2019 · Società e Terzo Settore
Rapporto sulla percezione del volontariato in Toscana
La prima indagine demoscopica su come i toscani vedono il volontariato: notorietà, giudizio, percezione delle ONG e gerarchia dei bisogni.
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Sociometrica (2019). Rapporto sulla percezione del volontariato in Toscana. https://www.sociometrica.it/research/percezione-volontariato-toscana
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21/01/2020 1. RAPPORTO SU
OPINIONE
PUBBLICA E
VOLONTARIATO IN
TOSCANA
Antonio Preiti
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INDICE
1. Premessa 03
_______________________________________________________
2. Notorietà e radicamento 05
_______________________________________________________
3. Il giudizio sul volontariato 09
_______________________________________________________
4. La domanda di solidarietà 14
_______________________________________________________
5. Il ruolo dello Stato e della società 22
_______________________________________________________
6. Conclusioni: la forza del volontariato 30
_______________________________________________________
7. Nota metodologica 32
_______________________________________________________
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1. Premessa
Viviamo un periodo molto particolare della vita sociale del Paese; un periodo
in cui tutto è relativizzato, nessuna opinione (o istituzione) è esente da
contestazioni, e avere un set minimo di valori condivisi dall’intera collettività
è molto difficile.
Questo primo Rapporto sulla Percezione e la Valutazione del Volontariato in
Toscana, oltre a presentarsi come un test generale sulla percezione
dell’opinione pubblica di questo settore, idealmente da realizzarsi all’inizio
di ogni anno, è stato pensato proprio per verificare se anche il volontariato
e il mondo del Terzo Settore siano oggi percepiti e valutati dalla generalità
dell’opinione pubblica come un universo positivo, utile, anzi fondamentale
per la collettività o non siano pur essi attraversati da critiche, dubbi, o
perplessità.
Il Terzo settore, non in quanto tale, ma in alcune sue manifestazioni e attività
ha ricevuto attacchi e ha subìto polemiche che ne hanno messo in
discussione non solo i modi di agire, ma in certe occasioni anche il fine. È il
caso delle ONG che lavorano nel campo dell’immigrazione e in specifico dei
salvataggi di quanti si trovano in pericolo.
Al di là del merito di queste contrapposizioni di natura politica sulle quali in
questo rapporto non si entra e naturalmente non ne rappresenta la ragion
d’essere, si è voluto realizzare un’indagine sistematica fra la popolazione
toscana per fare il punto sulla percezione del volontariato, non solo e non
tanto sulle sue attività specifiche, che sono descritte e valutate con altri
strumenti e con altri rapporti, quanto sulla sua percezione generale e sul
valore che vi si attribuisce.
Quanti conoscono il volontariato? quanti fanno (o hanno fatto qualche volta
nella loro vita) volontariato? qual è la valutazione generale del volontariato
tra la popolazione? si fa una distinzione o meno tra volontariato e volontari,
cioè se ne vede la coincidenza o vi è una distinzione tra l’oggetto e il soggetto
delle attività? quali sono le persone che meritano di essere maggiormente
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aiutate? qual è il ruolo dello Stato nell’aiuto alle persone e alle categorie
maggiormente bisognose? come la società civile può dare il suo contributo
solidale e così rafforzare la coesione sociale? Sono queste alcune domande
a cui con questo rapporto si è cercato di dare le risposte.
Il volontariato non è semplicemente l’espressione della volontà dei singoli,
cioè di ciascuna persona che nella sua autonomia e indipendenza decide di
fare un’attività organizzata utile agli altri. Il volontariato costituisce e
costruisce un tessuto sociale che con la sua presenza incide sul modo di
essere della società. II senso della sua presenza va oltre la somma delle sue
singole azioni, perché evoca un modo essere della società aperto, solidale,
comunitario.
Anche per questa ragione è importante capire lo stato dell’arte, cioè il
sentimento che la popolazione vive in questo momento verso il volontariato,
i volontari e le sue organizzazioni e anche verso i suoi fini e la sua ragion
d’essere. Su questi temi qui sono raccolte e raccontate le risposte.
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2. Notorietà e radicamento
Il primo aspetto da studiare è il livello di conoscenza e di consapevolezza
della popolazione della Toscana rispetto al fenomeno del volontariato. È
importante misurare quanto queste attività siano conosciute e come questa
conoscenza si distribuisca fra la popolazione. Dare una misura ai fenomeni è
il primo passo per farne una valutazione. Cominciamo perciò dai suoi gradi
di notorietà.
La grandissima parte della popolazione toscana conosce il volontariato,
tanto che solo il 5,7 % (Tab. 1) dichiara di non saperne nulla. Poco più di un
terzo della popolazione, il 34,8 %, dice di conoscerlo molto bene, e vedremo
tra un attimo perché, mentre il 47,2 % afferma di conoscerne le attività in
generale, anche se ne ha una visione solo d’insieme. C’è poi un 12,3 % che
lo conosce in termini generali, senza averne una cognizione di dettaglio. In
sostanza l’82 % della popolazione conosce bene il volontariato e il 12,3
abbastanza.
È difficile trovare uguali livelli di notorietà rispetto a singoli soggetti collettivi
come qui si registra rispetto al volontariato. Si vedrà nel prosieguo del
Report che si tratta di una conoscenza che ha un radicamento molto
profondo e raggiunto con modalità abbastanza rare.
Tab. 1 – Livello di conoscenza del volontariato
Conoscenza del volontariato Valori percentuali
Sì, conosco molto bene il volontariato 34,8
Sì, conosco bene, ma senza dettagli 47,2
Sì, ho un’idea generale 12,3
Non ne so nulla 5,7
Totale 100,0
Fonte: indagine Sociometrica. 2020
È interessante vedere se la conoscenza espressa nei termini appena detti si
distribuisca in maniera omogenea nella popolazione o ci siano picchi di
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conoscenza in certi settori piuttosto che in altri. Analizzando i principali
parametri demografici e geografici si osserva che non c’è differenza tra
uomini e donne, che esprimono perciò lo stesso livello di conoscenza,
mentre una differenza si avverte rispetto alla classe d’età, perché la
notorietà maggiore del volontariato si registra per le classi centrali che
vanno dai 30 ai 54 anni (Tab. 2), di conseguenza con una minore conoscenza
fra i più giovani e i più anziani. Come vedremo più avanti, il “cuore” del
volontariato - se possiamo con questo termine esprimere una particolare
intensità della presenza - si esprime proprio nelle classi centrali d’età.
Tab. 2 – Livello di conoscenza del volontariato per classi d’età
Conoscenza/classe d’età 18-29 30-54 55-64 Oltre 64
anni anni anni anni
Sì, conosco molto bene il 31,8 38,2 38,1 29,8
volontariato
Sì, conosco bene, ma senza 44,5 50,4 46,7 44,1
dettagli
Sì, ho un’idea generale 16,4 7,6 9,0 18,7
Non ne so nulla 7,3 3,8 6,2 7,5
Totale 100,0 100,0 100,0 100,0
Fonte: indagine Sociometrica. 2020
Differenze maggiori, e anche parecchio significative, si registrano rispetto
alla provincia di residenza. E la differenza sostanzialmente è data da Firenze
con la sua provincia, che si distanzia da tutte le altre per una minore
conoscenza del volontariato: si vede che nelle realtà più urbanizzate i livelli
di conoscenza (o forse di visibilità) del fenomeno sono meno densi. L’11,1 %
della popolazione di Firenze (Tab. 3) non sa nulla del volontariato, mentre la
seconda provincia che ne sa di meno è Lucca, seguita da Grosseto e Siena,
ma con distanza rilevante rispetto al capoluogo della regione. Non si tratta
di differenze troppo rilevanti, perché i livelli di conoscenza del volontariato
sono altissimi dovunque, tuttavia ritroveremo in altre situazioni questa
minore consapevolezza delle realtà urbane più grandi e perciò più
“dispersive” dell’impatto non solo del volontariato, ma di qualunque
fenomeno sociale specifico.
