2021 · Società e Terzo Settore
Opinione pubblica e volontariato in Toscana. Secondo rapporto (2021)
Notorietà e valore delle associazioni di volontariato nell'anno del Covid-19, con la misura dell'impatto dell'epidemia sulla psiche collettiva.
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Sociometrica (2021). Opinione pubblica e volontariato in Toscana. Secondo rapporto (2021). https://www.sociometrica.it/research/opinione-pubblica-volontariato-2021
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FEBBRAIO 2021
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IL PRESENTE RAPPORTO DI RICERCA RAPPRESENTA LA SINTESI DELLA RICERCA REALIZZATA DA UN GRUPPO
DI LAVORO DI SOCIOMETRICA SU INCARICO DEL CESVOT.
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INDICE
1. Premessa: un anno tormentato 04
_______________________________________________________
2. La consapevolezza sociale del volontariato 06
_______________________________________________________
3. Volontari e volontariato 12
_______________________________________________________
4. Cambiano le gerarchie del bisogno 16
_______________________________________________________
5. La medicina territoriale 21
_______________________________________________________
6. La nuova solitudine 27
_______________________________________________________
7. La voglia di volontariato 32
_______________________________________________________
8. Conclusioni: le nuove prospettive del volontariato 38
_______________________________________________________
9. Nota metodologica 40
_______________________________________________________
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1. Premessa: un anno tormentato
Viviamo un momento, che dura da quasi un anno, imprevisto e imprevedibile, segnato, dettato,
persino scandito da un’epidemia che coinvolge ogni aspetto della nostra vita personale,
economica e sociale. Anche il volontariato, non meno di altri settori, è investito in maniera
diretta e con grande intensità dall’epidemia del Covid-19 e dalle (necessarie) politiche di
contrasto che, in misura e tempi variabili, sono in state attuate nel tempo.
Il Terzo settore è colpito in maniera pesante, in molti modi e attraverso varie strade: difficoltà a
svolgere gli eventi; a tenere aperte le sedi delle associazioni; a pagare le utenze; a svolgere le
attività di assistenza verso gli anziani non autonomi; a tenere aperte le scuole; ad assistere le
persone disabili; a soccorrere le persone senza fissa dimora. Su questi aspetti il CESVOT con
Sociometrica ha già realizzato un’indagine specifica, “Indagine sull’impatto dell’epidemia in
Toscana”, presentata nel settembre 2020, che si può consultare sul sito del CESVOT1, così da
avere piena cognizione di cosa ha significato, e significa tutt’ora, la pandemia per tutto il mondo
del volontariato.
Inoltre c’è anche un problema di clima sociale, dall’aria che si respira, perché il volontariato,
comunque lo si disegni, è sempre un fenomeno di vicinanza sociale, di vicinanza alle persone,
perché in una maniera o nell’altra si tratta sempre di mettere in relazione le persone, e metterle
in relazione direttamente, personalmente. Per un mondo così congegnato, il concetto stesso di
distanziamento sociale è una ferita nel cuore stesso della sua natura.
In questo quadro dobbiamo anche segnalare un paradosso, perché buona parte delle attività di
volontariato sono rivolte all’assistenza sanitaria, perciò da un lato si subisce la difficoltà a fare
alcune attività e dall’altra si patisce la difficoltà a rispondere alla maggiore domanda sanitaria.
Questo è il Secondo Rapporto su opinione pubblica e volontariato in Toscana, perciò si focalizza
sui temi della relazione tra la società civile della Toscana e l’universo del volontariato. Per
l’edizione del 2021 si aggiungono i nuovi temi dettati, anzi imposti, dall’epidemia. Abbiamo
perciò uno studio che, nel mentre valuta la percezione del volontariato da parte della
popolazione della regione, approfondisce anche l’impatto che l’epidemia ha su un mondo
fondato sull’intenzionalità delle persone che, in genere, sono molto sensibili verso tutto ciò che
accade intorno, nella società civile. Un settore che respira in sintonia con il respiro della società.
Anche per questa seconda annualità si propongono alcune domande cruciali nella relazione tra
volontariato e popolazione della Toscana. Quanti conoscono il volontariato? quanti fanno (o
1 “Indagine sull'impatto dell'epidemia in Toscana”, report ricerca Cesvot, consultabile online al seguente link
https://cesvot.it/documentazione/report-di-ricerca-e-altre-pubblicazioni
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hanno fatto nella loro vita) volontariato? qual è la valutazione generale del volontariato tra la
popolazione? si fa una distinzione tra volontariato e volontari, cioè se ne vede la coincidenza, vi
è una distinzione tra l’oggetto e il soggetto delle attività? quali sono le categorie di persone che
meritano di essere maggiormente aiutate?
Per questa seconda edizione della ricerca, a questi quesiti -come detto- ne sono stati aggiunti
altri, relativamente all’impatto dell’epidemia del Covid-19, in particolare sul gradimento di
alcuni servizi che potrebbero essere svolti dalle organizzazioni di volontariato nel settore della
sanità e sulle prospettive generali che in questo ambito si offrono per la partecipazione e il
contributo del volontariato in vista di una possibile ristrutturazione dell’organizzazione sanitaria.
Il volontariato non è semplicemente un’attività delle singole persone, perché costituisce e
costruisce un tessuto sociale che con la sua presenza incide sul modo di essere complessivo della
società. II senso della sua presenza va oltre la somma delle singole iniziative, perché evoca una
società aperta, solidale, comunitaria.
Anche per questa ragione è importante capire lo stato dell’arte, cioè il sentimento che la
popolazione della Toscana vive in questo momento verso il volontariato, i volontari, le sue
organizzazioni e anche verso i suoi fini e la sua ragion d’essere. Su questi temi sono raccolte e
raccontate, qui di seguito, le risposte.
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2. La consapevolezza sociale del volontariato
Lo studio, analogamente con l’edizione dello scorso anno, presenta come primo argomento la
misura del livello di conoscenza e di consapevolezza della popolazione della Toscana rispetto al
fenomeno del volontariato. È importante misurare quanto queste attività siano conosciute e
come questa conoscenza si distribuisca fra la popolazione. Dare una misura ai fenomeni è il
primo passo per farne una valutazione. Cominciamo perciò a capire quanto il volontariato sia
conosciuto e, nel suo interno, quanto sia conosciuto il CESVOT, il Centro che supporta e sviluppa
in Toscana il Terzo settore.
Il volontariato è un fenomeno molto noto in Toscana, tanto che una persona su tre (esattamente
il 33,5%) afferma di conoscerlo “molto bene”; bisogna poi aggiungere che il 46,8% della
popolazione, in pratica la metà, afferma di conoscerlo bene, anche se non ne conosce tutti i
dettagli. Solo il 3,1% afferma di non saperne nulla. C’è poi da considerare che il 16,6% lo conosce
solo in termini generali. In sostanza il 96,9% della popolazione toscana conosce, con varia
intensità, il volontariato (Tab. 1).
Tab. 1 – Livello di conoscenza del volontariato in Toscana
Conoscenza del volontariato in Toscana 2021 Differenza %
(Valori %) rispetto al 2020
Sì, conosco molto bene il volontariato 33,5 - 1,3
Sì, conosco bene, ma senza dettagli 46,8 - 0,4
Sì, ho un’idea generale 16,6 + 4,3
Non ne so nulla 3,1 -2,6
Totale 100,0 100,0
Fonte: Indagine Sociometrica, 2021
Confrontando questi dati con l’anno precedente, si osserva che la conoscenza di grande
dettaglio delle attività del volontariato è leggermente diminuita (-1,3%), così come la
conoscenza con meno dettagli (-0,4%), mentre è salita di oltre quattro punti la conoscenza
generale, un po’ indistinta. Da segnalare poi che quanti non conoscono affatto il volontariato, o
ne sanno pochissimo, sono scesi dal 5,7% al 3,1%. In sostanza, lo si conosce di più in termini
generali e un po’ meno nei dettagli.
