri soggetti (pubblici o privati) in
questo ambito.
Figura 9. Problemi in Toscana che richiedono con più urgenza il contributo dei volontari
(max 2 risposte; valori percentuali)
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Pagina 35 — PDF originale
L'analisi per classe d'età dei bisogni prioritari percepiti restituisce una
mappa generazionale molto articolata, in cui accanto alle differenze attese
emergono segnali meno scontati che meritano una lettura attenta.
Il dato più lineare riguarda il supporto agli anziani: la quota di chi lo indica
come priorità cresce con l'età in modo quasi meccanico, passando dal
22,8% dei giovani 19-29 anni al 30,5% dei 30-54enni, al 45,2% dei 55-
64enni fino al 58,1% degli over 65. Più si è vicini alla condizione della
vecchiaia — per esperienza diretta o per prossimità familiare — più se ne
percepisce l'urgenza. Lo stesso vale, specularmante, per il sostegno ai
giovani in difficoltà: il 35,1% dei 19-29enni lo indica come priorità assoluta,
un valore più che doppio rispetto a tutte le altre fasce (16,4%, 13,7%,
15,1%). I giovani vedono i bisogni della propria generazione con una
nitidezza che le generazioni più anziane non possono avere per definizione.
Più sorprendente, e per questo più significativo, è il dato sull'aiuto
dei giovani ai migranti e sull'inclusione sociale. Tra i giovani di 19-29
anni il 15,8% lo indica come bisogno urgente per il volontariato — quasi tre
volte il valore dei 55-64enni (6,8%) e quasi il triplo degli over 65 (5,4%).
Si tratta di un dato che va letto in due chiavi. La prima è generazionale: i
giovani crescono in contesti scolastici e sociali più multiculturali, hanno una
maggiore familiarità con la diversità e una sensibilità più acuta verso le
forme di esclusione che riguardano chi viene da fuori. La seconda chiave è
politica: in un'epoca in cui il tema dell'immigrazione polarizza l'opinione
pubblica e genera — come abbiamo visto nel Capitolo 2 — la maggiore
percezione di conflitto sociale, la generazione più giovane si distingue per
una lettura del fenomeno migratorio orientata ai bisogni e alla solidarietà
piuttosto che alla contrapposizione.
Ancora più significativo, e in qualche misura inquietante, è il dato
sul contrasto alla povertà e all'emarginazione tra i giovani. Il 21,1%
dei 19-29enni lo indica come priorità — un valore in linea con quello degli
over 65 (23,7%) e superiore a quello dei 55-64enni (17,8%).
Tradizionalmente i giovani tendono a essere meno sensibili al tema della
povertà, percepita come una condizione distante dalla propria esperienza.
Il fatto che questa fascia lo percepisca con la stessa urgenza degli anziani
è un campanello d'allarme preciso: segnala che la povertà non è più solo
una condizione degli ultimi e dei fragili cronici, ma si sta avvicinando alla
vita quotidiana anche dei giovani, toccando amici, compagni di studio,
famiglie di origine. Il disagio economico che abbiamo misurato nel primo
capitolo trova qui una sua conferma generazionale indiretta.
Vale infine la pena sottolineare il peso della tutela dell'ambiente tra i giovani
(24,6%), quasi il triplo rispetto ai 55-64enni (8,2%) e più del doppio
rispetto agli over 65 (10,8%). Non è un bisogno di volontariato sociale in
senso stretto, ma la sua rilevanza per la fascia 19-29 indica quanto la
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dimensione ambientale sia percepita dai giovani come un'urgenza collettiva
che chiama all'impegno diretto, non meno urgente delle fragilità umane.
Figura 9b. Problemi urgenti per il volontariato per classe d'età (max 2 risposte; valori
percentuali)
3.4. COSA SAREBBE SENZA VOLONTARIATO
La domanda su cosa mancherebbe alla comunità toscana se il volontariato
non esistesse più è particolarmente rivelatrice, perché mette in luce come i
cittadini concepiscono la funzione del volontariato nella società: non come
un ornamento culturale o un'attività complementare, ma come un presidio
essenziale di welfare e coesione.
La risposta più frequente è «un aiuto concreto a chi è in difficoltà»
(29,8%), a sottolineare che la prima funzione percepita del volontariato è
pratica e materiale: portare supporto diretto a chi ne ha bisogno.
Immediatamente dietro, con il 25,5%, si colloca «servizi essenziali che lo
Stato non riesce a garantire»: un dato di grande importanza politica, che
segnala come una quota significativa di toscani veda il volontariato non
come scelta aggiuntiva e liberamente perseguita, ma come sostituto
necessario di un welfare pubblico percepito come insufficiente.
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Pagina 37 — PDF originale
La somma di queste due voci — aiuto concreto e supplenza dei servizi
pubblici — raccoglie il 55,3% delle preferenze, disegnando un volontariato
che nella percezione collettiva ha soprattutto una funzione redistributiva e
assistenziale. Le altre funzioni — il presidio vicino ai bisogni reali (10,0%),
i legami di solidarietà e coesione (8,3%), l'aiuto in emergenze (8,0%),
l'esempio positivo di impegno gratuito (7,8%) e gli spazi per i giovani
(4,3%) — raccolgono percentuali più contenute, a indicare che nella
gerarchia percepita vengono dopo l'urgenza concreta.
Figura 10. Cosa mancherebbe maggiormente alla comunità toscana se il volontariato non
esistesse più (singola risposta; valori percentuali)
L'analisi per titolo di studio di questa domanda rivela uno dei dati più
significativi dell'intera indagine sul piano della giustizia sociale: chi ha
meno strumenti culturali ed economici per affrontare le difficoltà è
anche chi sentirebbe di più la perdita del volontariato, e lo sentirebbe
in modo più immediato e materiale.
Tra le persone con la sola scuola dell'obbligo, il 39,5% indica come perdita
principale «un aiuto concreto a chi è in difficoltà» — quasi undici punti
percentuali in più rispetto ai laureati (29,3%) e agli stessi diplomati
(28,3%). Non si tratta di una sfumatura marginale, ma di un divario netto
che riflette una differenza profonda nell'esperienza vissuta del volontariato:
per chi ha meno istruzione, il volontariato non è una realtà astratta o una
36
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questione di valori civici, ma una presenza concreta e spesso indispensabile
nella propria vita o in quella delle persone vicine.
Anche il presidio vicino ai bisogni reali è indicato con maggiore frequenza
da chi ha la scuola dell'obbligo (13,2%) rispetto ai laureati (9,6%) e ai
diplomati (9,8%), a conferma che la funzione di prossimità del volontariato
— quella di essere fisicamente presente nei luoghi della fragilità — è
percepita come più preziosa da chi ha meno accesso ad altri canali di
supporto. Analogamente, gli spazi di impegno per i giovani risultano molto
più rilevanti per chi ha la scuola dell'obbligo (10,5%) che per laureati
(3,8%) e diplomati (3,4%).
Al contrario, i laureati attribuiscono un peso relativamente
maggiore alle funzioni simboliche e relazionali del volontariato. I
legami di solidarietà e la coesione locale raccolgono il 9,6% tra i laureati
contro il 5,3% tra chi ha la scuola dell'obbligo; l'esempio positivo di impegno
gratuito vale il 7,6% per i laureati e appena il 2,6% per i meno istruiti.
Questi dati non indicano che i laureati siano più distaccati dai bisogni reali,
ma che il loro rapporto con il volontariato è mediato anche da una
dimensione valoriale e culturale che chi è più esposto alla necessità
materiale non può permettersi di mettere al primo posto.
Figura 10b. Cosa mancherebbe senza volontariato per titolo di studio (singola risposta;
valori percentuali)
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3.5. COSA CHIEDE IL VOLONTARIATO ALLA POLITICA
L'ultima domanda della sezione sul volontariato chiede ai toscani cosa
dovrebbe fare la politica regionale per sostenere e valorizzare l'impegno
volontario. Le risposte compongono un'agenda politica chiara e articolata,
che mette il riconoscimento simbolico al centro ma non dimentica le
esigenze pratiche e materiali.
In cima alle priorità si colloca il riconoscimento del valore del tempo e
delle competenze donate dai volontari (33,5%): una richiesta che va oltre
il sostegno economico e tocca la sfera della dignità e del rispetto. I volontari
— e chi parla per loro — chiedono innanzitutto di essere riconosciuti come
portatori di competenze reali, non solo di buona volontà, e che il tempo
donato venga valorizzato socialmente e istituzionalmente.