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Tab. 3 – Grado di non conoscenza del volontariato per provincia
Non conosce il volontariato
lucca
arezzo
pisa
siena
pistoia
0 2 4 6 8 10 12
Fonte: indagine Sociometrica. 2020
In quale modo conoscono il volontariato? Detto in altri termini quali sono le
loro fonti di conoscenza, e qui l’argomento si fa molto interessante perché, su
base regionale, il 15,3 % (Tab. 4) afferma di conoscere il volontariato perché
fa o ha fatto personalmente attività di volontariato. Si tratta di una gran
quantità di persone che in Toscana hanno fatto (o fanno tuttora) attività di
volontariato.
La metà circa della popolazione, esattamente il 51,1 %, conosce il volontariato
in quanto conosce persone che fanno (o hanno fatto) i volontari, il 19,6 %
conosce il volontariato in maniera indiretta e non personale e “solo” il 14,0 %
conosce il volontariato in maniera non personale, cioè perché ne ha letto sui
giornali o ne ha sentito parlare in via generale e forse un po’ astratta.
Questo risultato conferma che il volontariato agisce per contiguità, diremmo
per continuità fisica, sia per le attività che svolge e sia per il modo
coinvolgente con cui viene conosciuto. Il volontariato comunica di sé
attraverso le sue attività e non (soprattutto) perché ne parlano i media.
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Tab. 4 – Modalità di conoscenza del volontariato
Tipo di conoscenza Valori
percentuali
Conosco il volontariato perché faccio (ho fatto) volontariato 15,3
Conosco il volontariato perché conosco persone che lo fanno o 51,1
lo hanno fatto
Conosco le attività di volontariato 19,6
Conosco il volontariato perché ho letto qualcosa o ne ho 14,0
sentito parlare
Totale 100,0
Fonte: indagine Sociometrica. 2020
Questi risultati ci permettono di fare anche una stima delle persone che in
Toscana fanno costantemente o occasionalmente (o hanno fatto in passato)
attività di volontariato. Incrociando i dati sulla conoscenza del volontariato
con la circostanza di conoscere il fenomeno, perché personalmente si è fatto
(o si fa tutt’ora) attività di volontariato, si arriva a stimare che circa 450mila
persone nella regione siano stati (e in parte siano tuttora) impegnati in
attività di volontariato. È una cifra rilevantissima, che probabilmente è
difficile ritrovare in altri contesti regionali.
A conclusione di questa parte dello studio, possiamo dire che il volontariato
è un fenomeno molto conosciuto in Toscana e ignorato solo da una piccola
minoranza. Inoltre, la qualità stessa della conoscenza è profondamente
radicata nella vita delle persone, perché anche la sua notorietà è “forgiata”
dal coinvolgimento personale, visto che la parte maggioritaria conosce
personalmente (o attraverso conoscenti diretti) le varie attività di
volontariato. È una conoscenza basata non sulle opinioni (o puramente
mediatica), ma basata sull’esperienza personale e sul vissuto delle persone
con cui si ha relazione. In un’epoca dominata dalla comunicazione dei media
(e non da quella interpersonale) avere un risultato di questo tipo è una
clamorosa eccezione, totalmente positiva. Se si volesse usare un’analogia
del mondo contemporaneo, si può dire che il volontariato, con le sue
relazioni personali e molecolari, costituisce una rete fisica identica o
superiore alla rete virtuale su cui sono costruiti i social media. Insomma,
ragiona e lavora come un social media ante-litteram.
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3. Il giudizio sul volontariato
Il secondo aspetto da analizzare è il grado di valutazione della popolazione
della Toscana rispetto all’insieme del fenomeno del volontariato. Per i
tre/quarti della popolazione, esattamente per il 74,0 %, il volontariato non
solo è visto come positivo, ma è giudicato “fondamentale” (Tab. 5). C’è poi
una parte, il 15,5 %, che lo vede come positivo, anche se non fondamentale;
mentre la parte nettamente negativa non arriva all’1 %. È anche significativo
che solo il 4,9 % non sappia nulla, o non sappia abbastanza, sul volontariato
da poterlo giudicare. Questo significa che il fenomeno è ben presente nella
popolazione della Toscana e il 95 % è in grado di formulare un giudizio al suo
riguardo.
Tab. 5 – Giudizio generale sul volontariato
Giudizio generale sul volontariato Valori
percentuali
È molto positivo, è fondamentale 74,0
È molto positivo, ma non è fondamentale 15,5
È qualcosa di non chiaro, non sempre si capisce quello che fanno 5,3
È qualcosa di negativo 0,2
Non ne sa abbastanza / non risponde 4,9
Totale 100,0
Fonte: indagine Sociometrica. 2020
Se si analizzano i giudizi espressi non più solo in generale, ma rispetto alla
classe d’età, si scopre un elemento molto interessante, e cioè che la classe
d’età nettamente più favorevole al volontariato (nel senso che si arriva
all’80,7 % di persone che lo ritengono fondamentale) è quella più centrale,
dai 30 ai 54 anni, quella più impegnata sul lavoro e di cui si è già detto come
rappresenti il “cuore” del volontariato.
Siamo davanti a un giudizio estremamente positivo e generalizzato verso il
volontariato; questo giudizio diventa assolutamente positivo non appena si
suddividono le risposte secondo il grado di conoscenza del volontariato
stesso, e vedremo che vige una regola di proporzionalità diretta: più si
conosce il volontariato e più lo si apprezza; di conseguenza, meno lo si
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conosce e meno lo si apprezza. Da notare che questa conclusione, che
potrebbe apparire ovvia, non lo è per nulla; perché quando si conosce
direttamente un fenomeno si è anche in grado di vederne eventuali limiti o
contraddizioni.
Se a pensare che il volontariato sia fondamentale per la società è in media il
74,0 % (si ripete, risultato eccellente), quando si osservano le risposte di
quanti lo conoscono bene si arriva all’87,8 % (Tab. 6). A mano a mano che i
livelli di conoscenza scendono, scende anche la considerazione verso il
valore del volontariato. È la prova che essere coinvolti accresce il giudizio e
perciò più si è vicini, più si è coinvolti e più lo si apprezza. A ulteriore contro-
prova è lo 0,0 % di persone che conoscono bene il volontariato e ne danno
un giudizio negativo: nessuno che lo conosce lo giudica male.