La considerazione è che questi risultati (in specifico, la mancata conoscenza dei dettagli delle
attività) è la conseguenza del minore, o del minimo, di attività pubbliche che durante il 2020
hanno potuto svolgere le associazioni di volontariato. Facendo meno eventi, coinvolgendo meno
il grande pubblico, è evidente che meno gente abbia potuto assumere informazioni e cognizione
di quanto faccia il volontariato in Toscana. Prova ne sia che sia cresciuta la conoscenza generale,
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e si sia ridotto il numero, già esiguo, di quanti non conoscono affatto il volontariato: sono venuti
meno i “dettagli”, cioè è venuta meno la possibilità di testimoniare, partecipare, vivere di
persona la presenza del volontariato, ma non quello della consapevolezza.
È interessante vedere se la conoscenza espressa nei termini appena detti si distribuisca in
maniera omogenea nella popolazione o se ci siano picchi di conoscenza in certi settori piuttosto
che in altri. Analizzando i principali parametri demografici e geografici si osserva che anche in
questa seconda annualità non c’è differenza di percezione tra uomini e donne, che esprimono
perciò lo stesso livello di conoscenza; mentre una differenza si avverte rispetto alla classe d’età.
La notorietà maggiore del volontariato si registra per l’età che va dai 55 ai 64 anni (Tab. 2). Se
facciamo un confronto con lo scorso anno, vedremo che la maggior caduta di conoscenza del
volontariato nei suoi dettagli si registra appunto fra i più anziani, che è la conseguenza del
fatto che in questi mesi hanno avuto una mobilità inferiore e per questa ragione conoscono
meno i dettagli delle iniziative del volontariato. Infatti, al 59,0% si esprimono affermando che
hanno una buona conoscenza del volontariato, ma senza conoscerne con precisione le varie
iniziative. Per altro, sopra i 64 la buona conoscenza del volontariato arriva al 99,7%, perciò solo
la minore mobilità ha impedito una conoscenza più precisa e puntuale.
Tab. 2 – Livello di conoscenza del volontariato per classi d’età
Conoscenza volontariato/classe d’età 18-29 anni 30-54 anni 55-64 anni Oltre 64
anni
Sì, conosco molto bene il volontariato 37,0 35,6 36,6 27,3
Sì, conosco bene, ma senza dettagli 31,7 41,3 49,9 59,0
Sì, ho un’idea generale 27,5 18,6 9,0 13,5
Non ne so nulla 3,8 4,5 4,5 0,3
Totale 100,0 100,0 100,0 100,0
Fonte: Indagine Sociometrica, 2021
Differenze maggiori, e anche parecchio significative, si registrano rispetto alla provincia di
residenza. E la differenza sostanzialmente è data da Massa Carrara, Pisa e Livorno con le loro
province, che si distanziano da tutte le altre per una maggiore conoscenza in dettaglio delle
attività delle organizzazioni del volontariato. Nelle tre province citate la conoscenza
approfondita del volontariato supera la soglia del 40%, mentre superano la soglia del 30% le due
province di Grosseto e di Arezzo. Sotto la media e più in basso si collocano le province di Lucca
e Prato. In quest’ultima provincia chi conosce in dettaglio le attività del volontariato è appena
sopra il 20% (Tab. 3).
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Tab. 3 – Livello di conoscenza approfondita del volontariato per provincia
50,0
45,0
40,0
35,0
30,0
25,0
20,0
15,0
10,0
5,0
0,0
Massa Pisa Livorno Grosseto Arezzo Pistoia Siena Firenze Lucca Prato
Carrara
Fonte: Indagine Sociometrica, 2021
Quando consideriamo la parte della popolazione che conosce più a fondo il volontariato,
osserviamo che la conoscenza più profonda del volontariato si registra fra i laureati, mentre la
minima si registra tra quanti non hanno un titolo di studio. C’è una sorta di legge di
proporzionalità diretta, perché quanto maggiore è il livello di educazione, maggiore è anche il
livello di conoscenza delle attività del volontariato. La distanza tra i primi e gli ultimi è di circa
10 punti percentuali (Tab. 4). resta inteso che anche fra i meno istruiti il livello di conoscenza del
volontariato è comunque molto elevato.
Tab. 4 – Livello di conoscenza del volontariato secondo titolo di studio
Conoscenza/titolo di studio Laurea diploma Medie Elementari /
inferiori nessun titolo
Sì, conosco molto bene il volontariato 38,8 31,5 28,0 27,3
Sì, conosco bene, ma senza dettagli 38,0 51,6 47,9 46,4
Sì, ho un’idea generale 19,2 14,1 21,0 26,4
Non ne so nulla 4,0 2,8 3,0 0,0
Totale 100,0 100,0 100,0 100,0
Fonte: Indagine Sociometrica, 2021
In quale modo conoscono il volontariato? Detto in altri termini, quali sono le loro fonti di
conoscenza? e qui l’argomento si fa molto interessante perché il 16,0 % (Tab. 5) afferma di
conoscere il volontariato perché personalmente fa (o ha fatto) volontariato. Rispetto allo scorso
anno, quando la stessa la stessa domanda aveva ottenuto il 15,3%, significa che nel corso del
2020, nonostante tutte le circostanze sfavorevoli già sommariamente indicate, il numero di
persone che ha fatto volontariato è sostanzialmente rimasto lo stesso. Anche facendo meno
iniziative.
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La metà quasi della popolazione, esattamente il 45,4%, conosce il volontariato in quanto
conosce persone che fanno (o hanno fatto) i volontari, il 21,2% conosce il volontariato in maniera
indiretta e non personale e il 17,4 % conosce il volontariato in maniera non personale, cioè
perché ne ha letto sui giornali o ne ha sentito parlare. Questo risultato conferma che il
volontariato lavora con meccanismi di vicinanza sociale, per continuità e contiguità fisica, sia per
le attività che svolge e sia per il modo di coinvolgimento diretto attraverso cui viene conosciuto.
Il volontariato comunica di sé attraverso le sue attività.
Un’ulteriore conferma della circostanza che lo stop agli eventi abbia provocato una naturale
minore conoscenza del volontariato si deduce dall’esame delle fonti di informazioni sulla
conoscenza del volontariato. Una di queste fonti è proprio quella di essere in contatto con
persone che fanno volontariato; ebbene, questa fonte di conoscenza lo scorso anno
rappresentava il 51,1%, mentre adesso è scesa al 45,4%; quota sempre molto elevata, ma
appunto minore rispetto a quella riscontrata un anno fa.
Tab. 5 – Modalità di conoscenza del volontariato
Modalità di conoscenza del volontariato (2021-2020) 2021 Differenza %
(Valori %) rispetto al 2020
Conosco il volontariato perché faccio (ho fatto) volontariato 16,0 +0,7
Conosco il volontariato perché conosco persone che lo fanno 45,4 -5,7
Conosco le attività di volontariato 21,2 +1,6
Conosco il volontariato perché ne ho sentito parlare 17,4 +3,4
Totale 100,0 100,0
Fonte: Indagine Sociometrica, 2020-21
Nonostante la temperie dell’epidemia, possiamo concludere che il volontariato non perda
nessun peso specifico nella realtà della Toscana: è un po’ meno conosciuto attraverso le sue
singole attività, perché ci sono state meno iniziative quest’anno a causa del divieto di
assembramenti e per le altre regole contro la pandemia. Il volontariato, almeno in termini
generali, è cresciuto nella consapevolezza di un numero ancora maggiore di persone. Inoltre, la
qualità del tipo di conoscenza si è mostrata anche quest’anno profondamente radicata nella vita
delle persone, perché la sua notorietà è fondata sul coinvolgimento personale, dato che la parte
maggioritaria conosce personalmente (o attraverso conoscenti diretti) le attività di volontariato.