La seconda priorità è la garanzia di continuità e stabilità nel tempo (31,3%):
un tema cruciale per le organizzazioni di volontariato, spesso costrette a
operare in condizioni di incertezza finanziaria e programmatica che rendono
difficile costruire progetti di medio-lungo periodo. Strettamente connesso è
il terzo punto: aumentare i finanziamenti e le risorse per il terzo settore
(29,0%), a conferma che la dimensione economica rimane centrale
nonostante il primato del riconoscimento simbolico.
Il 26,8% chiede alla politica di ascoltare di più i territori e chi fa volontariato
prima di prendere decisioni che li riguardano: una richiesta di
partecipazione e co-progettazione che segnala una diffusa sensazione di
essere esclusi dai processi decisionali. Il 22,5% invoca la semplificazione
burocratica — uno dei temi storicamente più sentiti dal mondo associativo
— e il 18,8% chiede di essere coinvolto nelle scelte, non solo nell'attuazione
delle politiche definite altrove.
Solo il 3,8% indica come priorità il rispetto dell'autonomia delle associazioni,
un dato basso che potrebbe riflettere una minore preoccupazione per
l'interferenza politica rispetto alle esigenze più concrete di risorse,
continuità e riconoscimento. Complessivamente, emerge il ritratto di un
mondo del volontariato che non chiede di essere lasciato solo, ma di essere
preso sul serio: con risorse adeguate, con stabilità programmatica, con
ascolto reale e con il rispetto del valore di ciò che fa ogni giorno.
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Figura 11. Cosa dovrebbe fare la politica in Toscana per il volontariato (max 2 risposte;
valori percentuali)
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Capitolo 4
Giovani, territori e opportunità
La condizione giovanile in Toscana occupa uno spazio centrale nell'indagine,
non solo come categoria demografica ma come termometro dello stato di
salute di una società. I giovani sono il punto in cui le tensioni strutturali —
economiche, abitative, lavorative — si manifestano con maggiore nitidezza,
perché è in questa fase della vita che le promesse del sistema vengono
messe alla prova. Questo capitolo esplora le difficoltà che i toscani — di
tutte le età — percepiscono come più pesanti per le nuove generazioni, e le
condizioni che potrebbero aiutarle a costruire un futuro nella propria
regione.
4.1. LE DIFFICOLTÀ SPECIFICHE DEI GIOVANI
La domanda sulle difficoltà che pesano di più nel costruire il futuro dei
giovani toscani produce una risposta di rara coerenza: tre problemi su sette
raccolgono insieme quasi il 130% delle preferenze cumulate — una
concentrazione che segnala non una pluralità di ostacoli diffusi, ma un
blocco strutturale preciso e identificabile.
La difficoltà a raggiungere l'autonomia economica per stipendi
troppo bassi è indicata dal 47,8% degli intervistati — quasi uno su
due — e si attesta come il problema più urgente percepito dall'intera
popolazione toscana per i propri giovani. Non la disoccupazione in senso
stretto, ma qualcosa di più sottile e forse più grave: il lavoro c'è, ma non
paga abbastanza. Lavorare e non riuscire comunque a costruirsi una vita
autonoma è la frustrazione che la maggioranza dei toscani riconosce come
il cuore del problema giovanile.
Strettamente connessa è la difficoltà a trovare un lavoro stabile e
dignitoso (42,3%), che completa il quadro dal lato della qualità
occupazionale. Le due voci insieme — bassa retribuzione e instabilità —
descrivono un mercato del lavoro che per i giovani fatica a offrire ciò che
dovrebbe: non solo un'occupazione, ma un punto di partenza credibile per
una vita adulta.
Al terzo posto, con il 40,3%, si colloca la precarietà abitativa: affitti
alti, difficoltà a trovare casa a prezzi accessibili, impossibilità pratica di
andare a vivere da soli. La casa chiude la triade e ne rivela la logica interna:
stipendi bassi + lavoro instabile + affitti inaccessibili formano un circolo
vizioso da cui è difficile uscire. Non si può permettersi casa senza un reddito
adeguato, non si può costruire stabilità lavorativa senza un punto
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d'appoggio abitativo, non si può progettare una famiglia senza entrambi.
Tre nodi che si stringono l'uno sull'altro.
Significativamente distaccata da questa triade si colloca la mancanza di
prospettive chiare e di fiducia nel futuro, indicata dal 24,0% degli
intervistati. Non è un problema materiale — non riguarda il lavoro o la casa
in senso diretto — ma una dimensione psicologica e culturale: la difficoltà a
immaginare un futuro possibile, a credere che le cose possano migliorare,
a sentirsi parte di un progetto collettivo che offra direzione. Un quarto dei
toscani vede nei giovani non solo una mancanza di risorse, ma una
mancanza di orizzonte.
Figura 11. Difficoltà che pesano maggiormente nel costruire il futuro dei giovani toscani
(max 2 risposte; valori percentuali)
L'incrocio con il titolo di studio rivela un quadro articolato, in cui alcune
difficoltà sono percepite in modo trasversale da tutta la popolazione
indipendentemente dal livello di istruzione, mentre altre seguono gradienti
precisi che riflettono posizioni sociali diverse.
Il dato più sorprendente dell'intera tavola riguarda gli stipendi
troppo bassi. La difficoltà a raggiungere l'autonomia economica è indicata
dal 47,8% dei laureati, dal 47,8% dei diplomati e dal 47,4% di chi ha la
scuola dell'obbligo: tre valori pressoché identici, separati da meno di mezzo
punto percentuale. In un'indagine in cui quasi tutte le variabili mostrano
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differenze significative per titolo di studio, questa uniformità è un segnale
potente: la percezione che i giovani guadagnino troppo poco per costruirsi
una vita non è un'opinione delle classi popolari né una preoccupazione delle
élite culturali, ma una convinzione trasversale che attraversa l'intera società
toscana indipendentemente dalle risorse culturali e dall'esperienza
personale. È un verdetto condiviso sul mercato del lavoro giovanile.
Le differenze emergono chiaramente sulle altre voci. Il lavoro stabile
e dignitoso è indicato soprattutto dai diplomati (46,8%) e da chi ha la scuola
dell'obbligo (42,1%), mentre i laureati si fermano al 36,3%. Un divario di
oltre dieci punti che riflette la diversa posizione nel mercato del lavoro: chi
ha una laurea gode tendenzialmente di maggiore protezione dall'instabilità
occupazionale, anche se non dall'insufficienza salariale. La precarietà
abitativa, al contrario, pesa di più sui laureati (44,6%) che sui diplomati
(36,6%): chi ha studiato a lungo ha vissuto in affitto per anni durante gli
studi, si è trasferito in città più care, e percepisce con più acutezza il blocco
che il costo della casa rappresenta per l'autonomia.
Il dato più significativo per le implicazioni che porta è quello sulla mancanza
di prospettive e fiducia nel futuro. Questa voce registra il 36,8% tra chi ha
la scuola dell'obbligo — quasi il doppio rispetto ai diplomati (20,5%) e dieci
punti sopra i laureati (25,5%). Chi ha meno strumenti culturali per
interpretare la complessità del presente sente più profondamente il
disorientamento, la perdita di bussola, l'incapacità di immaginare un futuro
possibile. Non è un paradosso: spesso è proprio chi ha meno accesso alle
reti informative, alle letture del contesto, alle narrazioni alternative che si
trova più esposto allo smarrimento quando le certezze collettive vengono
meno.
Sul versante opposto, il senso di solitudine e isolamento è invece più
acuto tra i laureati (10,2%) rispetto ai diplomati (9,3%) e soprattutto a
chi ha la scuola dell'obbligo (5,3%). Un gradiente inverso che suggerisce
come chi ha più istruzione sia più consapevole — e più disposto ad
ammettere — una fragilità relazionale che nelle fasce meno istruite rimane
probabilmente più sommersa o meno riconosciuta come tale.
Analogamente, la pressione sociale e le aspettative elevate pesano di più
tra i diplomati (12,7%) rispetto a laureati (8,3%) e a chi ha la scuola
dell'obbligo (5,3%): un profilo che rispecchia quella fascia intermedia che
si misura con aspettative di successo senza disporre sempre degli strumenti
per raggiungerle.
Nel complesso, la lettura per titolo di studio del problema giovanile rivela
una Toscana in cui l'unica emergenza davvero universale è quella salariale
— sentita con uguale intensità da tutti — mentre le altre difficoltà si
distribuiscono in modo differenziato, componendo per ciascun gruppo
sociale una combinazione specifica di ostacoli da affrontare.