Tab. 6 – Livello di conoscenza del volontariato e giudizio sul volontariato
Conoscenza/giudizio Fondam Positivo, Non Non sa
entale non chiaro o
fondamentale negativo
Sì, conosco molto 87,8 12,2 0,0 0,0
bene il volontariato
Sì, conosco bene, ma 71,0 20,7 6,2 2,1
senza dettagli
Sì, ho un’idea 67,4 10,5 16,0 6,1
generale
So poco o nulla 29,7 3,2 12,0 5,1
Totale 100,0 100,0 100,0 100,0
Fonte: indagine Sociometrica. 2020
Quando si osservano i risultati sul piano della distribuzione provinciale dei
dati, si vede una divisione di rilievo tra una metà delle province (circa) che
sono oltre la soglia dell’80 % (a ritenere fondamentale il volontariato) e una
metà che non arriva al 70 % (Tab. 7). Insomma, siamo davanti a una sorta di
piccolo “dualismo”, in cui il dato medio del 74,0 % è relativamente poco
significativo, perché ogni provincia vi è abbastanza lontano, collocandosi o
in posizioni significativamente superiori o inferiori. I più entusiasti del
volontariato sono ad Arezzo, Siena, Grosseto e Massa Carrara, mentre quelli
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che lo sono (un po’) di meno sono a Prato, Firenze, Lucca e Pistoia. Si tratta
comunque di differenze minime, che non cambiano il risultato generale
nettamente lusinghiero.
Tab. 7 – Percentuale di persone che ritengono il volontariato “fondamentale”
arezzo
siena
grosseto
massa carrara
livorno
pisa
pistoia
lucca
firenze
prato
0 10 20 30 40 50 60 70 80 90 100
Fonte: indagine Sociometrica. 2020
Quando si passa dal giudizio sul volontariato al giudizio sui volontari, alla loro
percezione, i risultati sono perfettamente sovrapponibili (Tab. 8). È evidente
che ci sia un legame tra le due cose, i soggetti e le opere, ma una coincidenza
così netta in un certo qual modo sorprende. Si ricorderà che il 74,0 %
apprezza il volontariato tanto da ritenerlo fondamentale (perciò “l’oggetto”,
cioè le attività meritano questo risultato); quando si passa ai volontari,
quanti ritengono che si tratta di persone da ammirare, la percentuale è
pressoché identica, 74,8. Questo significa che il volontariato non è visto e
conosciuto come qualcosa di astratto, lontano, di cui si ha solo una
percezione “culturale”, ma è visto come il frutto diretto dell’impegno
personale dei volontari, cioè è rimesso perfettamente sui piedi dei volontari,
se così si può dire. La coincidenza tra volontariato come fenomeno e i
volontari come persone è forse il miglior complimento che può trovare chi è
impegnato in questo campo.
Questo accade soprattutto per via dell’intensa conoscenza diretta, perché
nei casi in cui, al contrario, la conoscenza è di tipo mediatico, spesso si
riscontra una discrepanza tra l’apprezzamento dell’attività in sé e una
indistinzione rispetto ai soggetti che la realizzano, proprio perché è assente
una conoscenza diretta del fenomeno.
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Tab. 8 – Giudizio generale sui volontari
Tipologie di giudizio sulle persone che fanno volontariato Valori
percentuali
Sono persone che fanno del bene agli altri e sono da ammirare 74,8
Sono persone che fanno senz’altro cose positive, ma niente di 13,1
speciale
Sono persone che fanno cose positive come tanti che non fanno 7,7
volontariato
Sono persone che fanno volontariato per motivi personali, non 2,9
principalmente vogliono proprio il bene degli altri
Non ne sa abbastanza / non risponde 1,5
Totale 100,0
Fonte: indagine Sociometrica. 2020
Una questione molto controversa di questi ultimi anni, soprattutto in
relazione al problema dell’immigrazione e dei recuperi delle persone in
mare, è data dal giudizio verso le ONG. Nel questionario la domanda è stata
posta in termini molto diretti, senza girare intorno alle parole, facendo
esplicito riferimento all’aiuto in Mare Mediterraneo delle ONG.
Occorre dire che quel 74 % di giudizi generali positivi sul volontariato si
conferma anche in questa fattispecie, anche se c’è una netta spaccatura sulla
questione del mancato rispetto delle regole e delle norme, attribuito talvolta
alle ONG, che non è ben visto da parte di una consistente minoranza.
Andiamo però con ordine: circa la metà degli intervistati sostiene che le ONG
fanno bene nel loro impegno nel Mediterraneo e sono da ammirare; il 37,3
%, perciò poco meno, sostiene che fanno bene, ma “talvolta esagerano ad
andare contro le regole e le leggi”; coloro che hanno un giudizio negativo
rappresentano l’8,7 %, perciò più di quel che si riscontra in generale come
giudizio sul volontariato, ma in una misura molto limitata (Tab. 9). Quanti
non hanno un’opinione sulle ONG rappresentano il 5,1 %, e perciò in linea
con la (non) conoscenza generale del volontariato.
In sostanza, anche se qualcuno ne critica il modo di operare, le ONG non
sono giudicate come un soggetto “negativo”, ma sono viste piuttosto come
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soggetti che pur con fini condivisi e apprezzati, seguono talvolta modalità
operative non condivise del tutto.
Tab. 9 – Giudizio sulle ONG che operano nel Mediterraneo
Tipo di giudizio sulle ONG Valori percentuali
Fanno il bene e sono da ammirare 48,9
Fanno il bene, ma talvolta vanno oltre le regole 37,3
Fanno cose negative, che non condivido 8,7
Non so / Non risponde 5,1
Totale 100,0
Fonte: indagine Sociometrica. 2020
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4. La domanda di solidarietà
Intervenire per rispondere al bisogno è qualcosa che molti, se non tutti,
sentono nella propria coscienza. La domanda allora diventa: aiutare tutti e
comunque? non aiutare nessuno e comunque? aiutare selezionando le
persone da aiutare? Sono queste le domande cruciali che si pongono una
volta stabilito che ciascuno esprime un sentimento solidale verso chi ha
bisogno di aiuto nelle tante forme e nei tanti modi in cui si esprime e richiede
risposte.
Qui esistono due lati del problema da considerare: il primo, al quale però
non possiamo dare una risposta in questo Rapporto è come definire il
bisogno e come stabilire i suoi confini. Lo diamo per dato, come semplice
conseguenza di una domanda di solidarietà che in qualche modo si esprime.
Il seocndo lato è, invece, più impegnativo, perché si occupa di definire, se
c’è, quando c’è, qual è la gerarchia dei bisogni; il che espresso in altri termini
significa se e come scegliere a chi (a quale categoria di persone) dare priorità
nelle attività di solidarietà
Sostanzialmente possiamo sintetizzare tre posizioni espresse dalla
popolazione toscana: da una parte ci sono coloro che ritengono che bisogna
aiutare, senza farsi troppe domande, chiunque abbia bisogno e qualunque
siano le sue ragioni, le circostanze soggettive/oggettive e le radici del
bisogno; la seconda posizione sostiene che non bisogna aiutare nessuno al
di fuori di sé e della propria famiglia. Nel caso della Toscana la distanza tra le
due posizioni è enorme, perché sulla prima ipotesi, di aiutare tutti si colloca
il 64,8 % della popolazione (Tab. 10), mentre sulla seconda, non aiutare
nessuno se non la propria famiglia, si colloca l’1,5 %. C’è poi la terza
posizione.
In questo caso si sostiene l’opportunità di aiutare chi ha bisogno, ma
ponendo delle condizioni così che, in qualche modo, si scelga chi aiutare.