È una conoscenza basata non su percezioni generiche e astratte, ma sull’esperienza personale e
sul vissuto delle persone. In un anno dominato dalla comunicazione virtuale (con quella
interpersonale “minata” dal distanziamento sociale) avere la conferma di un risultato di questo
tipo è una clamorosa contro-tendenza, totalmente positiva.
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Finora abbiamo parlato della notorietà del volontariato come fenomeno, adesso facciamo un
approfondimento per vedere qual è il livello di notorietà del CESVOT2, il Centro che riunisce in
Toscana tutti gli enti del Terzo settore. Ovviamente, chiedere la conoscenza di una sigla è ben
diverso che chiedere la conoscenza del fenomeno di cui pure la sigla è protagonista. Fatta questa
necessaria e naturale premessa, bisogna dire che il livello di conoscenza del CESVOT in quanto
tale è molto elevato, perché è noto al 53,3% della popolazione toscana. Com’è comprensibile,
molti lo conoscono senza grande dettaglio, ma in via generale; siamo perciò davanti a una
tassonomia molto interessante: il 12,7% lo conosce molto bene e il 20,4% lo conosce abbastanza,
siamo perciò al 33,1%, vale a dire che una persona su tre ne ha una conoscenza molto
appropriata. C’è poi un 20,2% che afferma di conoscerlo, ma di conoscerlo poco, mentre il 46,7%
non lo conosce affatto (Tab. 6). Trattandosi di interviste fatte a un campione rappresentativo
della popolazione, non perciò a beneficiari o addetti ai lavori, questo risultato è da considerarsi
quasi sorprendente, ma solo per chi non se ne considerasse l’ampiezza e il radicamento della
presenza sul territorio.
Tab. 6 – Livello di conoscenza del CESVOT
Conoscenza del CESVOT Valori %
Sì, conosco molto bene il CESVOT 12,7
Sì, conosco abbastanza bene il CESVOT 20,4
Sì, conosco il CESVOT, ma poco 20,2
Non lo conosco 46,7
Totale 100,0
Fonte: Indagine Sociometrica, 2021
Adesso diventa interessante capire attraverso quali strumenti e quali modalità le persone hanno
appreso le informazioni sul CESVOT. La parte preponderante di fonti di conoscenza la fa la
comunicazione che raggiunge il 75,1%, suddivisa tra il 42,3% che conosce il CESVOT perché ne
ha letto articoli e interviste e il 32,8% perché ne ha letto o visto qualcosa su internet e sui social
media. Una parte di conoscenza arriva da fonti dirette, perché il 15,8% è entrato per qualche
motivo in contatto con la delegazione CESVOT, il 13,9% ha partecipato direttamente a iniziative
organizzate dal CESVOT e il 5,2% è coinvolto o fa parte di organizzazioni che aderiscono al
CESVOT (Tab. 7).
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Cesvot - Centro Servizi Volontariato Toscana – www.cesvot.it - è stato costituito nel gennaio 1997 come
organizzazione di volontariato con lo scopo di svolgere funzioni in Toscana di Centro di Servizio per il Volontariato
(Csv) in base alla Legge Quadro sul Volontariato. Con l’entrata in vigore del Codice del Terzo settore (decreto
legislativo n. 117 del 03/07/2017) i Centri di Servizio per il Volontariato sono riconosciuti e accreditati dall’Organismo
Nazionale di Controllo (Onc). In attesa della piena applicabilità del Codice, il Cesvot opera in regime di accreditamento
provvisorio e sta progressivamente ampliando i propri servizi a tutti gli enti del terzo settore toscani iscritti ai registri
regionali e che abbiano volontari.
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Tab. 7 – Fonti di conoscenza del CESVOT*
Fonti di conoscenza del CESVOT Valori %
Ho partecipato ad un’iniziativa/attività promossa da Cesvot 13,9
Sono entrato in contatto con la Delegazione Cesvot 15,8
Attraverso internet e/o social media 32,8
Attraverso l’associazione di cui faccio parte 5,2
Ho letto articoli, ho sentito interviste 42,3
Altro 11,7
Fonte: Indagine Sociometrica, 2021 * Totale non è necessariamente 100, perché erano possibili fino a due
risposte
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3. Volontari e volontariato
Dopo aver ottenuto la misura del livello di notorietà, si passa dunque al giudizio di merito sul
volontariato: la sua percezione e il giudizio che ne esprime la popolazione della Toscana. Per il
73,8% della popolazione, il volontariato non solo è visto come positivo, ma è giudicato
“fondamentale” (Tab. 8). C’è poi una parte, il 13,7%, che lo vede come positivo, anche se non
fondamentale; mentre chi ha un giudizio negativo pesa per il 2,2%. È anche significativo che solo
il 4,7% non sappia nulla, o non sappia abbastanza sul volontariato, così da poterlo giudicare.
Questo significa che il fenomeno è ben presente alla popolazione della Toscana e quasi tutti
sono in grado di formulare un giudizio al suo riguardo. Rispetto all’anno scorso non ci sono
cambiamenti di rilievo. Il giudizio rimane estremamente favorevole con pressoché gli stessi
numeri.
Tab. 8 – Giudizio generale sul volontariato
Giudizio generale sul volontariato 2021 Differenza %
(Valori %) rispetto al
2020
È molto positivo, è fondamentale 73,8 -0,2
È molto positivo, ma non è fondamentale 13,7 -1,8
Non è chiaro, non sempre si capisce quello che fanno 5,6 +0,3
È qualcosa di negativo 2,2 +2,0
Non ne sa abbastanza / non risponde 4,7 -0,2
Fonte: Indagine Sociometrica, 2021
Se si analizzano i giudizi espressi non più solo secondo la media generale, ma rispetto alla classe
d’età, si scopre un elemento di novità, e cioè che la classe d’età nettamente più favorevole al
volontariato è quella più anziana, oltre i 64 anni, che evidentemente in quest’anno molto difficile
per loro hanno trovato nel volontariato un elemento di aiuto e di conforto. Da notare che lo
scorso anno i giudizi più favorevoli al volontariato arrivavano dalla classe d’età intermedia (dai
30 ai 54 anni). L’epidemia ha spostato le gerarchie dei bisogni per ogni classe d’età e, soprattutto
le ha spostate per i più anziani, diventando la salute di gran lunga il tema più importante e di
maggiore impatto.
Siamo davanti a un giudizio generale molto positivo e solido, che si rinnova di anno in anno.
Dentro la quasi unanimità di giudizio vivono però differenze che è molto utile mettere in rilievo.
Ad esempio, il volontariato è giudicato meglio dalle donne che dagli uomini: infatti, su 100
donne, il 78,6% afferma che il volontariato è fondamentale nella nostra società; è dello stesso
parere il 68,5% degli uomini, il che fa segnare una differenza di dieci punti rispetto alle donne.
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Però la differenza più grande nei giudizi si riscontra rispetto al titolo di studio, perché ad avere
il giudizio più lusinghiero sul volontariato è il 75,9% dei diplomati e il 73,6% dei laureati, ma
solo il 50,0% (Tab. 9) di quanti non hanno un titolo di studio, o al massimo hanno frequentato la
scuola elementare. A mano a mano che i livelli di conoscenza scendono, scende anche la
considerazione verso il valore del volontariato. Il minore apprezzamento fra le persone con il
livello di istruzione più basso ha bisogno di approfondimenti che potranno essere realizzati con
ulteriori strumenti conoscitivi.