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Figura 11b. Difficoltà dei giovani toscani per titolo di studio (max 2 risposte; valori
percentuali)
L'incrocio con la classe d'età produce forse il risultato più sorprendente
dell'intero capitolo: i giovani di 18-29 anni non descrivono le stesse difficoltà
che il resto della popolazione attribuisce loro. Alcune conferme, alcune
inversioni inattese, e due segnali che meritano una lettura approfondita.
Il dato più contro-intuitivo riguarda il lavoro stabile e dignitoso.
Mentre over 65 (51,6%), 55-64enni (45,2%) e 30-54enni (40,7%) lo
indicano in modo crescente come la difficoltà principale dei giovani, i giovani
stessi lo mettono in fondo alla propria lista con solo il 28,1% — quasi 24
punti in meno degli anziani. Questo non significa che il problema non esista,
ma che i giovani lo vivono con una prospettiva diversa: chi è già dentro il
mercato del lavoro, anche precariamente, tende a percepire più acutamente
i problemi di reddito e di casa che non quello di trovare un'occupazione in
senso stretto. Le generazioni più anziane proiettano sui giovani una
preoccupazione occupazionale che riflette forse più la propria memoria
storica che la realtà attuale.
Gli stipendi troppo bassi confermano invece la loro natura trasversale anche
nell'incrocio per età, pur con sfumature: i 30-54enni li indicano con la
massima intensità (54,2%), mentre i giovani si fermano al 45,6% —
comunque molto alto. La precarietà abitativa è sentita con forza simile dai
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giovani (43,9%) e dagli over 65 (44,1%), che probabilmente proiettano la
propria preoccupazione di genitori o nonni.
Il primo segnale distintivo e sorprendente riguarda la conciliazione
tra studio, lavoro e vita personale dei giovani. Il 24,6% dei giovani la
indica come difficoltà rilevante — un valore quasi cinque volte superiore a
quello dei 30-54enni (5,1%) e praticamente assente nelle fasce più anziane
(1,4% e 4,3%). Si tratta di una difficoltà quasi esclusivamente giovanile,
invisibile allo sguardo delle altre generazioni: la pressione di dover studiare,
lavorare per mantenersi, costruire relazioni e trovare tempo per sé stessi
contemporaneamente. Non è il conflitto lavoro-famiglia tipico degli adulti,
ma qualcosa di più liquido e pervasivo, che riflette la complessità di una
fase di vita in cui tutto accade insieme e niente è ancora definito.
Il secondo segnale, forse ancora più significativo, è quello sul senso
di solitudine e isolamento. Il 14,5% dei giovani lo indica come difficoltà
rilevante nel costruire il futuro — quasi il doppio rispetto ai 30-54enni
(8,5%) e agli over 65 (7,5%). Questo dato è sorprendente perché contrasta
con l'immagine comune dei giovani come generazione iperconnessa e
socialmente attiva: i giovani fanno gruppo, frequentano i propri pari, vivono
relazioni intense. Eppure, dichiarano una solitudine superiore a quella delle
generazioni più anziane. È una solitudine diversa da quella degli anziani —
non fisica o da abbandono, ma esistenziale: il senso di non appartenere
davvero a nessuna comunità stabile, di essere connessi a molti ma
profondamente legati a pochi, di navigare in un mare di relazioni superficiali
senza trovare un ancoraggio. Una fragilità silenziosa che i dati portano in
superficie e che le politiche per i giovani ignorano quasi sempre.
La mancanza di prospettive e fiducia nel futuro segue un gradiente opposto:
cresce con l'età, passando dal 15,8% dei giovani al 29,0% degli over 65.
Le generazioni adulte e anziane sembrano preoccuparsi dello smarrimento
giovanile più di quanto i giovani stessi se ne preoccupino. Può sembrare
paradossale, ma ha una sua logica: i giovani vivono nel presente della
difficoltà, non nel futuro dell'angoscia. È chi li guarda dall'esterno, con la
consapevolezza di cosa richiederebbe costruirsi una vita dignitosa, a
sentirne il peso con maggiore intensità.
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Figura 11c. Difficoltà dei giovani toscani per classe d'età (max 2 risposte; valori
percentuali)
4.2. LE DOMANDE MAGGIORI: FORMAZIONE E RICONOSCIMENTO
Dopo aver mappato le difficoltà, l'indagine chiede ai toscani cosa servirebbe
davvero per aiutare i giovani a sentirsi parte della comunità e a partecipare
alla vita del territorio. Le risposte disegnano un'agenda chiara, articolata su
tre livelli distinti: un intervento prioritario e nettamente dominante, un
secondo cluster di domande relazionali e simboliche, e un terzo livello di
bisogni di prossimità e incontro.
I percorsi di formazione e orientamento capaci di aiutare i giovani
a costruire il proprio futuro raccolgono il 40,8% delle preferenze —
una quota che distacca di quasi 15 punti la seconda risposta in classifica e
che segnala un consenso molto ampio attorno a una priorità precisa. Il
messaggio è coerente con quanto emerso nel paragrafo precedente: se il
problema principale dei giovani è la difficoltà a costruirsi un futuro credibile
— per stipendi bassi, lavoro instabile e casa inaccessibile — la risposta che
la società indica come più urgente è dotarli degli strumenti per orientarsi.
Non corsi fine a se stessi, ma percorsi capaci di connettere competenze,
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aspettative e opportunità reali: una formazione che non lasci i giovani soli
davanti alla complessità del mercato del lavoro e delle scelte di vita.
Al secondo e terzo posto si collocano due risposte strettamente
imparentate che insieme raccolgono il 51,3% delle preferenze
cumulate. Il maggiore ascolto e coinvolgimento dei giovani nelle decisioni
che li riguardano (26,3%) e il sentirsi riconosciuti e presi sul serio dalle
istituzioni e dalla comunità (25,0%) compongono un cluster che parla di
voce e di dignità più che di risorse materiali. I toscani sembrano dire che i
giovani non hanno bisogno solo di opportunità concrete, ma di essere
trattati da interlocutori adulti: ascoltati, coinvolti, riconosciuti come soggetti
portatori di idee e non solo come destinatari di politiche. Una domanda di
partecipazione reale che le istituzioni faticano spesso a soddisfare.
Lette nel loro insieme, queste risposte disegnano un modello di comunità
giovanile desiderata che non è né individualista né puramente assistenziale:
i giovani hanno bisogno di strumenti per orientarsi (formazione), di voce
per essere ascoltati (partecipazione), di relazioni per non essere lasciati soli
(adulti di riferimento e impegno collettivo), e di spazi fisici e simbolici in cui
tutto questo possa accadere. Una domanda che interpella al tempo stesso
le istituzioni, le comunità locali e il mondo del volontariato.
Figura 12. Condizioni che aiuterebbero i giovani a sentirsi parte della comunità (max 2
risposte; valori percentuali)
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UNA GENERAZIONE IN CERCA DI RICONOSCIMENTO
I dati di questo capitolo, letti nel loro insieme, restituiscono un'immagine
della condizione giovanile toscana più complessa e più inquietante di quanto
il dibattito pubblico tenda a rappresentare. Il problema dei giovani non è —
o non è soltanto — la difficoltà a trovare un lavoro. Quella è la superficie
visibile di una difficoltà più profonda: l'impossibilità di diventare una
presenza riconoscibile e riconosciuta nella società in cui si vive.
Il nucleo della questione è economico, ma non si esaurisce
nell'economia. Stipendi troppo bassi (47,8%), precarietà abitativa
(40,3%) e instabilità lavorativa (42,3%) formano quella triade che abbiamo
descritto nel paragrafo 4.1: tre blocchi che si intrecciano e si alimentano a
vicenda, impedendo ai giovani di raggiungere quella soglia minima di
autonomia a partire dalla quale diventa possibile costruire una vita adulta.
Non avere abbastanza denaro per pagare un affitto, non avere un contratto
stabile su cui fare affidamento, non riuscire a immaginare come si potrà
vivere tra cinque anni: queste non sono difficoltà contingenti, ma condizioni
strutturali che erodono la capacità stessa di progettare e di appartenere.