Questa posizione mette insieme il 33,7 % delle persone. Analizzando le
risposte ci troviamo davanti a due “versioni” o due accezioni di questa
posizione. Nella prima si sottolinea la necessità di scegliere quali persone
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aiutare (anche se non viene spiegato quale sia il criterio da adottare al
proposito) e rappresenta il 30,8 %, mentre quanti sostengono che il criterio
sia uno solo: conoscere personalmente chi si aiuta, rappresenta appena il 2,9
%. Perciò, si può dedurre che l’aiuto non viene rappresentato come
incondizionato, ma deve, in qualche modo, passare a un vaglio di
discernimento: il bisogno non si legittima da solo, almeno per un terzo degli
intervistati.
Qui ci troviamo davanti a dei nodi importanti anche se difficili da districare,
perché se escludiamo l’assoluta minoranza di “familisti amorali”, secondo i
quali bisogna aiutare solo chi si conosce e nessuno esterno alla propria
famiglia, la cui somma è sotto il 5 %, rimane aperta la questione di chi
bisogna aiutare prioritariamente, o su quale criterio usare per scegliere chi
aiutare.
Tab. 10 – Atteggiamento generale verso il bisogno
In generale, lei pensa che si debba aiutare chi ha bisogno? Valori percentuali
Sì, senz’altro bisogna aiutare chi ha bisogno 64,8
Sì, ma bisogna scegliere bene chi aiutare 30,8
Sì, ma bisogna aiutare solo chi si conosce 2,9
No, bisogna pensare soprattutto a sé e alla propria famiglia 1,5
Totale 100,0
Fonte: indagine Sociometrica. 2020
Allora è necessario cominciare a capire di più sulla questione, ad esempio
elencando una batteria di categorie sociali che solitamente domandano
solidarietà, per capire se lì si possa trovare traccia di un qualche criterio di
scelta. Nel questionario erano elencate sette categorie di persone che
solitamente sono indicate come destinatari dell’azione di volontariato per
vedere quali debbano essere privilegiati (Tab. 11). Per riportare con estrema
correttezza il senso della domanda, bisogna aggiungere che si obbligava di
rispondere indicando non più di due categorie, questo per evitare risposte
“evasive” o non impegnative, di chi – anche correttamente e coerentemente
– può valutare che ogni categoria indicata nerita l’aiuto dei volontari.
Tuttavia costringendo a scegliere, si è portato le persone a esprimersi più
esplicitamente sul senso e la direzione della scelta.
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Tab. 11 – Categorie che meritano maggiormente l’aiuto dei volontari
Quali di queste categorie di persone meritano di più l’aiuto Valori percentuali
del volontariato? (fino a due risposte)
Anziani non autonomi 49,1
Malati 35,1
Disabili 34,8
Poveri e indigenti 32,6
Homeless, persone senza fissa dimora 20,9
Immigrati 11,2
Tossicodipendenti 4,6
Fonte: indagine Sociometrica. 2020
Al primo posto tra i “meritevoli” ci sono gli anziani non autonomi, che è forse
la fenomenologia sociale che è cresciuta maggiormente in questi ultimi anni.
La vita media si è allungata e ha creato una divisione nel mondo degli anziani,
anzi un suo “dualismo”, con una parte che viene “riportata”, per condizioni
fisiche e per atteggiamento culturale, verso le classi d’età medie, perciò
pienamente autonomi, “giovanili”, totalmente congruenti con i
comportamenti delle classi d’età medie; l’altra parte si connota proprio per
la mancanza di autonomia, per cui costituisce un gruppo particolarmente
debole, sensibile e che ha bisogno di attenzioni e cure. È possibile che questa
“novità” sociale sia cresciuta a tal punto da indicare proprio questa categoria
di persone come quella particolarmente meritevole di assistenza.
Colpisce il numero minimo di persone che indica i tossicodipendenti quale
categoria “meritevole” di attenzione. È possibile che in questa valutazione
pesi qualcosa che abbia a che fare con l’attribuzione di una loro
responsabilità per lo status di sofferenza. Continuando dal basso, troviamo
poi gli immigrati, citati come prioritari dall’ 11,2% e poi le persone senza fissa
dimora, citate dal 20,9 %. Proseguendo troviamo poveri e indigenti con il
32,6 % e leggermente più su i disabili, con il 34,8 % e i malati con il 35,1%.
Qual è l’interpretazione da dare a questi risultati? Naturalmente si avrebbe
bisogno di conoscere in dettaglio le ragioni, le motivazioni, i ragionamenti
che stanno dietro all’indicazione di una o dell’altra categoria come da
“privilegiare”. Cioè si tratterebbe di interviste in profondità ai singoli
intervistati che dovrebbe essere oggetto di uno specifico approfondimento.
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Tuttavia un’ipotesi è abbastanza evidente: nell’opinione pubblica sembra
prevalere il dato “oggettivo” del bisogno: non si raggiunge lo status di
anziano non indipendente per propria volontà, così lo stesso per la malattia.
Si vede perciò una implicita tassonomia: più la condizione è oggettiva e più
sembra meritevole, più è soggettiva e meno sembra meritevole. È così che
si può spiegare il risultato così basso per la tossicodipendenza, a cui
implicitamente, si imputa una qualche responsabilità personale per lo status
di bisogno. È un filo interpretativo che vale anche per gli immigrati, che se
visti come esito di una condizione oggettiva (la guerra) sono più considerati
rispetto, ad esempio, l’immigrato economico che viene visto come
espressione della sua volontà, perciò un fatto soggettivo, non oggettivo. Ed
è anche per questo che sottilmente anche lo stato di povertà e indigenza
contiene una piccola parte di questa distinzione (soggetto/oggettivo) senza
il quale, probabilmente, sarebbe sullo stesso piano delle condizioni giudicate
del tutto oggettive. A dare una risposta definitiva ci sarebbe bisogno di
ulteriori ricerche, ma questa ipotesi interpretativa sembra avere una sua
sufficiente coerenza interna.
È anche interessante valutare le risposte alla priorità della categoria di
appartenenza, secondo l’età degli intervistati: ad esempio, i più giovani sono
particolarmente attenti (in termini relativi) ai tossicodipendenti, ai disabili e
agli homeless. Sempre quest’ultima categoria è maggiormente considerata
dagli intervistati più anziani, mentre l’attenzione verso gli anziani non
autonomi prevale nella classe d’età medio-alta, tra i 55 e i 64 anni (Tab. 12).
S’intuisce – cosa del tutto naturale – che la condizione d’età di chi risponde
in qualche modo rifletta una condizione oggettiva o di vicinanza al mondo
che si frequenta normalmente. Ad esempio, è possibile che gli intervistati tra
i 55 e i 64 anni abbiano anziani non indipendenti in misura più ampia rispetto
alle altre classi d’età.
Non sempre è così (cioè il privilegiare la categoria secondo la propria
condizione personale), perché fra i più giovani, ad esempio, c’è la maggiore
sensibilità verso gli immigrati che, almeno teoricamente, non dovrebbero
avere un rapporto di particolare vicinanza con questa classe d’età piuttosto
che con le altre. Tuttavia la condizione personale di chi risponde influisce
abbastanza sulla categoria da scegliere come più “meritevole” della
solidarietà.