Tab. 9 – Giudizio sul volontariato e titolo di studio
Giudizio sul volontariato/titolo di Laurea o Medie Medie Elementari/Ne
studio superiori superiori inferiori ssun titolo
È molto positivo, è fondamentale 73,6 75,9 66,7 50,0
È positivo, ma non è fondamentale 9,9 13,8 22,7 31,0
Non è chiaro, non sempre si capisce
8,5 3,3 7,5 13,2
quello che fanno
È qualcosa di negativo 2,5 2,3 0,0 5,9
Non sa/Non risponde 5,4 4,7 3,0 0,0
Totale 100,0 100,0 100,0 100,0
Fonte: Indagine Sociometrica, 2021
Quando si osservano i risultati sul piano della distribuzione dei dati per provincia, se ne vedono
tre (Livorno, Arezzo e Siena) dove il giudizio è di massimo apprezzamento, perché si supera la
soglia dell’80%, mentre le altre province si collocano tra il 70% e l’80%; fanno eccezione
Grosseto, che non supera il 70% e Prato che non supera il 60%. Detto questo, in nessuna
provincia il giudizio più elevato (“Il volontariato è fondamentale per la società”) si colloca sotto
la soglia simbolica del 50% (Tab. 10).
Tab. 10 – Persone che giudicano il volontariato fondamentale per provincia
90,0
80,0
70,0
60,0
50,0
40,0
30,0
20,0
10,0
0,0
Livorno Arezzo Siena Pistoia Pisa Lucca Massa Firenze Grosseto Prato
Carrara
Fonte: Indagine Sociometrica, 2021
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Quando si analizzano ancora più in profondità i dati relativi ai giudizi migliori sul volontariato, si
scopre che il massimo apprezzamento, dal punto di vista della professione degli intervistati, si
registra tra commercianti/artigiani e gli imprenditori/liberi professionisti, in quanto per questi
due gruppi si raggiunge rispettivamente l’87,8% e l’87,4% per i quali il volontariato è
fondamentale. Il minimo si ottiene fra gli impiegati, con il 72,4%. Si tratta di differenze non
eccezionali e neppure troppo rilevanti, perché si tratta in tutti i casi di giudizi estremamente
lusinghieri.
Quando si passa dal giudizio sul volontariato come fenomeno, al giudizio sui volontari come
persone, i risultati sono ancora migliori ed è particolarmente significativo che i volontari siano
ancora più apprezzati del volontariato, cioè il soggetto sia più apprezzato dell’oggetto, o della
funzione. E vedremo fra un attimo quanto questo risultato assuma un grande valore.
Cominciamo però dai dati (Tab. 11). Si ricorda che il 73,8 % apprezza il volontariato tanto da
ritenerlo fondamentale; quando si passa ai volontari, quanti ritengono che si tratti di persone
da ammirare, la percentuale è ancora più alta, con addirittura il 79,9%. Se facciamo il confronto
con lo scorso anno, vedremo che si è passati dal 74,8% fra quanti giudicano i volontari “persone
che fanno del bene per gli altri e sono da ammirare” appunto al 79,9% di oggi.
Tab. 11 – Giudizio generale sui volontari
Giudizi sulle persone che fanno volontariato 2021 Differenza %
(Valori %) rispetto al
2020
Sono persone che fanno del bene agli altri e sono da ammirare 79,9 +5,1
Sono persone che fanno senz’altro cose positive, ma niente di speciale 13,0 -0,1
Sono persone che fanno cose positive come tanti che non fanno
3,7 -4,0
volontariato
Sono persone che fanno volontariato per motivi personali, non
1,6 -1,3
principalmente vogliono proprio il bene degli altri
Non ne sa abbastanza / non risponde 1,9 +0,4
Totale 100,0 100,0
Fonte: Indagine Sociometrica, 2021-2020
L’interpretazione che sembra più plausibile è dettata proprio dalla particolarità dell’anno e dalla
difficoltà a svolgere attività di volontariato e perciò anche di ricevere i suoi benefici. In sostanza,
gli intervistati sembrano voler dire: chi in questo periodo si è speso nel volontariato, date le
difficoltà maggiori rispetto al passato, merita ancora più ammirazione e apprezzamento. Le
difficoltà oggettive mettono in rilievo il valore delle scelte soggettive, cioè dei volontari.
L’ammirazione verso i volontari si registra più fra le donne che fra gli uomini, con una differenza
di circa otto punti. Se, invece, consideriamo le fasce d’età, allora vedremo che il massimo
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apprezzamento si registra fra i giovani adulti, con età compresa tra i 30 e i 54 anni, e la minima
tra i giovanissimi, con età compresa tra i 18 e i 29 anni, con una differenza questa volta rilevante,
perché è di venti punti.
Non abbiamo la possibilità di offrire una interpretazione approfondita delle ragioni che
determinano questo fatto specifico, ma è sicuramente un dato che fa scattare più di un allarme
e più di una pura segnalazione della sua rilevanza. Abbiamo in altre occasioni (riferite all’ambito
in cui si vorrebbe fare volontariato e che vedremo più avanti) riscontrato una minore
“sensibilità” dei giovani verso le attività di dell’assistenza sociale. Questo in qualche modo è un
dato se non naturale o obbligato, almeno plausibile: di solito sono più gli anziani che i giovani a
essere i beneficiari delle attività di volontariato.
Perciò il dato preoccupante non è la minore ammirazione verso i volontari da parte dei giovani,
ma l’entità di questa distanza rispetto agli adulti, perché è addirittura di venti punti percentuali.
Sulla base dei dati di questa ricerca non possiamo scavare ulteriormente su questo aspetto, per
molti versi sorprendente, possiamo solo azzardare l’ipotesi che la pandemia, nel suo stravolgere
tutto, abbia anche stravolto la percezione dell’importanza del volontariato, perché nei giovani
ha creato una sensazione di solitudine, di chiusura in sé stessi, che però vedremo meglio più
avanti.
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4. Cambiano le gerarchie del bisogno
Il volontariato vive delle intenzionalità dei volontari e delle loro organizzazioni; vive perché
alcune persone hanno deciso di dedicare tempo, intelligenza, passione agli altri. Queste
intenzioni dei singoli non nascono però solo al livello individuale, anche se rimangono alla fine
soprattutto individuali, ma si nutrono del clima generale che si respira; in particolare vivono
sull’assunto della consapevolezza che viviamo tutti in una dimensione collettiva e che tutti e
ciascuno dobbiamo, dovremmo, rispondere al bisogno. Ci si chiede allora quanta attenzione ha
il bisogno, cioè quanta gente è convinta che si debba rispondere al bisogno degli altri. Per usare
un termine preso dal mondo giuridico: quanto è legittimo il volontariato? Quanto la sua azione
risponde a una convinzione generale che la società civile, non solo e non soprattutto lo Stato,
debbano agire per alleviare il bisogno che arriva dalla società? Per capirlo abbiamo chiesto
quanto sia forte la convinzione che bisogna aiutare gli altri e anche a quali condizioni occorra
farlo.
La risposta dei cittadini della Toscana è nettamente favorevole alla solidarietà, anzi in questo
ultimo anno è cresciuta ancora di più. Infatti, lo scorso anno il 64.8% sosteneva che bisognasse
aiutare senz’altro chi ha bisogno. Adesso è dello stesso pare il 69,6%, perciò con un incremento
di quasi cinque punti (Tab. 12).