Ma il dato forse più rilevante emerso dall'analisi riguarda la dimensione
simbolica e relazionale del disagio giovanile. Il 26,3% dei toscani indica
come condizione prioritaria per i giovani il maggiore ascolto e
coinvolgimento nelle decisioni che li riguardano, e il 25,0% il sentirsi
riconosciuti e presi sul serio dalle istituzioni e dalla comunità. Insieme,
questi due bisogni raccolgono il 51,3% delle preferenze cumulate — una
quota altissima che parla di una domanda di cittadinanza prima ancora che
di welfare. I giovani non chiedono solo risorse: chiedono di contare, di avere
voce, di essere trattati da soggetti della vita collettiva e non da oggetti delle
politiche. Una domanda che le istituzioni, a tutti i livelli, faticano
strutturalmente a soddisfare.
A questa domanda di riconoscimento si affianca una domanda di
senso e di orientamento. Il 40,8% indica i percorsi di formazione e
orientamento come la condizione più urgente per aiutare i giovani a sentirsi
parte della comunità — una quota che distacca di oltre 14 punti la seconda
risposta. Non si tratta semplicemente di domanda di istruzione formale, ma
di qualcosa di più profondo: la richiesta di essere accompagnati in una fase
della vita in cui tutto è aperto e niente è definito, in cui le scelte da compiere
sono molte e le bussole scarse. Il 24,6% dei giovani che fatica a conciliare
studio, lavoro e vita personale — un valore quasi cinque volte superiore a
quello delle altre fasce d'età — racconta di una generazione che non manca
di impegno, ma di struttura: di percorsi chiari, di figure che orientino, di
contesti che aiutino a dare forma al proprio percorso.
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Pagina 49 — PDF originale
E poi c'è il segnale più inatteso: il 14,5% dei giovani che dichiara un senso
di solitudine e isolamento, quasi il doppio rispetto alle generazioni adulte. È
un dato che sfida l'immagine comune dei giovani come generazione
iperconnessa e socialmente vivace. La loro solitudine non è quella
dell'abbandono fisico, ma quella dell'invisibilità: sentirsi presenti senza
essere visti, connessi senza essere ascoltati, attivi senza riuscire a incidere.
Una solitudine esistenziale che prospera proprio nell'epoca in cui le relazioni
sono più numerose e più superficiali che mai.
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Pagina 50 — PDF originale
Capitolo 5
Felicità e benessere
Chiedere alle persone cosa le renderebbe più felici è una domanda
apparentemente semplice, ma capace di rivelare gerarchie di valori, attese
profonde e contraddizioni che nessuna statistica economica riesce da sola a
portare in superficie. Questo capitolo esplora le condizioni di benessere
percepite dai toscani — cosa manca, cosa si desidera, dove si radica la
speranza di una vita migliore — e mette a confronto queste aspirazioni con
le fragilità rilevate nei capitoli precedenti.
5.1. LE RADICI DELLA FELICITÀ: ECONOMIA, SALUTE E INTIMITA’
La domanda è netta e senza possibilità di risposta multipla: se dovesse
scegliere una sola cosa capace di aumentare il suo benessere o la sua felicità
nei prossimi anni, quale sarebbe? La costrizione alla scelta singola obbliga
una gerarchia, e la gerarchia che emerge è rivelante.
La sicurezza economica è indicata dal 38,0% dei toscani — più di
uno su tre. Un valore che domina la classifica con un distacco enorme
rispetto alla seconda risposta: quasi venti punti separano la sicurezza
economica dalla salute (18,0%). Questo dato non è una sorpresa se letto
alla luce di quanto emerso nei capitoli precedenti — il 39,5% dei toscani
fatica ad arrivare a fine mese, la preoccupazione economica è la prima fonte
di ansia per quasi un quarto della popolazione — ma la sua entità colpisce
comunque. Quando si chiede di immaginare la propria felicità futura, la
risposta più frequente non è un desiderio romantico, un'ambizione
professionale o un sogno di libertà: è la tranquillità di non dover pensare ai
soldi. Un bisogno di base che, quando non è soddisfatto, occupa tutto lo
spazio disponibile e lascia poco posto ad altro.
Al secondo posto, con il 18,0%, una salute migliore — fisica e/o
mentale. Una risposta che potrebbe sembrare ovvia, ma che in questa
formulazione acquisisce un peso specifico: non si tratta di guarire da una
malattia, ma di aspirare a un benessere corporeo e psicologico che molti
percepiscono come precario o insufficiente. L'inclusione della salute mentale
nella risposta — esplicitata tra parentesi nel questionario — segnala quanto
sia cresciuta la consapevolezza di questa dimensione: non più tabù o
debolezza privata, ma bisogno legittimo e collettivo. Insieme, sicurezza
economica e salute raccolgono il 56,0% delle risposte: oltre la metà dei
toscani concentra la propria idea di felicità attorno a questi due
fondamentali.
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Il terzo livello è composto da quella che si può leggere come la sfera intima
e relazionale. Più tempo da dedicare a famiglia e affetti personali (11,3%)
e più tempo per coltivare se stessi e i propri interessi (7,8%) sono risposte
diverse ma complementari: entrambe parlano di tempo sottratto — alle
obbligazioni lavorative, alle pressioni economiche, alla stanchezza
quotidiana — e restituito alla vita vera. Sommandole si ottiene il 19,1%
della popolazione che, se potesse scegliere una cosa sola, sceglierebbe di
recuperare qualità e presenza nella propria vita personale più intima. Un
desiderio che non si acquista con un aumento di stipendio, ma che è spesso
impedito dalla necessità di lavorare troppo o di portare un carico di stress
che non lascia spazio.
Le migliori relazioni personali e sociali si collocano al quarto posto
con il 9,5%. Un valore non trascurabile, che segnala come per quasi uno
su dieci dei toscani la qualità dei legami — non la loro quantità —
rappresenti la principale opportunità di felicità ancora inesplorata. Seguono
il desiderio di un ambiente più sano e sostenibile (8,0%), rilevante ma non
dominante, e un lavoro più soddisfacente e pieno di senso (6,0%):
quest'ultimo sorprende per la sua relativa modestia, a conferma che in una
fase storica segnata dalla fragilità economica, la qualità del lavoro passa in
secondo piano rispetto alla sua semplice esistenza.
Figura 13. Cosa potrebbe aumentare il benessere o la felicità nei prossimi anni (singola
risposta; valori percentuali)
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5.2. IL PARADOSSO DIGITALE: CONNESSI A TUTTI, VICINI A
NESSUNO
La domanda sui media digitali — social media, intelligenza artificiale,
internet — pone ai toscani una delle questioni più dibattute del nostro
tempo: questi strumenti che promettono connessione senza confini
avvicinano davvero le persone, o finiscono per costruire un mondo in cui
ognuno sta nella propria bolla, più solo di prima? La risposta è netta, e
difficilmente lascia spazio a interpretazioni ottimistiche.
Il 57,5% dei toscani ritiene che i media digitali creino distanza
fisica, sociale ed emotiva tra le persone. Quasi sei su dieci. Non una
minoranza critica, non una generazione anziana distante dalla tecnologia,
ma la maggioranza assoluta della popolazione. Una convinzione che
attraversa trasversalmente la società toscana e che esprime qualcosa di più
profondo di una semplice diffidenza verso il nuovo: la percezione vissuta,
quotidiana, che le ore passate davanti a uno schermo sottraggano qualcosa
alle relazioni reali, alla presenza fisica, alla capacità di stare davvero con gli
altri.
Solo il 14,3% — meno di uno su sette — ritiene che i media digitali
producano alla fine più relazioni vere e non solo virtuali. È la risposta
minoritaria in modo netto, quella che si discosta di oltre 40 punti dalla
posizione dominante. Il 28,3% restante adotta una posizione intermedia —
le due cose si bilanciano — che potrebbe sembrare prudente e ragionevole,
ma che in realtà tende a spostare ulteriormente il peso verso il versante
critico: chi non si schiera apertamente per la distanza non si schiera
nemmeno per la connessione.
Questo dato va letto con attenzione nel contesto più ampio del capitolo. Nel
paragrafo precedente, il 9,5% dei toscani indicava le migliori relazioni
personali e sociali come la singola cosa che potrebbe aumentare di più la
propria felicità. E in tutto il report, il senso di solitudine e isolamento emerge
come una delle dimensioni emotive più presenti e più pesanti, dalla
preoccupazione cronica del Capitolo 1 alla solitudine giovanile del Capitolo
4. Il giudizio negativo sui media digitali non è dunque una posizione
ideologica astratta: è la razionalizzazione di un'esperienza vissuta, il
tentativo di dare un nome a qualcosa che molti sperimentano nella propria
vita quotidiana.
C'è un paradosso al cuore di questo dato che vale la pena nominare.