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Tab. 12 – Categorie che meritano l’aiuto secondo l’età degli intervistati
Categorie più meritevoli/classe 18-29 30-54 55-64 Oltre 64
d’età anni anni anni anni
Anziani non autonomi 40,5 50,4 55,7 47,6
Malati 34,7 39,0 36,8 28,9
Disabili 47,9 38,2 37,9 22,8
Homeless, senza fissa dimora 16,7 21,0 10,4 28,3
Immigrati 14,6 12,3 6,0 11,0
Tossicodipendenti 8,9 2,4 3,8 6,0
Fonte: indagine Sociometrica. 2020
In un modo o nell’altro finora le attività del volontariato considerate
riguardano soprattutto le singole persone. Ci sono però attività che, invece,
hanno come riferimento non le singole persone ma contesti di carattere
generale, che potremmo definire di riferimento al bene comune. In
particolare si tratta delle questioni legate alla conservazione e alla
protezione dell’ambiente e ai beni culturali.
Nel questionario è presente una domanda che si riferisce all’alternativa
(teorica) tra attività di volontariato da dedicare alle persone e da dedicare
all’ambiente e ai beni culturali. Non si tratta, nella pratica, di attività
alternative (ciascuna ha ovviamente il suo posto), ma si tratta di capire come
sono viste in comparazione tra loro.
I risultati indicano che per i Toscani le due categorie (servizi alla persona e
servizi al bene comune) si equivalgono, almeno secondo il 66,4 % degli
intervistati, mentre quanti privilegiano le persone rappresentano il 23,5 e
quanti l’ambiente e la cultura il 10,1 % (Tab. 13). Si tratta di un risultato non
scontato, perché tradizionalmente il volontariato era visto solo come
un’attività rivolta alle persone, cioè alla singola persona e non a beni di
natura collettiva, ma i dati ci dicono che questa percezione è cambiata, si è
evoluta e i due obiettivi sono visti ugualmente meritevoli di attenzione e di
impegno.
18
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Tab. 13 – Confronto di priorità tra i servizi alla persona e al bene comune
In generale, lei pensa che si debba dare priorità ai servizi alle Valori percentuali
persone o a cultura e ambiente?
I servizi di volontariato destinati alle persone 23,5
I servizi di volontariato destinati alla cultura e all’ambiente 10,1
Hanno la stessa importanza entrambi 66,4
Totale 100,0
Fonte: indagine Sociometrica. 2020
La preferenza verso i servizi destinati alle persone rispetto a quelli destinati
al bene comune sembra tuttavia nascondere tematiche molto complicate e
impervie che non emergono immediatamente all’attenzione
dell’osservatore. Ad esempio, incrociando i dati relativi a questa
differenziazione con le risposte a un’altra domanda, relativa a chi si
dovrebbe (o non si dovrebbe) aiutare, si scoprono alcuni punti non senza
significato (Tab. 14).
Tab. 14 – Importanza dei servizi alla persona/al bene comune secondo priorità su aiuto
Servizi alle persone vs. bisogna bisogna aiutare bisogna
bene comune / selezione aiutare scegliere chi si pensare
dei beneficiari tutti conosce soprattutto
a sé
I servizi di volontariato 21,5 29,4 18,2 0,0
destinati alle persone
I servizi di volontariato 6,8 11,4 44,2 56,6
destinati alla cultura e
all’ambiente
Hanno la stessa 71,7 59,2 37,6 43,4
importanza entrambi
Totale 100,0 100,0 100,0 100,0
Fonte: indagine Sociometrica. 2020
Analizzando, ad esempio, le risposte di chi sostiene che bisogna aiutare
soprattutto (o esclusivamente) chi si conosce, si vede che la gran parte di
loro sostiene poi, in maggior misura, i servizi desinati alla cultura e
all’ambiente piuttosto che alle persone. In sostanza, talvolta, l’espressione
di preferenza verso entità più astratte come ambiente e cultura indicano,
19
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sotto-traccia, una possibile inferiore sensibilità verso le persone, alla cui cura
sono predisposte gran parte delle attività di volontariato.
Altre “sorprese” sempre sul quesito della maggiore o minore importanza dei
servizi dedicati alle persone rispetto a quelli dedicati al bene comune si
vedono soprattutto quando si analizzano le risposte secondo la provincia di
appartenenza degli intervistati. E così scopriamo che a Firenze i sostenitori
della primazia di ambiente e cultura arrivano addirittura al 22,6 %, mentre
per tutte le altre province si rimane sotto la soglia del 10 % (Tab. 15).
Tab. 15 – Priorità ai servizi per ambiente e cultura per provincia
firenze
siena
grosseto
pistoia
arezzo
prato
massa carrara
lucca
livorno
pisa
0 5 10 15 20 25
Fonte: indagine Sociometrica. 2020
A conclusione di questa parte del lavoro, si può dire che l’opportunità, o
meglio ancora la necessità, di aiutare chi ha bisogno è unanime, perché
raccoglie il consenso del 98,5 % della popolazione. Si scende - ma non troppo
– al 64,8 % per avere il peso di quanti ritengono che occorre aiutare chi ha
bisogno, senza farsi altre domande, senza chiedersi chi viene prima e chi
dopo, chi merita di più di altri e a quali condizioni bisogna adempiere per
essere aiutati. C’è poi un po’ meno di un terzo della popolazione che, invece,
invita a scegliere, a chiedersi se ci sono le condizioni soggettive per l’aiuto.
Fra le categorie da privilegiare prevalgono soprattutto quelle le cui
condizioni di bisogno hanno una valenza oggettiva: l’età molto avanzata, la
condizione di salute; mentre via via che ci si allontana dalla oggettività la
priorità si riduce. Solo la condizione di indigenza e povertà vive in una “zona
grigia” perché, anche se non c’è modo di esplicitarla, questa condizione è
frutto di una situazione oggettiva, mentre per altri vi è una responsabilità
soggettiva. Anche l’immigrazione condivide questa incertezza, perché per
20
Pagina 21 — PDF originale
alcuni è una condizione oggettiva – si sfugge per motivi vitali da dove si vive
– per altri è una condizione soggettiva, cioè si è scelto di cambiare paese per
ragioni di preferenza e non di necessità. Con lo stesso criterio, ai
tossicodipendenti, alcolisti e agli affetti da altre dipendenze, si attribuisce
talvolta anche una responsabilità soggettiva.
Da notare infine come in certe situazioni l’attribuzione di preminenza
all’ambiente e alla cultura rispetto ai servizi alle persone sia forse un modo
un po’ di “mascherare” un qualche eventuale disinteresse verso l’offerta del
volontariato che spesso è rivolto proprio alle persone. Però in questo caso
l’interpretazione coglie solo una nuance, e non può essere assolutamente
generalizzato tale per cui ambiente e cultura siano contrapposte alle
persone; tutt’altro: la novità è proprio che nell’opinione pubblica fare
volontariato a favore delle singole persone e fare volontariato per la difesa
e lo sviluppo del bene comune hanno la stessa importanza o comunque lo
stesso valore morale e la stessa dignità.
21
Pagina 22 — PDF originale
5. Il ruolo dello Stato e della società
Qual è il ruolo dello Stato e quello della società nella risposta ai bisogni? In
astratto possono esserci varie concezioni di questo rapporto. Da un lato c’è
chi ragiona dicendo che lo Stato con la tassazione, con una tassazione così
elevata, deve provvedere da solo alla risposta a ogni bisogno sociale,
esentando così i singoli cittadini da ogni impegno e da ogni contribuzione
privata. Una posizione diversa, invece, attribuisce ai cittadini, perciò alla
società civile, una posizione preminente, lasciando che lo Stato faccia solo
quello che la società civile non riesce a fare, e perciò si appunti sulle
questioni più “strutturali”, come pensioni e servizi sanitari, lasciando il resto
all’intervento privato e solidale.