Rispetto allo scorso anno c’è un doppio passo che bisogna osservare: lo scorso anno c’erano più
persone secondo le quali bisognava “scegliere bene chi aiutare” (era il 30,8%, adesso è il 23,9%),
mentre quest’anno ci sono più persone che chiedono di preferire “chi si conosce” (+3,1%). In
sostanza, la pandemia ha creato: i) la percezione che il bisogno sia cresciuto; ii) che non è il
momento di fare tante distinzioni, perché l’epidemia ha colpito tutti, anche se in vario modo
e diversa misura e iii) che si è rinforzata l’idea di comunità locale. Anche l’idea che bisogna
aiutare solo chi fa parte della propria famiglia che era già bassissimo lo scorso anno (1,5%), è
ancora minore quest’anno (0,4%).
Tab. 12 – Atteggiamento generale verso il bisogno
In generale, lei pensa che si debba aiutare chi ha bisogno? Valori Differenza %
percentuali rispetto al 2020
Sì, senz’altro bisogna aiutare chi ha bisogno 69,6 +4,8
Sì, ma bisogna scegliere bene chi aiutare 23,9 -6,9
Sì, ma bisogna aiutare solo chi si conosce 6,0 +3,1
No, bisogna pensare a sé e alla propria famiglia 0,4 -1,1
Totale 100,0 =
Fonte: Indagine Sociometrica, 2021
16
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Quando andiamo ad analizzare questi dati secondo i parametri demografici più importanti,
genere ed età, non riscontriamo differenze di rilievo: fra uomini e donne si condivide lo stesso
pensiero (la differenza è solo dello 0,8%) e anche fra le diverse classi di età si naviga su differenze
analoghe (tra il massimo e il minimo la differenza è solo di qualche punto percentuale).
Riscontriamo, invece, differenze notevoli quando confrontiamo i dati da una provincia all’altra,
perché, rispetto all’obbligo morale di aiutare chi più ha bisogno, si passa dall’85,7% di Livorno al
45,8% di Arezzo (Tab. 13). Non abbiamo la possibilità di scavare nelle ragioni che determinano
queste differenze tra una provincia e l’altra, perché ci vorrebbero altre evidenze, e altri
approfondimenti di cui non possiamo disporre in questa sede. Possiamo intuire, come si vedrà
chiaramente più avanti, che l’epidemia abbia lavorato (e stia lavorando) molto nel profondo
nella psiche collettiva, con cambiamenti che prendono direzioni differenti a seconda delle
caratteristiche specifiche di ciascuna provincia. Più avanti vedremo, con alcuni dati significativi,
quale smottamento di convinzioni consolidate stia avvenendo proprio a causa della diffusione
dell’epidemia, nemico Invisible, e tuttavia (o forse proprio per questo) capace di agire in maniera
inedita e imprevedibile su tanti livelli della coscienza individuale e collettiva.
Tab. 13 – Percentuale di persone che sostiene si debba aiutare chi ha bisogno per provincia
100,0
80,0
60,0
40,0
20,0
0,0
Livorno Pisa Firenze Massa Siena Pistoia Grosseto Lucca Prato Arezzo
Carrara
Fonte: Indagine Sociometrica, 2021
Qualche elemento in più sulla questione dei cambiamenti di prospettiva e di sensibilità della
popolazione possiamo però ottenerlo attraverso il confronto rispetto allo scorso anno delle
categorie sociali che secondo la popolazione sono più meritevoli di ottenere la solidarietà e
l’aiuto del volontariato. Nel questionario erano elencate otto categorie di persone come
destinatari dell’azione di volontariato per vedere quali debbano essere privilegiate (Tab. 14). Per
riportare con estrema correttezza i risultati, bisogna aggiungere che si obbligava a rispondere
indicando non più di due categorie, questo per evitare risposte “evasive” o non impegnative, di
chi – anche correttamente– potrebbe valutare che ogni categoria indicata meriti l’aiuto dei
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volontari: costringendo a scegliere, si è portati a esprimersi più esplicitamente sul senso e la
direzione della scelta.
Tab. 14 – Categorie che meritano maggiormente l’aiuto dei volontari
Quali di queste categorie di persone meritano di più l’aiuto Valori Differenza %
del volontariato? (fino a due risposte) percentuali rispetto al 2020
2021
Anziani non autonomi 53,7 +4,6
Poveri e indigenti 44,6 +12,0
Disabili 35,5 +14,4
Vittime di violenza domestica * 26,0 =
Malati di malattie no covid* 20,0 =
Homeless, persone senza fissa dimora 10,3 +5,3
Immigrati 5,9 -10,7
Tossicodipendenti, alcolisti e altre dipendenze 3,8 -0,8
Malati** = 35,1
Fonte: Indagine Sociometrica, 2021-2020 *categoria non presente nell’indagine 2020 **categoria non
presente nel 2021
Al primo posto tra le categorie a cui bisognerebbe rispondere al primo posto ci sono gli anziani
non autonomi. Questa primazia, che era già presente lo scorso anno (49,1%), oggi è diventata
ancora più importante e arriva al 53,7%, il che significa che un residente su due ritiene che
bisogna aiutare soprattutto gli anziani non autonomi. La seconda categoria più indicata è quella
dei “poveri e indigenti”, che è cresciuta moltissimo rispetto allo scorso anno, quando pesava per
il 32,6%, con una crescita perciò di 12 punti.
La terza categoria indicata è quella dei disabili, per i quali l’epidemia ha creato molti problemi,
sia di natura generale (mancata frequenza scolastica), sia legati specificamente all’assistenza dei
volontari. Per questa categoria, rispetto all’anno scorso, si segnala la crescita maggiore (più di
14 punti).
La quarta categoria indicata è quella delle “vittime della violenza domestica”, categoria che non
era presente nella ricerca dell’anno scorso e che raggiunge il 26,0% delle indicazioni. Anche se
non è possibile sul piano formale fare un confronto, perché la categoria appunto non era
presente lo scorso anno, resta tuttavia impressionante il fatto che più di una persona su quattro
abbia indicato questo tema.
In sintesi abbiamo avuto questi cambiamenti principali: i) la crescita notevolissima del bisogno
materiale fra le famiglie, con un incremento dell’indicazione dei poveri e indigenti; ii) la
crescita del bisogno per i disabili; iii) un’ulteriore crescita della prima posizione degli anziani
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non autonomi fra le categorie indicate con il maggior bisogno; iv) la crescita delle violenze
domestiche; v) la riduzione di attenzione verso gli immigrati; vi) la crescita di attenzione verso
homeless, cioè persone senza fissa dimora.
La conclusione è che l’epidemia incide in maniera notevole in quella che possiamo definire la
gerarchia dei bisogni: i disabili, gli anziani non autonomi sono maggiormente colpiti dal
distanziamento sociale, con le innumerevoli conseguenze che ne derivano. Più in generale si
evidenziano i problemi economici delle famiglie più povere e l’incremento delle violenze
domestiche, anch’esse, in qualche modo, se non create, sicuramente incrementate dall’obbligo
di restare a casa. Compare anche la categoria dei “malati non covid”, che in questi mesi hanno
dovuto subire ritardi, o l’impossibilità di cure e interventi sempre causati dall’esplosione
dell’epidemia che ha limitato gli accessi in ospedale per altre patologie.
È interessante valutare le risposte alla priorità della categoria da privilegiare, secondo l’età degli
intervistati: ad esempio, i più giovani sono particolarmente attenti (in termini relativi) alle
vittime della violenza domestica, mentre l’attenzione verso gli anziani non autonomi prevale
nella classe d’età medio-alta, tra i 30 e 54 anni (Tab. 15).