I media digitali sono stati progettati e venduti come strumenti di
connessione: ci permettono di restare in contatto con amici lontani, di
trovare comunità di persone con i nostri stessi interessi, di condividere
momenti e pensieri in tempo reale. Eppure la maggioranza di chi li usa
quotidianamente ha la sensazione opposta: di essere più separata, più
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chiusa, più sola. Non è una contraddizione: è il risultato di meccanismi
progettuali che privilegiano l'engagement individuale — il tempo passato
sulla piattaforma, lo scroll infinito, la gratificazione immediata — rispetto
alla qualità delle relazioni. Si è connessi a molti e presenti per nessuno.
Per il volontariato e il terzo settore, questo dato contiene una riflessione
importante. Se la maggioranza dei toscani percepisce i media digitali come
una forza di distanza e non di avvicinamento, allora la sfida
dell'appartenenza comunitaria — quella che i giovani del Capitolo 4 cercano
senza trovarla — non si risolve investendo semplicemente in presenza
digitale e comunicazione social. Si risolve creando e difendendo gli spazi
fisici, le occasioni di incontro reale, le relazioni faccia a faccia che la
tecnologia non può sostituire e che anzi, nella percezione collettiva,
contribuisce a erodere. Il valore degli spazi comunitari, delle associazioni di
quartiere, degli incontri in presenza non è mai stato così evidente — e mai
così controcorrente rispetto alle tendenze dominanti.
Figura 14. I media digitali avvicinano o allontanano le persone? (singola risposta; valori
percentuali)
L'incrocio con la classe d'età rivela la dimensione forse più interessante di
questo dato: il giudizio sui media digitali non è uniforme, ma si divide
nettamente tra i giovani — i loro utilizzatori principali — e tutto il resto della
popolazione. Una frattura generazionale che non è soltanto di abitudine
tecnologica, ma di percezione profonda di ciò che la tecnologia fa alle
relazioni umane.
Tra i 18-29 anni la risposta dominante è il bilanciamento. Il 42,1%
dei giovani ritiene che le due cose si bilancino — che i media digitali portino
insieme avvicinamento e allontanamento, senza che l'uno prevalga
definitivamente sull'altro. La distanza viene indicata solo dal 33,3%, meno
di uno su tre, e sorprendentemente il 24,6% — quasi uno su quattro —
ritiene addirittura che i media digitali producano più relazioni vere. Sono i
52
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valori più ottimistici dell'intera tavola, e stanno tutti nella fascia che usa
questi strumenti di più, con più naturalezza, da più tempo.
Questo non significa che i giovani siano ingenui o inconsapevoli dei rischi
della tecnologia — il 14,5% che si dichiara solo nel Capitolo 4 suggerisce il
contrario. Significa piuttosto che per chi è cresciuto con lo smartphone in
mano, la distinzione tra relazioni online e offline è meno netta, meno carica
di valore, meno angosciante. I giovani non vivono due mondi separati —
quello digitale e quello reale — ma un unico spazio ibrido in cui i confini tra
i due si sono dissolti. La conversazione su Instagram è parte della relazione,
non un suo surrogato. Il gruppo WhatsApp non sostituisce l'amicizia: la
prolunga.
Il quadro cambia radicalmente a partire dai 30-54 anni. In questa
fascia la distanza sale al 63,3% — quasi trenta punti in più rispetto ai
giovani — e il bilanciamento crolla al 23,7%. Il giudizio negativo sui media
digitali diventa la posizione maggioritaria e netta, condivisa da quasi due su
tre. È la generazione che ha vissuto la transizione: ha conosciuto le relazioni
prima degli smartphone, sa come ci si sentiva quando non c'erano le
notifiche, e può fare il confronto. La nostalgia per ciò che si è perduto rende
il giudizio più severo di quello di chi non ha mai conosciuto alternativa.
Tra i 55-64 anni il picco critico raggiunge il 64,4% — il valore più alto
dell'intera tavola — con il bilanciamento ridotto al 21,9% e le relazioni vere
all'13,7%. Sono la generazione per cui l'adozione tecnologica è stata in
parte forzata, in parte vissuta come estraneità: utilizzano gli strumenti
digitali, spesso con competenza, ma non li sentono propri. Il giudizio
negativo è forse anche il riflesso di un'esperienza di esclusione — di un
mondo che si è digitalizzato intorno a loro più velocemente di quanto
riuscissero ad abitarlo.
Gli over 65 mostrano un profilo parzialmente diverso dagli altri
adulti. La distanza rimane dominante (55,9%) ma scende di quasi dieci
punti rispetto ai 55-64enni, mentre il bilanciamento risale al 33,3% — un
valore quasi doppio rispetto alle due fasce adulte intermedie. È un dato
apparentemente paradossale: la fascia che usa meno i media digitali è
anche quella che li giudica con meno severità? Una possibile spiegazione è
che gli anziani li usino principalmente per tenere i contatti con figli e nipoti
— videochiamate, messaggi, foto condivise — e che questa esperienza
specifica, orientata alla cura dei legami familiari, produca un'esperienza
concretamente positiva che attenua il giudizio complessivo.
Il quadro complessivo che emerge dall'incrocio generazionale è quello di
una tecnologia che fa cose diverse a persone diverse, a seconda di come la
si usa e di quale vita relazionale si porta con sé prima di accenderlo
schermo. Per i giovani è un ambiente nativo, ambivalente ma non
minaccioso. Per gli adulti è un confronto con ciò che si è perso. Per gli
53
Pagina 55 — PDF originale
anziani è spesso uno strumento di cura dei legami già esistenti. Tre
esperienze dello stesso oggetto che producono tre giudizi molto diversi — e
che sfidano qualsiasi risposta unica alla domanda su cosa fa davvero la
tecnologia alle relazioni umane.
Figura 14b. I media digitali avvicinano o allontanano le persone? Per classe d'età (singola
risposta; valori percentuali)
A differenza dell'incrocio per età, quello per genere non rivela fratture
profonde: uomini e donne condividono in larga misura la stessa visione
critica dei media digitali, con scarti contenuti che si muovono entro pochi
punti percentuali. Il giudizio negativo sulla tecnologia digitale è trasversale
al genere e non si lascia facilmente ricondurre a una sensibilità femminile o
maschile specifica.
La distanza emotiva e sociale prodotta dai media digitali è percepita
dal 56,1% degli uomini e dal 58,9% delle donne — uno scarto di soli
2,8 punti che non configura una vera differenza di percezione, ma conferma
semmai l'universalità del giudizio critico già registrato nelle frequenze
generali. Stesso dicasi per il bilanciamento: 27,3% gli uomini, 29,2% le
donne, con una differenza di meno di due punti. Su queste due opzioni,
uomini e donne si comportano sostanzialmente allo stesso modo.
L'unica differenza degna di nota riguarda la convinzione che i media
digitali producano relazioni vere. Il 16,7% degli uomini la sostiene,
contro l'11,9% delle donne — un divario di 4,8 punti percentuali che, pur
modesto in termini assoluti, è il più ampio dell'intera tavola di genere e
suggerisce una lettura. Gli uomini tendono ad attribuire ai media digitali
54
Pagina 56 — PDF originale
una maggiore capacità di generare connessioni autentiche: un dato che può
riflettersi nell'uso diverso che i due generi fanno di questi strumenti. Le
donne, che storicamente curano la qualità dei legami relazionali con
maggiore attenzione e investimento emotivo, potrebbero essere più
esigenti nel valutare cosa costituisce una «relazione vera» — e quindi più
critiche nei confronti di ciò che la tecnologia offre su questo piano.
Figura 14c. I media digitali avvicinano o allontanano le persone? Per genere (singola
risposta; valori percentuali)
FELICITÀ, RELAZIONI E TECNOLOGIA: UN QUADRO COMPOSITO
Rileggendo insieme i dati di questo capitolo, emerge un'immagine della
felicità toscana che è al tempo stesso più semplice e più complessa di
quanto il dibattito pubblico tenda a rappresentare. Più semplice nei bisogni
primari — la sicurezza economica, la salute — che dominano con una forza
che non ammette ambiguità. Più complessa nelle sue sfumature, perché
dietro la risposta maggioritaria si apre un ventaglio di desideri personali e
intimi che parlano di una società che vuole non solo sopravvivere, ma
vivere.