Nel nostro schema abbiamo sintetizzato tre posizioni principali: la prima
sostiene che lo Stato deve far tutto e i cittadini “non c’entrano per nulla”,
che sintetizza sostanzialmente un disimpegno da ogni ingaggio sociale o
solidale delle singole persone e della società civile in generale. Potremmo
definire questa posizione come “statalista”. La seconda posizione vede un
necessario ruolo dello Stato, ma non esclusivo (e probabilmente anche non
prevalente), con un supporto e un impegno dei cittadini e della società civile
in tutta la materia dell’assistenza. È una posizione che possiamo definire di
integrazione, collaborazione, complementarietà del ruolo statale e di quello
civico. La terza posizione è decisamente a favore di una preminenza assoluta
della società civile rispetto alle posizioni e al ruolo dello stato. Questa terza
posizione possiamo definirla come di primato assoluto della società civile
rispetto allo Stato.
Qual è l’opinione prevalente dei Toscani? È decisamente la seconda: per il
74,2 % (Tab. 16) le attività di welfare devono essere prevalentemente svolte
dallo Stato, ma deve esserci una parte rilevante anche pe ri singoli cittadini
e per le istituzioni, le associazioni e le imprese della società civile. Il 13,3 % è
decisamente a favore di una preminenza, anzi di un protagonismo assoluto
della società civile e perciò del ruolo dei privati, mentre la tesi “statalista” è
condivisa dal 12,4 %.
22
Pagina 23 — PDF originale
Tab. 16 – Ruolo dello Stato e dei cittadini nella risposta ai bisogni
In generale, quale ruolo pensa debbano avere lo Stato e i Valori
cittadini nel rispondere ai bisogni sociali? percentuali
Deve farlo lo Stato, i cittadini non c’entrano nulla 12,4
Deve farlo principalmente lo Stato, ma i cittadini hanno un 74,2
ruolo molto importante
Devono farlo i cittadini, con lo Stato in un ruolo minimo 13,3
Totale 100,0
Fonte: indagine Sociometrica. 2020
È interessante analizzare queste risposte secondo alcune caratteristiche
degli intervistati. Ad esempio, dividendo le risposte degli uomini da quelle
delle donne, si vede che c’è una maggiore propensione a favore del ruolo
dello Stato da parte degli uomini piuttosto che delle donne. Così, mentre il
ruolo tutto statale è sostenuto dal 15,7 % degli uomini, questa opinione
scende al 9,7 % fra le donne (Tab. 17).
Tab. 17 – Ruolo dello Stato e dei cittadini nella risposta ai bisogni secondo il genere
Ruolo dello Stato e dei cittadini nel rispondere al uomini donne
bisogno/Genere
Deve farlo lo Stato, i cittadini non c’entrano nulla 15,4 9,7
Deve farlo principalmente lo Stato, ma i cittadini hanno 71,1 75,0
un ruolo molto importante
Devono farlo i cittadini, con lo Stato in un ruolo minimo 13,5 15,3
Totale 100,0 100,0
Fonte: indagine Sociometrica. 2020
Per quanto riguarda altre variabili non ci sono differenziazioni così nette.
Tuttavia fra i più giovani, sotto i 30 anni, è molto presente (superiore a tutte
le altre fasce d’età) l’opzione civica (con il 19,9 %) e considerando il titolo di
studio, questa opzione prevale tra i laureati con il 16,8 %. L’altra tendenza
pienamente confermata è che ci sia una relazione positiva tra conoscenza
del volontariato e attribuzione di un ruolo minore allo Stato: chi conosce
meglio il volontariato è pronto a dare alla società civile e all’iniziativa dei
cittadini un ruolo più importante (Tab. 18).
23
Pagina 24 — PDF originale
Tab. 18 – Stato e cittadini nella risposta ai bisogni secondo la conoscenza del volontariato
In generale, quale ruolo pensa debbano giocare Conosce il Media
lo Stato e i cittadini nel rispondere al bisogno? volontariato generale
Deve farlo lo Stato, i cittadini non c’entrano nulla 9,5 12,4
Deve farlo principalmente lo Stato, ma i cittadini 73,9 74,2
hanno un ruolo molto importante
Devono farlo i cittadini, con lo Stato in un ruolo 16,6 13,3
minimo
Totale 100,0 100,0
Fonte: indagine Sociometrica. 2020
Se la questione della partecipazione dei cittadini finora è stata posta in
maniera astratta e generale, passiamo adesso a vedere qual è
l’atteggiamento personale di ciascuno degli intervistati intorno al proprio
impegno personale, eventuale, nel volontariato.
Naturalmente è difficile porre le questioni concrete… in astratto. Cioè è
difficile dire: partecipereste a un’attività di volontariato se non si specifica
quando, dove, per quanto tempo, a quali condizioni, per quale scopo, con
chi, e cosi via. Tuttavia abbiamo posto ugualmente la domanda, volendo
raccogliere più che una disponibilità concreta la misura di un atteggiamento,
una volontà o di una disponibilità.
Sappiamo così che il 33,6 % (Tab. 19) sarebbe disponibile, sotto certe
condizioni, considerando il tempo disponibile che ognuno ha e le altre
condizioni che si dovranno delineare (dove, come, ecc.), a svolgere attività
di volontariato. A queste persone bisogna aggiungere il 49,0 % che non
intende svolgere attività di volontariato in maniera sistematica, o con un
impegno stabile, ma occasionalmente. La loro somma porta all’82,6 % di
persone che sarebbero disposte per lungo tempo o per poco; con una
disponibilità di tempo rilevante o minore di svolgere attività di volontariato.
Solo il 3,4 % risponde no, in nessun caso. C’è poi un 14,9 % che risponde che
lo farebbe solo in casi eccezionali, come terremoti, inondazioni, cioè in
presenza di grandi catastrofi. Ci permettiamo di non considerare questa
parte di persone come disponibili al volontariato, nel senso forte che si da a
questa definizione, perché nel caso di calamità il volontariato è quasi una
necessità, anche se naturalmente chiunque potrebbe sottrarsi anche alla
24
Pagina 25 — PDF originale
“necessità” di dare una mano, tuttavia nell’idea usualmente accettata di
volontariato, vi è una decisione libera, svincolata da qualunque “necessità”,
frutto perciò di una decisione totalmente indipendente e svincolata da tutto
il resto.
Tab. 19 – Disponibilità a svolgere attività di volontariato
In generale, sotto certe condizioni, farebbe personalmente Valori
attività di volontariato? percentuali
Sì’, senz’altro 33,6
Sì, occasionalmente, di tanto in tanto 49,0
Sì, ma solo in caso di eventi eccezionali 13,9
No, in nessun caso 3,4
Totale 100,0
Fonte: indagine Sociometrica. 2020
È molto importante osservare le differenze che ci sono all’interno della
media generale, che in alcuni casi sono molto significativi. Se analizziamo il
genere non troviamo vistose differenze, nel senso che quanti pensano di
poter/voler fare del volontariato c’è il 34,6 % degli uomini e il 32,7 % delle
donne, perciò siamo sostanzialmente su una situazione identica.