Sulle tossicodipendenze, invece, l’attenzione è minima, tranne che per i più giovani, dove
raggiunge l’8,8%. Da notare che per i malati non-covid, oltre che per i disabili, ci sia
un’attenzione di tutte le classi di età, tranne che per quella dei più anziani. Il che, in qualche
modo, ha una sua quale significatività.
Tab. 15 – Categorie che meritano l’aiuto secondo l’età degli intervistati
Categorie più meritevoli/classe d’età 18-29 anni 30-54 55-64 anni Oltre 64 anni
anni
Poveri e indigenti 22,3 39,8 47,3 59,3
Malati di malattie no covid 27,0 19,4 25,2 14,9
Anziani non autonomi 38,8 57,9 53,8 54,1
Immigrati 6,1 2,3 2,0 12,9
Tossicodipendenti, alcolisti 8,8 4,2 3,2 1,6
Homeless 12,8 11,9 13,4 5,3
Disabili 26,8 38,1 29,2 39,1
Vittime di violenza domestica 57,5 26,2 25,5 12,5
Fonte: Indagine Sociometrica. 2021
Fra le categorie da privilegiare prevalgono soprattutto quelle le cui condizioni di bisogno sono
state determinate o aggravate dallo scoppio dell’epidemia. Così è scomparsa dall’orizzonte
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l’immigrazione, mentre sono nate o cresciute nuove categorie, come i malati non-covid, come
le vittime di violenze domestiche.
Nel quadro modificato dalla pandemia, una certa attenzione ha destato la chiusura, o quanto
meno una minore attività, dei circoli ricreativi. È noto come questi centri rappresentino luoghi
di ritrovo delle persone e concorrano a formare un tessuto sociale e culturale su cui, a sua volta,
si forma il vivere collettivo. Si è, quindi, chiesto agli intervistati di dare una valutazione
sull’importanza di questi centri di aggregazione sociale. Per la grande maggioranza dei residenti
in Toscana (57,0%) questi circoli svolgono un ruolo importante nel territorio e per il 22,0% un
ruolo giudicato come “fondamentale” (Tab. 16).
Tab. 16 – Giudizio sui circoli ricreativi
I circoli ricreativi sono stati costretti quest’anno a chiudere o a sospendere le loro Valori %
attività, Secondo lei che importanza hanno nella vita sociale?
Un ruolo fondamentale, insostituibile 22,0
Un ruolo importante 57,0
Un ruolo modesto 17,8
Un ruolo irrilevante 3,2
Totale 42,3
Fonte: Indagine Sociometrica, 2021 * Totale non è necessariamente 100, perché erano possibili fino a due
risposte
L’esempio dei circoli ricreativi, così apprezzati dalla popolazione, ripropone il tema di come la
“distanza sociale”, pur necessaria, abbia molecolarmente, pezzo a pezzo, “minato” il tessuto
sociale sotto vari aspetti, persino da quello ricreativo, a cui in tempi “normali” si sarebbe dato
meno rilievo, ma che ritrova, quando impedito o difficile, tutta la sua importanza e centralità
nella costruzione della vita collettiva.
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Pagina 21 — PDF originale
5. La medicina territoriale
L’epidemia del Covid_19 ha messo in grande difficoltà l’intero sistema sanitario. D’altro canto si
tratta di un evento dalle dimensioni sociali sconvolgenti, non solo in sé stesso, ma per tutte le
conseguenze dirette e indirette che provoca.
Già abbiamo visto come sia nata una nuova categoria di persone indicate come particolarmente
bisognose d’aiuto, rappresentata dai “malati non-Covid”; abbiamo anche visto come la distanza
sociale abbia creato grandi problemi al volontariato, attività semmai -come detto- di vicinanza
sociale, materiale e ideale a chi ha bisogno, che avvicina e non allontana le persone; abbiamo
visto come alcune attività svolte dal volontariato, quale ad esempio l’assistenza domiciliare,
abbia registrato una crescita notevole di domanda.
Lo stress-test a cui è stato sottoposto il sistema sanitario nazionale, ha portato a domandarsi in
quale modo i servizi sanitari possano essere rafforzati, ovviamente con le compatibilità
economiche ineludibili, e se il modello fondato sostanzialmente sugli ospedali, sui grandi
ospedali, sia ancora il migliore possibile.
Naturalmente si tratta di questioni molto complesse, che non possono essere risolte sul piano
di un’indagine demoscopica come la presente, e tuttavia è giusto, importante, e a suo modo
ineludibile, avere il parere della popolazione. L’esperienza della gente vale come testimonianza,
oltre che come opinione, perché il sistema sanitario è l’organizzazione pubblica che più di ogni
altra coinvolge l’intera popolazione. Abbiamo perciò posto alcuni quesisti agli intervistati: il
primo riguarda l’opinione rispetto alla preferenza verso un modello centrato sugli ospedali o sui
presìdi territoriali. Anche se la questione ha un carattere generale, tuttavia è rilevante sapere se
gli intervistati preferiscano un modello fondato sui grandi ospedali o su uno che si disponga
attraverso una presenza più capillare nel territorio; il secondo quesito riguarda il ruolo auspicato,
desiderato, del volontariato e del Terzo settore nella materia sanitaria; il terzo quesito
approfondisce questo punto, chiedendo agli intervistati quali attività il volontariato e il Terzo
settore possono o potrebbero svolgere a supporto e a integrazione del servizio pubblico.
Dall’insieme di queste risposte si possono trarre indicazioni su come modificare, cambiare,
affinare l’attuale modello sanitario.
La preferenza della popolazione della Toscana è verso un modello in cui ci sia una forte
presenza dei presìdi nei territori, oltre ai grandi ospedali regionali. Si esprime per questa ipotesi
il 38,6% degli intervistati (Tab. 17), mentre sull’altro versante, quello della preferenza di un
modello con grandi ospedali, si esprime il 17,7%. Occorre aggiungere che il 34,3% ritiene che
entrambi i modelli, in generale, possano andar bene. Quindi ne possiamo dedurre che ci sia una
preferenza verso un presidio territoriale sanitario più distribuito e più diffuso, rispetto
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all’opzione di avere pochi grandi ospedali. La questione, ovviamente, meriterebbe di essere
approfondita con maggiore dettaglio; d’altro canto, non si può chiedere al cittadino comune di
essere esperto di politiche sanitarie. Quello che si può chiedere – come abbiamo fatto – è di
esprimersi sull’organizzazione che sembra ottimale ai loro occhi, tenendo conto delle loro
esigenze.
Tab. 17 – Modello ospedaliero vs. modello territoriale
In questi mesi l’epidemia Covid ha messo in grande difficoltà l’intero Valori percentuali
sistema sanitario. Per migliorare le cose alcuni osservatori pensano che
occorra rafforzare l’attuale sistema fondato sui grandi ospedali e altri che
bisogna, invece, ridurre il peso dei grandi ospedali a favore di maggiori
presìdi nel territorio. Lei quale modello pensa sia preferibile, quello
centrato sui grandi ospedali o quello centrato su molti presìdi territoriali?