Il peso dell'economia è reale e non va minimizzato. Il 38,0% che
indica la sicurezza economica come la singola condizione capace di
aumentare la propria felicità è un numero che parla da solo — il doppio della
seconda risposta, quasi quattro volte il valore della voce che lo segue nella
classifica. Questo dato si inscrive coerentemente in tutto ciò che il report
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Pagina 57 — PDF originale
ha raccontato: la preoccupazione economica che pesa come primo item
emotivo nel Capitolo 1, la fragilità reddituale del 39,5% che fatica ad
arrivare a fine mese nel Capitolo 1, la triade lavoro-stipendi-casa che blocca
i giovani nel Capitolo 4. La felicità desiderata ha un fondamento materiale
che non si può ignorare senza tradire la realtà.
La questione dei media digitali introduce nel capitolo una
complessità ulteriore e per certi versi inattesa. Il 57,5% dei toscani
che li vede come forza di distanza piuttosto che di connessione è un giudizio
severo e condiviso — ma l'incrocio generazionale ne rivela la profonda
disomogeneità. Per le generazioni adulte e anziane, il verdetto è netto: i
media digitali allontanano, creano bolle, sostituiscono la presenza con la
notifica. E in questo giudizio c'è probabilmente qualcosa di vero: per chi ha
costruito la propria rete di relazioni prima dell'era degli smartphone, la
tecnologia digitale è arrivata a disturbare un equilibrio già formato, a
frammentare abitudini consolidate, a introdurre una distrazione
permanente nel tessuto delle relazioni quotidiane.
Ma tra i 18-29 anni il quadro è radicalmente diverso. I giovani non vedono
i media digitali come una forza di disgregazione: li vivono come un ambiente
ambivalente, in cui l'avvicinamento e l'allontanamento coesistono senza che
l'uno prevalga sull'altro. Il 42,1% sceglie il bilanciamento, il 24,6% vede
addirittura più relazioni vere. Come interpretare questa differenza?
Una prima lettura è strutturale: i giovani usano questi strumenti in modo
diverso dagli adulti — non per mantenere relazioni già esistenti che
rischiano di diluirsi, ma per costruirne di nuove, per trovare comunità di
simili, per esplorare identità ancora in formazione. Per loro il confine tra
online e offline non è mai stato netto, e quindi la domanda stessa — i media
digitali avvicinano o allontanano? — potrebbe non avere per loro lo stesso
significato che ha per chi ha conosciuto le relazioni prima di Internet.
Una seconda lettura è più cauta e introduce una domanda aperta. I
giovani socializzano naturalmente di più tra loro, indipendentemente dal
mezzo: è una tendenza che ha radici biologiche e culturali che precedono i
social media. È quindi possibile che la loro minore percezione di distanza
prodotta dalla tecnologia non sia un effetto della tecnologia stessa, ma della
loro fase di vita — e che tra dieci o vent'anni, quando avranno costruito le
proprie reti di relazioni adulte e sperimenteranno la stessa frammentazione
che oggi lamentano i loro genitori, il loro giudizio sui media digitali diventi
altrettanto critico. Gli effetti della tecnologia a lungo termine sulla capacità
delle persone di costruire legami profondi, stabili e fisicamente presenti
rimangono, per ora, una domanda aperta.
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Pagina 58 — PDF originale
Sintesi e conclusioni:
Sotto pressione, ma non soli
Ogni indagine ha una domanda profonda che non compare in nessun
questionario, ma che emerge tra le righe quando si leggono i dati nel loro
insieme. La domanda che attraversa questo rapporto è: come sta tenendo
il tessuto della vita comune in Toscana? La risposta che i dati restituiscono
non è né ottimistica né pessimistica. È la risposta di una società che
resiste, che porta un peso crescente, e che continua a cercare — nei
legami, nel volontariato, nella comunità — le risorse per alleggerirlo.
Una pressione reale, non percepita
Il primo messaggio che il rapporto consegna con forza è che la pressione
emotiva e materiale dei toscani non è un'impressione soggettiva, ma una
condizione documentabile con precisione. Il 47,6% vive la preoccupazione
per il futuro come uno stato abituale. Il 44,0% è attraversato da stress e
ansia con frequenza strutturale. La frustrazione e la rabbia si attestano al
32,3% ciascuna, con una simmetria che dice molto: due risposte diverse
allo stesso disagio di fondo, l'impotenza e la protesta. Di fronte a tutto
questo, la fiducia e l'ottimismo reggono solo nel 25,8% — quasi la metà di
chi porta preoccupazione.
Questa pressione ha radici materiali precise che il rapporto ha
documentato con cura. Il 39,5% dei toscani fatica ad arrivare a fine mese.
La sicurezza economica è indicata dal 38% come la singola condizione
capace di aumentare la propria felicità. Le due cifre si corrispondono quasi
perfettamente: la mappa dei bisogni insoddisfatti e quella dei desideri di
felicità disegnano lo stesso territorio. Non è una società in crisi acuta, ma
una società sotto una pressione lenta e continua che logora nel tempo,
consuma le energie e alimenta quelle ansie croniche che i dati del Capitolo
1 hanno fotografato con precisione.
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Pagina 59 — PDF originale
Una società più conflittuale
La conflittualità percepita è il secondo dato strutturale del rapporto. Solo il
3,5% dei toscani non avverte un clima di tensione crescente: la quasi
totalità della popolazione vive in un contesto sociale che percepisce come
più frammentato, più polarizzato, più difficile da abitare insieme. Le
fratture che preoccupano di più riguardano i rapporti tra italiani e stranieri
(34,3%), la polarizzazione politica (32,5%) e — dato generazionalmente
rilevante — il confine tra i social media e il mondo reale (29,5%). La
disuguaglianza economica (28,0%) chiude un quadro in cui le tensioni si
alimentano reciprocamente: più si percepisce ingiustizia distributiva, più si
cercano capri espiatori; più il clima politico si polarizza, più il tessuto
comunitario si assottiglia.
Il terzo messaggio del rapporto riguarda il volontariato — il suo cuore
tematico. Il 79,3% dei toscani considera i volontari persone da ammirare
che fanno del bene: un capitale di stima straordinario, superiore a quello
che si registra per quasi ogni altra istituzione o categoria. Il calo rispetto
al picco del 2025 (84,4%) non deve allarmare, ma nemmeno essere
ignorato: in un clima sociale più teso e più sfiduciato, anche il giudizio
verso chi si impegna gratuitamente risente di un'atmosfera generale che
tende a smorzare gli entusiasmi.
Più rilevante è la questione della partecipazione. Solo il 13,5% fa
volontariato organizzato, mentre il 20,4% pratica forme spontanee di
aiuto. Il divario è eloquente: molti sentono il bisogno di fare qualcosa per
gli altri, ma le organizzazioni strutturate non riescono a intercettarli. Il
volontariato ha un problema di rinnovamento generazionale — i giovani
partecipano pochissimo alle forme organizzate (3,5%) pur avendo alto
volontariato spontaneo (26,3%) — e un problema di trasversalità
educativa: chi ha meno istruzione partecipa meno, ma è anche quello che
più avrebbe bisogno del volontariato come rete di protezione materiale
(39,5% vede in esso un aiuto concreto a chi è in difficoltà). Una doppia
asimmetria che il terzo settore deve saper affrontare con linguaggi e
forme di impegno rinnovate.
I giovani: non solo lavoro, ma riconoscimento
Il Capitolo 4 ha chiarito che la questione giovanile è più complessa di
quanto il dibattito pubblico rappresenti. La triade economico-abitativa —
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Pagina 60 — PDF originale
stipendi troppo bassi (47,8%), lavoro instabile (42,3%), casa inaccessibile
(40,3%) — è reale e urgente. Ma accanto a essa emerge una domanda
che i dati rendono visibile con nitidezza: i giovani non chiedono solo
risorse, chiedono di essere riconosciuti. Il 26,3% indica il maggiore ascolto
nelle decisioni che li riguardano come condizione prioritaria, il 25,0% il
sentirsi presi sul serio dalle istituzioni. Insieme, più della metà della
popolazione vede nel riconoscimento simbolico e relazionale una
condizione imprescindibile per l'appartenenza giovanile.
A questo si aggiunge il segnale della solitudine giovanile — 14,5%, quasi il
doppio degli adulti — e quello della conciliazione (24,6%, esclusivamente
giovanile): non una generazione pigra o disimpegnata, ma una
generazione che deve fare troppe cose contemporaneamente senza
strutture di supporto adeguate, e che fatica a trovare un ancoraggio
stabile in una società che la guarda con preoccupazione ma non sempre la
ascolta con attenzione.