Per quanto riguarda le classi d’età, si conferma che il “cuore” del
volontariato si colloca nella classe tra i 30 e i 54 anni, ma in maniera non
troppo distante da tutte le altre classi d’età. Ad esempio, chi risponde
“senz’altro farei attività di volontariato” (e ci sono inclusi anche quelli che la
fanno) si arriva al 39,1 %, si scende di un gradino (36,2%) nella classe d’età
successiva, e di un altro gradino ancora (34,8 %) nella classe d’età
precedente, quella più giovane, mentre rimane un po’ distanziata la classe
d’età maggiore (oltre 64 anni), ma questo può voler dipendere più dalle
condizioni fisiche e non da una effettiva volontà a non fare volontariato (Tab.
20). Infatti, la classe più anziana la ritroviamo come maggioritaria nella
risposta “occasionalmente farei volontariato”, cioè, quello che si perde nella
disponibilità di tempo maggiore (“senz’altro”) la si riprende nel tempo
minore (“occasionalmente”).
25
Pagina 26 — PDF originale
Tab. 20 – Disponibilità a fare volontariato secondo l’età degli intervistati
Disponibilità al volontariato 18-29 30-54 55-64 Oltre 64
/classe d’età anni anni anni anni
Sì’, senz’altro 34,8 39,1 36,2 24,0
Sì, occasionalmente 48,1 48,6 41,4 54,2
Sì, in caso di eventi eccezionali 14,9 10,3 17,9 16,4
No, in nessun caso 2,2 1,9 4,6 5,5
Totale 100,0 100,0 100,0 100,0
Fonte: indagine Sociometrica. 2020
Le differenze diventano nette quando le risposte sono analizzate rispetto alla
provincia d’appartenenza. In questo caso tra la provincia dove maggiore è la
propensione al volontariato (“lo farei senz’altro”) c’è Grosseto e quella dove
questa disponibilità è minore, è Pistoia, le distanze sono notevoli, tanto che
nella prima la disponibilità è il doppio rispetto all’ultima (Tab. 21). In questo
caso vi è sostanzialmente una tripartizione delle province: il primo gruppo
dove la disponibilità verso il volontariato è massima (appunto Grosseto, cui
bisogna aggiungere Massa Carrara e Arezzo); altre tre province dove la
diponibilità è superiore alla media (Lucca, Siena e Livorno) e poi un terzo
gruppo, sotto la media, che si snocciola da Prato a Pisa, a Firenze, fino a
concludersi con il minimo registrato appunto a Pistoia.
Tab. 21 – Disponibilità forte a fare attività di volontariato secondo la provincia
grosseto
massa carrara
arezzo
lucca
siena
livorno
prato
pisa
firenze
pistoia
0 10 20 30 40 50
26
Pagina 27 — PDF originale
Fonte: indagine Sociometrica. 2020
Dal punto di vista delle categorie professionali la massima disponibilità al
volontariato si registra tra gli operai e poi tra gli imprenditori, quasi che
coloro che maggiormente si trovano in una posizione di produzione
materiale dei beni e servizi sentano maggiormente la spinta a fare del
volontariato. Questa tesi si fonda su un numero di rispondenti delle due
categorie molto contenuto, perciò, per completezza, bisogna aggiungere
questo dettaglio statistico.
È molto interessante valutare la disponibilità a fare volontariato a partire
dalla conoscenza che gli intervisti hanno del volontariato stesso. E qui il
legame è davvero straordinario: più si conosce il volontariato e più si intende
farne parte. Sembra quasi che se ne possa ricavare la regola che basta essere
in contatto con il volontariato per esserne conquistati.
Veniamo perciò ai numeri. Prendiamo la categoria di quanti affermano di
conoscere bene il volontariato. Tra questi il 51,8 % (Tab. 22) sostiene che lo
farebbe “senz’altro” e il 41,4 % in maniera occasionale, perciò la somma ci
da il 93,2 %, una enormità. E, ancora più significativo, tra quanti conoscono
bene il volontariato nessuno esclude di farne parte! Proseguiamo con la
seconda tipologia di risposta, cioè di chi conosce il volontariato solo in via
generale, senza una conoscenza diretta personale. Qui la disponibilità a fare
volontariato “senz’altro” si dimezza rispetto a chi il volontariato lo conosce
bene: 26,2 % contro il già visto 51,8 %, ma aumenta la disponibilità a fare
volontariato “occasionalmente”: perciò non appena la conoscenza da diretta
diventa generica cambia il tipo di impegno che ognuno promette a sé stesso.
La conferma del meccanismo di proporzionalità diretta (più conosco il
volontariato più sono spinto a farlo) la troviamo per le altre due categorie di
intervistati, quelli che conoscono poco il volontariato e quelli che non lo
conoscono affatto. Addirittura tra quest’ultimi il 42,4 % afferma che non
farebbe mai del volontariato. È possibile che in questo incrocio (“non ne so
nulla e non sono per nulla interessato”) ci sia una relazione causale
reciproca: proprio perché non mi interessa non lo voglio conoscere e
viceversa. Quale che sia (se c’è) il nesso causale, resta dimostrata la “legge”
secondo cui più si conosce il volontariato e più si è disposti a dedicarvi
tempo, risorse e impegno.
27
Pagina 28 — PDF originale
Tab. 22 – Disponibilità a fare volontariato secondo la conoscenza del volontariato
Disponibilità a fare il Conosce Conoscenza Non Non sa
volontario/conoscenza del molto solo conosce nulla
volontariato bene generale abbastanza
Sì’, senz’altro 51,8 26,2 19,9 12,9
Sì, occasionalmente 41,4 56,1 50,4 34,2
In caso di eventi eccezionali 6,8 16,9 24,3 10,5
No, in nessun caso 0,0 0,8 5,3 42,4
Totale 100,0 100,0 100,0 100,0
Fonte: indagine Sociometrica. 2020
La disponibilità a fare volontariato ha bisogno, a questo punto, di essere
maggiormente definita. Si sono rappresentate perciò tre alternative: fare
attività presso associazioni locali che si conoscono personalmente; presso
associazioni locali che si ha modo di conoscere, controllare, valutare; fare
attività presso grandi associazioni riconosciute al livello globale che hanno
anche dei brand molto forti.
La preferenza dei cittadini toscani non lascia dubbi ed è verso le associazioni
locali: il 39,8 % (Tab. 23) addirittura dice che è pronto a fare volontariato solo
(o soprattutto) presso associazioni che conosce personalmente e
direttamente; il 42,8 % si dice disposto a farlo sempre verso associazioni
locali, anche se non le conosce personalmente e solo l’11,7 % preferisce le
grandi associazioni globali con brand prestigiosi.
Tab. 23 – Preferenze verso il tipo di associazione di volontariato
In generale, se dovesse fare volontariato o contribuire Valori percentuali
economicamente, quale di queste associazioni
preferirebbe?
Associazioni locali che conosco personalmente 39,8
Associazioni locali di cui conosco le attività 42,8
Grandi associazioni con brand globali 11,7
Nessuna associazione di nessun tipo 5,7
Totale 100,0
Fonte: indagine Sociometrica. 2020
28
Pagina 29 — PDF originale
Sintetizzando su questa parte del lavoro, si può dire che la popolazione
toscana non sia particolarmente “statalista”, in quanto, pur riaffermando un
ruolo dello Stato, i tre/quarti degli intervistati affermano che il ruolo dei
cittadini, perciò della società civile, è particolarmente importante. E,
coerentemente, pressoché nella stessa proporzione, si dicono disposti a fare
attività di volontariato, o come impegno stabile o come impegno
occasionale. E, nel momento in cui dovessero svolgere qualcuna di queste
attività, sceglierebbero le associazioni locali piuttosto che i grandi “brand”
dell’associazionismo “globale”.