Il modello centrato sugli ospedali è il migliore 17,7
Un modello centrato sui presìdi territoriali è migliore 38,6
Sono modelli che vanno bene entrambi 34,3
Non saprei dire qual è il migliore 9,4
Totale 100,0
Fonte: Indagine Sociometrica, 2021
È interessante far notare una differenza abbastanza eclatante delle preferenze verso il “modello
territoriale” rispetto al “modello ospedaliero” fra le differenti classi d’età degli intervistati. Per
il “modello ospedaliero” (lo stiamo chiamando così per esigenza di sintesi) si schiera il 30,4% di
quanti hanno meno di 29 anni, mentre è dello stesso parere solo il 10,8% (Tab. 18) degli
intervistati con età superiore a 64 anni. Quindi significa che il grande ospedale “spaventa”, o
comunque si presenta come più complesso, alle persone con l’età maggiore. È possibile che a
formare queste risposte ricadano più motivazioni: lo scoppio dell’epidemia che ha reso più
difficile frequentare i grandi ospedali; una qualche difficoltà a decriptare simboli e percorsi dei
grandi ospedali; la difficoltà a viaggiare, per chi si trova lontano dai grandi ospedali. Certo è che
gli anziani preferiscono avere una sanità “più vicina”.
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Pagina 23 — PDF originale
Tab. 18 – Modello ospedaliero vs. modello territoriale secondo l’età
Modello sanitario ideale/classe d’età 18-29 30-54 55-64 Oltre 64
anni anni anni anni
Il modello centrato sugli ospedali è il migliore 30,4 18,7 17,7 10,8
Un modello centrato sui presìdi territoriali è migliore 39,7 35,7 34,7 44,2
Sono modelli che vanno bene entrambi 21,3 32,6 35,8 41,5
Non saprei dire qual è il migliore 8,6 13,0 11,9 3,5
Totale 100,0 100,0 100,0 100,0
Fonte: Indagine Sociometrica, 2021
Quando si analizzano i dati secondo il livello di istruzione degli intervistati si ottengono altre
differenze, anch’esse molto rilevanti. Osservando i dati relativi esclusivamente a quanti sono
favorevoli al “modello territoriale”, si scopre che questo modello è sostenuto soprattutto dai
laureati. Infatti, un laureato su due (49,9%) lo preferisce; quando scendiamo di livello
nell’istruzione degli intervistati la percentuale scende via via, fino ad arrivare al solo 8,8% fra
quanti non hanno un titolo di studio, o solo la scuola elementare. Questi ultimi preferiscono,
invece, il modello centrato sui grandi ospedali (39,7%), ma in tanti (32,3%) ritengono che
entrambi i modelli vadano bene. Da aggiungere che il 19,1% di questi ultimi risponda di non
essere in grado di dare una risposta a questo quesito; il che è molto comprensibile.
Tab. 19 – Modello ospedaliero vs. modello territoriale secondo il titolo di studio
Modello sanitario ideale/titolo di studio Laurea o Medie Medie Elementari/
Nessun
superiori superiori inferiori titolo
Il modello centrato sugli ospedali è il migliore 13,1 19,7 16,1 39,7
Un modello centrato sui presìdi territoriali è
49,9 35,2 26,4 8,8
migliore
Sono modelli che vanno bene entrambi 28,6 35,1 50,7 32,3
Non saprei dire qual è il migliore 8,4 10,0 6,7 19,1
Totale 100,0 100,0 100,0 100,0
Fonte: Indagine Sociometrica, 2021
Il secondo quesito riguarda il possibile e ulteriore ruolo del Terzo settore, e perciò delle
organizzazioni di volontariato, nel rafforzamento dell’organizzazione sanitaria regionale. Anche
in questo caso si tratta di questioni complesse, però è importante, attraverso questa domanda,
misurare la credibilità delle organizzazioni di volontariato nel momento in cui dovessero
ampliare le loro funzioni in un campo delicato come quello sanitario.
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Pagina 24 — PDF originale
Nel questionario erano presenti quattro opzioni fra cui scegliere per valutare il possibile nuovo
apporto del volontariato in sanità: nella prima si esprime un affidamento totale, perché
l’apporto del volontariato è giudicato non solo possibile e importante, ma anche “fondamentale;
la seconda opzione guarda al volontariato in maniera molto positiva, ma come complementare
al sistema pubblico; la terza opzione ne vede i benefici, ma in termini e su aspetti molto limitati;
l’ultima opzione vede, invece, la presenza delle organizzazioni di volontariato come inutili e
comunque non necessarie.
Se mettiamo insieme le prime due opzioni, di primazia e di complementarietà del volontariato
con il servizio pubblico, i giudizi favorevoli raggiungono l’86%, perciò la stragrande maggioranza
della popolazione Toscana vede non solo favorevolmente -si direbbe con entusiasmo- una
maggiore presenza del volontariato nell’organizzazione sanitaria regionale. In particolare, la
parte in assoluto più favorevole pesa per il 32,2% e quella favorevole a un ruolo importante di
complemento alla presenza pubblica per il 53,8% (Tab. 20).
Tab. 20 – Ruolo del volontariato nella sanità
Secondo Lei, nell’ipotesi di una nuova organizzazione della sanità, Valori percentuali
pensa che ci si dovrebbe avvalere ancora di più del supporto del
volontariato e del Terzo settore per alcune attività?
Sì, perché sono fondamentali 32,2
Sì, perché c’è bisogno anche di loro 53,8
Sì, ma solo con ruoli limitati 11,8
No, non sono utili/non sono necessarie 2,3
Totale 100,0
Fonte: indagine Sociometrica, 2021
È interessante vedere questi risultati secondo l’età degli intervistati. Il ruolo del volontariato
nella sanità è visto benissimo dai più giovani, per la maggiorana dei quali, nella misura del 50,3%,
è fondamentale. Per le altre classi di età non si arriva a superare la soglia del 50%, ma questa
opinione si stabilizza intorno al 30%, con poche differenze tra adulti e anziani. Escluso i giovani,
la percezione prevalente è che il volontariato sia molto utile in quanto complemento dell’offerta
sanitaria pubblica regionale. Questa opzione prende il 60,5% delle persone più avanti nell’età
(Tab. 21).
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Pagina 25 — PDF originale
Tab. 21 – Ruolo del volontariato nella sanità secondo l’età
Pensa che ci si dovrebbe avvalere ancora di 18-29 anni 30-54 anni 55-64 anni Oltre 64 anni
più del volontariato per alcune attività
sanitarie?
Sì, perché sono fondamentali 50,3 28,7 30,1 30,3
Sì, perché c’è bisogno anche di loro 46,0 54,8 45,3 60,5
Sì, ma solo con ruoli limitati 3,7 14,0 21,8 6,7
No, non sono utili/non sono necessarie 0,0 2,5 2,9 2,6
Totale 100,0 100,0 100,0 100,0
Fonte: Indagine Sociometrica, 2021
Una volta accertata l’opinione favorevole verso un impegno maggiore del volontariato, si tratta
di capire in quale modo, con quale ruolo e, soprattutto, su quali particolari servizi il volontariato
può dare il suo contributo, rispetto ai bisogni della popolazione. Naturalmente la gamma di
servizi è molto ampia, e dipende dalle situazioni peculiari in cui si esprime la domanda di sanità,
sia rispetto alle caratteristiche dei pazienti, sia rispetto alle caratteristiche dei diversi contesti
geografici. Abbiamo fatto un elenco dei servizi che sono emersi in prevalenza nella fase di test
del questionario e li abbiamo proposti all’insieme degli intervistati per misurare il livello del loro
gradimento o della necessità di averli a disposizione, personalmente o a disposizione della
collettività di cui fanno parte.
La grande maggioranza dei residenti in Toscana pensa che il volontariato sia molto utile, anzi
necessario, per quanto riguarda l’assistenza domiciliare, funzione per la quale si arriva al
58,2% dei consensi. Al secondo e al terzo posto ci sono due servizi molto sentiti: il trasporto
sanitario (30,0%) e la consegna dei farmaci a domicilio (28,1%). Quest’ultimo servizio è molto
sentito in tempi di restrizioni dovute all’epidemia, situazione nella quale diventa difficile per
molte persone avere farmaci, o perché non autonomi, o anche perché in quarantena o per le
altre situazioni specifiche determinate, o influenzate, dalla pandemia.