Il digitale: la grande domanda aperta
L'ultimo filo conduttore del rapporto è quello più sfidante sul piano
interpretativo. Il 57,5% dei toscani ritiene che i media digitali creino
distanza emotiva e sociale piuttosto che connessione. È un giudizio
severo, trasversale, condiviso da uomini e donne in modo quasi identico.
Ma l'incrocio generazionale introduce una complessità che non si può
ignorare: tra i giovani, la risposta dominante è il bilanciamento (42,1%),
non la distanza (33,3%). I giovani non vivono il digitale come
disgregazione — lo abitano come un ambiente ibrido in cui l'online e
l'offline si intrecciano senza soluzione di continuità.
Rimane aperta la domanda più importante: questo è un effetto strutturale
della tecnologia o un effetto di fase? I giovani socializzano di più perché
sono giovani, non perché usano i social media. Quando costruiranno le
proprie reti adulte, il loro giudizio potrebbe convergere verso quello delle
generazioni più anziane. Oppure no: potrebbero aver sviluppato davvero
una nuova ecologia relazionale, più fluida ma non necessariamente più
povera. Non lo sappiamo ancora. Quello che sappiamo è che la tecnologia
digitale ha cambiato — e continua a cambiare — le condizioni in cui le
relazioni umane si formano, si mantengono e si deteriorano. E che questo
cambiamento ha effetti molto diversi a seconda dell'età, del contesto di
vita, del tipo di relazioni preesistenti.
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Pagina 61 — PDF originale
Un rapporto di ricerca non è un piano d'azione, ma è un invito alla lettura.
E la lettura che questi dati suggeriscono è quella di una Toscana che non
ha bisogno di essere salvata, ma che ha bisogno di essere ascoltata con
più attenzione di quanto spesso avvenga.
La pressione economica richiede risposte strutturali che vanno oltre la
competenza del volontariato: politiche del lavoro, politiche abitative,
redistribuzione del reddito. Ma accanto a queste, i dati mostrano che
esiste una domanda di qualità delle relazioni, di riconoscimento, di
orientamento e di comunità che le politiche ordinarie non riescono da sole
a soddisfare. È qui che il volontariato e il terzo settore hanno ancora un
ruolo insostituibile — non come supplenza dello Stato, ma come spazio di
umanità che nessuna legge può produrre e nessuna piattaforma digitale
può sostituire.
La Toscana descritta in questo rapporto è sotto pressione. Ma è anche,
ancora, una regione in cui quasi quattro persone su cinque ammirano chi
si mette a disposizione degli altri gratuitamente. In cui il bisogno di
comunità è più vivo che mai, anche tra chi non sa ancora come
esprimerlo. In cui i giovani cercano riconoscimento, gli adulti cercano
qualità di vita, gli anziani cercano cura. Tre domande diverse, un'unica
risposta possibile: costruire insieme le condizioni per non essere soli.
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Pagina 62 — PDF originale
Nota metodologica
Disegno dell'indagine
Il presente rapporto raccoglie i risultati di un'indagine demoscopica
realizzata su un campione rappresentativo della popolazione della regione
Toscana con età superiore ai 18 anni. L'indagine è stata progettata per
esplorare le condizioni di vita, il benessere soggettivo, la percezione del
volontariato e della partecipazione civica, la conflittualità sociale e le
aspettative dei cittadini toscani rispetto al futuro.
Il campione
La numerosità campionaria è stata di 800 casi (800 interviste condotte a
buon fine). Il campione è stato costruito in modo da risultare
statisticamente rappresentativo della popolazione adulta toscana
attraverso una stratificazione per quattro variabili di controllo:
· Provincia di residenza (10 classi)
· Classe di età (4 classi: 18-29, 30-54, 55-64, 65 anni e oltre)
· Genere (2 classi: uomini, donne)
· Titolo di studio (3 classi: laurea/post-laurea, diploma superiore,
scuola dell'obbligo)
La struttura del campione rispecchia fedelmente la composizione
demografica della popolazione toscana residente secondo le fonti ISTAT. I
dati sono stati successivamente ponderati per correggere eventuali
scostamenti residui rispetto alla distribuzione della popolazione di
riferimento.
Distribuzione del campione per provincia
La tabella seguente riporta per ciascuna delle 10 province toscane: la
popolazione residente (fonte ISTAT), il peso percentuale sul totale
regionale e la quota proporzionale di interviste nel campione. Di questa
tabella è considerata la colonna relativa al peso statistico e al numero
delle interviste, ricordando che sono intervistate solo persone di 18 anni o
più. La stima di questa popolazione è di 3.370.000, quindi non molto
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Pagina 63 — PDF originale
lontana dalla popolazione complessiva di 3.660.000. Si parla di stima dei
maggiorenni perché la distribuzione in classi di Istat non divide
esattamente i diciottenni dagli altri, essendo la classe 15-19 anni; perciò,
bisogna aggiungere alle classi d’età successive una quota-parte della
classe 15-19 anni.
Provincia Popolazione Peso % Interviste
(n≈)
Firenze 972.956 26,6% 213
Pisa 422.839 11,5% 92
Lucca 380.693 10,4% 83
Arezzo 333.646 9,1% 73
Livorno 325.431 8,9% 71
Pistoia 290.036 7,9% 63
Prato 261.094 7,1% 57
Siena 259.826 7,1% 57
Grosseto 215.328 5,9% 47
Massa-Carrara 186.759 5,1% 41
Toscana (totale) 3.660.530 100,0% 800
Margine di errore e attendibilità statistica
Per un campione di 800 casi il margine di errore statistico è pari a ±3,5
punti percentuali con un livello di confidenza del 95%, in condizioni di
massima variabilità. Questo significa che, per qualsiasi percentuale
rilevata sul campione totale, il valore reale nella popolazione si colloca con
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una probabilità del 95% entro un intervallo di ±3,5 punti percentuali
rispetto al dato osservato.
Per le analisi condotte su sottogruppi (per genere, classe di età, titolo di
studio, provincia), il margine di errore è necessariamente più elevato in
proporzione alla riduzione della numerosità campionaria. Le differenze tra
sottogruppi commentate nel testo sono da intendersi come tendenze
significative e non come valori assoluti esatti. Nel corso dell'analisi si è
scelto di commentare solo le differenze che presentano uno scarto
sufficientemente ampio da essere interpretabile al netto del margine di
errore di ciascun sottogruppo.
L'indagine è stata condotta mediante un questionario strutturato
composto da 14 domande, articolate in cinque aree tematiche principali:
le condizioni di vita e il benessere soggettivo; la percezione della
conflittualità sociale e la fiducia nelle istituzioni; il volontariato e la
partecipazione civica; la condizione dei giovani e il loro rapporto con il
territorio; la felicità, i desideri individuali e il ruolo dei media digitali.
Le domande includono item a risposta singola, item a risposta multipla
(con indicazione del numero massimo di risposte ammesse) e scale di
frequenza a quattro modalità. Il questionario è stato somministrato con
sistema misto CATI/CAWI su un panel rappresentativo di residenti in
Toscana con età superiore ai 18 anni.
Le interviste sono state effettuate con sistema misto CATI/CAWI:
Computer Aided Telephone Interview (CATI) per la componente telefonica
e Computer Aided Web Interview (CAWI) per la componente online, per
mezzo di un questionario strutturato preventivamente concordato con
CESVOT. L'adozione di una tecnica mista ha consentito di garantire una
maggiore copertura campionaria e di ridurre i possibili bias di selezione
legati all'utilizzo di un solo canale di rilevazione.
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Pagina 65 — PDF originale
Appendice:
QUESTIONARIO D'INDAGINE CESVOT 2026
Cittadini, volontariato e vita sociale in Toscana
SEZIONE 1. COME STANNO I TOSCANI
Obiettivo: misurare stress emotivo, solitudine percepita, pressione economica e
barriere alla richiesta di aiuto
Q1) Negli ultimi 12 mesi, quanto spesso ha provato i
seguenti sentimenti?
(Rispondere per ciascuna voce: Mai / Qualche volta / Spesso / Molto spesso)
Mai Qualche Spesso Sempre
volta
Senso di preoccupazione per il
futuro
Senso di frustrazione
Senso di stress o ansia
Senso di rabbia
Senso di solitudine o di isolamento
Senso di fiducia e ottimismo per il
futuro
Q2) Qual è la principale fonte di preoccupazione per lei oggi?