29
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6. Conclusioni: la forza del volontariato
Il volontariato è probabilmente il modo più diffuso, molecolare, concreto
attraverso cui la dimensione collettiva in Toscana si manifesta con più
grande evidenza e maggior significato. Questa indagine lo dimostra ogni
oltre dubbio.
Vediamo solo qualche dato: oltre il 90 % della popolazione, che include
naturalmente ogni età, ogni condizione sociale e ogni livello di istruzione,
conosce il volontariato e lo conosce bene. Addirittura il 66 % lo conosce
perché ha fatto o fa personalmente il volontario o conosce personalmente
persone che lo fanno o lo hanno fatto. Si tratta perciò di una presenza
molecolare del fenomeno: la conoscenza non viene dai media (o non
prevalentemente, almeno) ma dalla conoscenza diretta, potremmo dire in
media res, cioè attraverso una conoscenza diretta, personale, profonda,
radicata e vissuta dentro le attività stesse del volontariato.
Il giudizio sul volontariato è di grande considerazione: il 74,0 % non solo lo
ritiene positivo, ma lo giudica fondamentale. Il punto dirimente non è che
solo lo 0,2 % lo ritenga negativo: è ovvio che per attività che
programmaticamente intendono fare del bene, sia minimo o assente
qualunque giudizio negativo. Il punto centrale è che - teoricamente - lo si
potrebbe giudicare positivo ma non fondamentale (era una delle risposte
possibili), ma solo il 15,5 % ha scelto questa seconda risposta. Giudicare
qualcosa come fondamentale significa che la società così come la
conosciamo non può fare a meno del volontariato. E questa è una
conclusione che arriva non dai beneficiari, che sarebbe anch’essa ovvia, ma
dalla generalità della popolazione, aspetto che rende molto più significativo
il giudizio.
Le questioni più controverse, e in questo si trova un riverbero delle
polemiche sulla presenza e l’azione delle ONG, s’appuntano su un’altra
questione, non perciò sul volontariato in sé, ma sulle categorie di persone
che meritano l’attenzione e l’aiuto sia della società civile che dello Stato.
S’intuisce - perché non viene detto esplicitamente - che maggiore è
30
Pagina 31 — PDF originale
l’oggettività del bisogno (la malattia, la dipendenza per l’età molto avanzata)
maggiore è la priorità nel dover essere aiutati. Così la posizione minore, ad
esempio, dei tossicodipendenti, nella gerarchia del meritare l’aiuto, sembra
rispondere proprio a questo criterio, perché si riconosce una responsabilità
soggettiva per lo stato di bisogno in cui ci si trova. Qualcosa del genere, ma
in una zona che potremmo definire “grigia”, si riscontra anche per le
questioni legate all’immigrazione. Sembra quasi che quando il loro status sia
determinato da ragioni oggettive (la guerra, le carestie, ecc.) allora il loro
bisogno si delinea come oggettivo, perciò molto meritevole, mentre quando
risponde a una volontà soggettiva (di migliorare il proprio status economico
e sociale) sembra essere meno meritevole dell’aiuto collettivo. Non è questa
una teoria verificata in quanto tale, ma emerge molto chiaramente
dall’insieme delle risposte e dall’incrocio di alcune di esse.
Il risultato straordinario che arriva da questa indagine non è solo un’opinione
molto favorevole al volontariato, ma anche una grande disponibilità a farne
parte, almeno così indica il 33,6 % degli intervistati. Siamo perciò davanti a
una situazione davvero speciale, perché poco meno del 15 % della
popolazione ha fatto o fa attività di volontariato e registriamo che un altro
15 % circa vorrebbe farlo a delle condizioni date (di tempo, di possibilità, di
capacità). In sostanza potenzialmente siamo davanti alla prospettiva teorica
di un raddoppio del numero dei volontari. Sappiamo bene che non sempre
l’espressione di una volontà o di una disponibilità si traduce sic et simpliciter
in un’attività concreta di volontariato il giorno dopo, perché le condizioni
della quotidianità, delle circostanze di fatto e dei vincoli inattesi ne limitano
le conseguenze, tuttavia l’entità della disponibilità indica una realtà
estremamente positiva per il volontariato in Toscana.
31
Pagina 32 — PDF originale
7. Nota metodologica
Il presente Rapporto raccoglie i risultati di una indagine demoscopica
realizzata presso un campione rappresentativo della popolazione della
regione Toscana superiore ai 18 anni. La numerosità campionaria è stata di
800 casi (800 interviste a buon fine) composta in funzione della provincia di
residenza (10 classi), della classe di età (4 classi), del genere (2 classi), del
titolo di studio (4 classi) e della condizione professionale (8 classi).
Tab. 24 – Popolazione della Toscana superiore a 18 anni
18-29 anni 30-54 anni 55-64 anni >64 anni Totale
Maschi 58.210 172.761 64.931 109.295 405.197
Firenze
Femmine 54.307 180.055 70.876 146.101 451.339
Maschi 15.431 46.406 16.143 24.850 102.830
Prato
Femmine 14.266 47.097 17.494 32.307 111.164
Maschi 16.399 50.101 19.629 31.979 118.108
Pistoia
Femmine 15.411 52.043 20.926 41.732 130.112
Maschi 15.558 44.982 17.396 30.210 108.146
Siena
Femmine 14.174 46.672 19.097 39.267 119.210
Maschi 24.116 74.738 27.227 44.342 170.423
Pisa
Femmine 22.171 74.481 29.290 57.706 183.648
Maschi 20.179 59.022 22.846 38.521 140.568
Arezzo
Femmine 18.441 60.040 24.321 48.000 150.802
Massa Maschi 10.643 33.134 14.223 22.437 80.437
Carrara Femmine 9.773 33.017 15.190 29.918 87.898
Maschi 21.853 66.154 26.950 43.216 158.173
Lucca
Femmine 20.004 67.986 28.583 56.391 172.964
Maschi 12.265 36.934 15.385 26.622 91.206
Grosseto
Femmine 11.163 37.683 16.980 34.168 99.994
Maschi 18.309 56.682 22.652 39.114 136.757
Livorno
Femmine 16.489 57.872 24.848 50.912 150.121
Totale 409.162 1.297.860 514.987 947.088 3.169.097
Fonte: ISTAT, 2019
Il metodo di contatto e tecnica di rilevazione. Interviste effettuate con il
sistema CATI (Computer Aided Telephone Interview) e CAWI (Computer
Aided Web Interview) per mezzo di un questionario strutturato,
preventivamente concordato con il Committente.
32
Pagina 33 — PDF originale
Gruppo di lavoro. Interviste effettuate da parte di intervistatori
professionisti, preventivamente formati allo svolgimento del lavoro per
mezzo di apposite sessioni di briefing. Il gruppo di lavoro è stato coordinato
da un Responsabile del Field.
33
Report on the Perception of Volunteering in Tuscany
The first demoscopic survey on how Tuscans view volunteering: awareness, judgement, perception of NGOs and the hierarchy of needs.