(Singola risposta)
1. La situazione economica personale/familiare
2. La salute e il benessere (propria o dei propri cari)
3. Il lavoro non soddisfacente o la sua mancanza
4. Il futuro dei figli/giovani
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5. La situazione generale del Paese
6. I cambiamenti climatici e ambientali
7. La sicurezza personale (criminalità, degrado, conflitti sociali)
8. Nessuna preoccupazione particolare
Q3) Il suo livello di reddito è sufficiente per sostenere
l'attuale costo della vita?
(Singola risposta)
1. Sì, del tutto sufficiente
2. Sì, abbastanza sufficiente
3. Appena sufficiente, faccio fatica ad arrivare a fine mese
4. No, per nulla sufficiente
Q4) Conosce persone che negli ultimi 12 mesi hanno avuto
difficoltà personali e/o economiche senza riuscire a chiedere
aiuto?
(Singola risposta) [DOMANDA FILTRO]
1. Sì, conosco persone in questa situazione → PASSARE A Q4bis
2. No, non conosco persone in questa situazione → PASSARE A
Q5
3. Non so / preferisco non rispondere → PASSARE A Q5
[Solo per chi ha risposto 1 alla Q4]
Q4bis) Secondo lei, quali sono gli ostacoli principali che
impediscono alle persone di chiedere aiuto?
(Max 2 risposte)
1. Vergogna o imbarazzo
2. Non sapere a chi rivolgersi, né servizi pubblici, né rete
familiare e amicale
3. Paura del giudizio degli altri
4. Sfiducia nei servizi di assistenza
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5. Difficoltà pratiche come accesso facile ai servizi (orari,
distanza)
6. Timore di perdere la propria autonomia/dignità
7. Mancanza di informazioni sui servizi disponibili
SEZIONE 2. FIDUCIA, CONFLITTI E CONVIVENZA
Obiettivo: misurare fiducia interpersonale e istituzionale, percezione del conflitto
sociale, qualità della convivenza
Q5) In quali contesti percepisce oggi un clima più
conflittuale rispetto al passato?
(Max 2 risposte)
1. Nei rapporti tra generazioni (giovani vs anziani)
2. Nei rapporti interni tra gli stessi giovani
3. Nei rapporti tra italiani e stranieri
4. Nei rapporti tra ricchi e poveri
5. Nei rapporti tra chi vive in città e chi vive in aree
rurali/periferiche
6. Nei rapporti politici tra schieramenti diversi
7. Nei rapporti tra i social media e il mondo reale
8. Nei rapporti di vicinato e nella vita quotidiana
9. Non percepisco un clima particolarmente conflittuale
SEZIONE 3. VOLONTARIATO E PARTECIPAZIONE
Obiettivo: misurare riconoscimento sociale del volontariato, disponibilità
all'impegno, bisogni prioritari e attese verso la politica
Q6) In generale, cosa pensa dei volontari, di quelle persone
che impegnano il proprio tempo svolgendo attività per gli
altri nelle associazioni di volontariato?
(Singola risposta) [DOMANDA STORICA - identica al 2025 per confronto serie
storica]
1. Fanno del bene per gli altri e sono da ammirare
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2. Fanno cose positive, ma niente di speciale
3. Fanno cose positive come altri che non fanno volontariato
4. Fanno volontariato per motivi personali
Q7) Attualmente, svolge attività di volontariato?
(Singola risposta) [DOMANDA STORICA - identica al 2025]
1. Sì, in un'associazione (es. Associazione di Promozione Sociale,
OdV, Cooperativa sociale)
2. Sì, in maniera spontanea, non in un'associazione organizzata
3. No, non svolgo attività di volontariato in nessuna modalità
Q8) Quale problema in Toscana richiede oggi con più urgenza
il contributo dei volontari?
(Max 2 risposte)
1. Supporto agli anziani soli o non autosufficienti
2. Contrasto alla povertà e all'emarginazione
3. Sostegno ai giovani in difficoltà (disagio, dipendenze, né
lavoro, né studio)
4. Aiuto ai migranti e inclusione sociale
5. Emergenze sanitarie e assistenza domiciliare persone fragili
6. Tutela dell'ambiente e del territorio
7. Supporto all’autonomia e all’inclusione di persone con
disabilità
8. Sostegno alle famiglie in difficoltà
9. Promozione della cultura e dell'educazione
Q9) Se il volontariato non esistesse più, che cosa
mancherebbe maggiormente alla comunità toscana?
(Singola risposta)
1. Un aiuto concreto a chi è in difficoltà
2. Legami di solidarietà e coesione nella comunità locale
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Pagina 69 — PDF originale
3. Un esempio positivo di impegno gratuito per gli altri
4. Un presidio di persone vicine ai bisogni reali
5. Servizi essenziali che lo Stato non riesce a garantire
6. Occasioni di socialità e partecipazione per i cittadini
7. Un aiuto in caso di emergenze sociali
8. Non mancherebbe molto, altri soggetti potrebbero sostituirlo
9. Spazi di impegno e assunzione di responsabilità, soprattutto
per i giovani
Q10) Cosa dovrebbe fare la politica in Toscana per il
volontariato?
(Max 2 risposte)
1. Ascoltare di più i territori e chi fa volontariato, prima di
decidere
2. Garantire continuità e stabilità alle attività di volontariato nel
tempo
3. Coinvolgere il volontariato nelle scelte, non solo
nell’attuazione
4. Riconoscere il valore del tempo e delle competenze donate dai
volontari
5. Semplificare la burocrazia per le associazioni
6. Aumentare i finanziamenti e le risorse per il terzo settore
7. Rispettare l’autonomia delle associazioni
SEZIONE 4. GIOVANI, TERRITORI E OPPORTUNITA’
Q11) Guardando ai giovani toscani, quali sono oggi le
difficoltà che pesano maggiormente nel costruire il loro
futuro?
Risposte max 2:
1. La difficoltà a trovare un lavoro stabile e dignitoso
2. La difficoltà a raggiungere l’autonomia economica per stipendi
troppo bassi
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3. La precarietà abitativa (affitti alti, difficoltà ad andare a vivere da
soli)
4. La mancanza di prospettive chiare e di fiducia nel futuro
5. La difficoltà a conciliare studio, lavoro e vita personale
6. Il senso di solitudine, isolamento o scarsa appartenenza a una
comunità
7. La pressione sociale e le aspettative elevate (successo,
performance, confronto)
Q12) Secondo lei, quali condizioni aiuterebbero
maggiormente i giovani a sentirsi parte della comunità e a
partecipare alla vita del territorio?
Risposte max 2:
1. Spazi di incontro e aggregazione nei quartieri e nei comuni
2. Opportunità concrete di impegno personale (volontariato,
associazioni, iniziative locali)
3. Maggiore ascolto e coinvolgimento dei giovani nelle decisioni che
li riguardano
4. Presenza di adulti di riferimento capaci di accompagnare e
valorizzare i giovani
5. Attività culturali e ricreative diffuse sul territorio
6. Percorsi di formazione e orientamento che aiutino a costruire il
proprio futuro
7. Contesti capaci di accogliere le differenze e le fragilità
8. Sentirsi riconosciuti e presi sul serio dalle istituzioni e dalla
comunità
SEZIONE 5 . FELICITÀ, BENESSERE E DESIDERI
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Obiettivo: esplorare fattori desiderati di benessere, importanza delle relazioni e
priorità individuali per il futuro
Q13) Se dovesse scegliere una sola cosa che potrebbe
aumentare il suo benessere o la sua felicità nei prossimi
anni, quale sarebbe?
(Singola risposta)
1. Una maggiore sicurezza economica
2. Più tempo da dedicare a famiglia e affetti personali
3. Migliori relazioni personali e sociali
4. Una salute migliore (fisica e/o mentale)
5. Un lavoro che dia più soddisfazioni e più senso a quello che
faccio
6. Vivere in un ambiente più sano e sostenibile
7. Più tempo per coltivare me stesso/a e i miei interessi
8. Più tempo per fare attività dedicate a chi ha bisogno
Q14) Si passa molto tempo con strumenti digitali come i
social media, l’intelligenza artificiale e internet. Secondo lei
questo facilita l’incontro delle persone, o finiscono per creare
un mondo più chiuso in cui ognuno pensa più a sé stesso?
1. Sì, alla fine creano distanza fisica, sociale ed emozionale tra le
persone;
2. No, alla fine creano più relazioni vere e non solo virtuali
3. Le due cose tendono a bilanciarsi, perciò non si può dire che
vince la prima o la seconda ipotesi in maniera definitiva
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Under Pressure, but Not Alone
The 2026 Report on Tuscan society: new fragilities, growing conflicts, and the vital role of volunteering as an infrastructure of social cohesion.