Un altro fronte molto interessante, e particolarmente innovativo, è dato dallo sviluppo delle
nuove tecnologie sempre più impiegate anche nel settore della sanità e della medicina. Due dei
servizi che meglio potrebbero essere svolti dai volontari sono la gestione dei servizi digitali a
distanza per monitorare la cura dei pazienti a casa e la raccolta dei dati relativi sempre a pazienti
in cura nella propria residenza. Per entrambi i casi si segnala una preferenza rispettivamente del
13,4% e del 12,4% (Tab. 22).
La crescita dei servizi digitali pone nuove sfide e nuove possibilità per la sanità. Da un lato le
tecnologie digitali offrono l’occasione di avere maggiori controlli e informazioni sull’andamento
delle terapie, dall’altro rischiano di ridurre la presenza umana, che per alcune persone, ad
esempio gli anziani soli, rappresenta un elemento importante persino di terapia. Il volontariato
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Pagina 26 — PDF originale
in questo potrebbe assumere un ruolo duplice: da un lato si potrebbe occupare di gestire,
assistere, costruire la dimensione digitale dell’assistenza e dall’altro di esserne il complemento,
rappresentando la presenza fisica che sostiene e rafforza l’assenza delle persone determinato
da un più largo impiego delle tecnologie. Compito sofisticato che il servizio pubblico avrebbe,
probabilmente, difficoltà a interpretare.
Tab. 22 – I servizi sanitari che maggiormente potrebbero essere svolti dal volontariato
Secondo Lei, nell’ipotesi di una nuova organizzazione della sanità, pensa che ci Valori percentuali
si dovrebbe avvalere ancora di più del supporto del volontariato e del Terzo
settore per alcune attività?
Raccolta dati dei pazienti in terapia a casa 12,4
Gestire servizi digitali per monitorare pazienti a casa 13,4
Attività diagnostica, di cura, riabilitativa 14,4
Iniziative a contrasto della povertà sanitaria 16,6
Attività di supporto nelle maxi-emergenze 18,9
La consegna dei farmaci a domicilio 28,1
Il trasporto sanitario 30,0
Assistenza domiciliare 58,2
Fonte: Indagine Sociometrica, 2021
Il pensiero dei residenti in Toscana sull’intreccio necessario, benvoluto, del volontariato con il
sistema sanitario pubblico è molto chiaro: vedono un ruolo importante del volontariato, lo
vedono soprattutto in chiave complementare rispetto a quello pubblico; vedono un sistema
sanitario che “copra” meglio il territorio, perciò che non sia esclusivamente puntato sui grandi
ospedali, ma che preveda una presenza più molecolare delle strutture sanitarie sul territorio.
Naturalmente non si può pretendere che dall’opinione di cittadini comuni si abbia la
proposizione di un modello di sistema sanitario, ma è importante avere il loro parere, sia perché
rispecchia l’idea prevalente di come ci si aspetta che funzioni il sistema sanitario, sia perché i
cittadini, alla fine, sono la ragione per cui qualunque sistema sanitario è creato. Vi è poi anche
l’indicazione delle funzioni del volontariato su tre piani in particolare: l’assistenza domiciliare; il
trasporto dei pazienti e dei farmaci; l’assistenza sulla medicina digitale. Alcune funzioni sono di
base, necessarie, ineludibili di qualunque sistema sanitario e altre sono particolarmente
innovative, perché legate alle nuove tecnologie.
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Pagina 27 — PDF originale
6. La nuova solitudine
L’epidemia del Covid_19 in sé stessa, con le paure del contagio rivolte praticamente verso
chiunque e con le restrizioni agli spostamenti e alla vicinanza fisica, determinati dalla lotta al
virus, ha creato una situazione di psiche collettiva molto particolare, speciale, ovviamente
inattesa. Abbiamo voluto indagare anche su questi aspetti, perché il vivere sociale dipende
fortemente dalla percezione che ciascuno ha degli altri e della collettività nel suo insieme. Anche
sentimenti come la solidarietà sono messi a dura prova di fronte a un’epidemia che sembra,
piuttosto, chiamare all’individualismo, alla protezione di sé piuttosto che quella degli altri.
Sentimenti controversi, perché abbiamo visto prima come sia cresciuta la consapevolezza dei
bisogni che sono aumentati, delle persone che hanno bisogno d’aiuto e della necessità di sentirsi
più coesi, più uniti per affrontare la pandemia.
Abbiamo chiesto dapprima se l’intervistato avvertisse o meno una crescita della solitudine. Poi
abbiamo richiesto uno sforzo, al fine di capire con maggiore chiarezza il sentimento popolare in
questo momento, di rispondere se in questi mesi di epidemia sia cresciuta più la solidarietà o la
diffidenza. Sappiamo quanto lo schematismo (cioè l’obbligo a rispondere solo sì o no a una
domanda) forzi in qualche modo la realtà, tuttavia non volevamo concedere risposte “evasive”,
ma risposte che ci facessero cogliere meglio l’attuale momento psicologico collettivo.
Cominciamo dalla sensazione della solitudine. Ebbene, il 36,9% (Tab. 23) della popolazione della
Toscana avverte una grande crescita della solitudine, a causa del combinato disposto di
epidemia e restrizioni; a questa parte bisogna aggiungere il 40,1% che afferma di aver avvertito
una “certa crescita” della solitudine, in misura meno eclatante del primo gruppo. La somma ci
dà il 77%, quindi oltre due residenti in Toscana su tre hanno visto crescere, in varia misura e
intensità, la solitudine. È un dato abbastanza clamoroso, soprattutto se registrato in una regione
come dove la socialità ha da sempre un suo carattere saliente.
Tab. 23 – Percezione della crescita della solitudine
In questo periodo di chiusure e di restrizione degli spostamenti, ha avvertito una Valori
crescita generale della solitudine fra la gente? percentuali
Sì, avverto una crescita generalizzata della solitudine 36,9
Sì, avverto una certa crescita della solitudine 40,1
Sì, ma l’avverto solo per persone in situazioni molto particolari 18,6
No, non avverto una crescita della solitudine 4,5
Totale 100,0
Fonte: Indagine Sociometrica, 2021
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Pagina 28 — PDF originale
La distribuzione delle risposte secondo l’età degli intervistati ci fa scoprire un mondo forse
inatteso, perché la maggiore “denuncia” della solitudine non avviene, come forse ci si
aspettava, tra gli anziani, ma tra i giovanissimi. Addirittura se si sommano le due intensità di
percezione, quella più grave e quella meno grave, si arriva al 90,1% dei giovani sotto i 29 anni
che afferma come sia cresciuta la solitudine; è dello stesso parere “solo” il 68,1% delle persone
con età oltre i 64 anni (Tab. 24).
È possibile che a determinare questi giudizi ci sia la circostanza che per i più anziani l’epidemia
abbia determinato un appesantimento di una situazione comunque già esistente, e in qualche
modo già “governata”, mentre per i più giovani è stata un’assoluta novità e questa caratteristica
l’ha resa più evidente e ha inciso con maggiore forza. D’altra parte le scuole chiuse hanno
cancellato la loro istanza fondamentale di socialità.
Tab. 24 – Percezione della crescita della solitudine secondo l’età
In questo periodo di chiusure e di restrizione degli 18-29 30-54 55-64 Oltre 64
spostamenti, ha avvertito una crescita generale anni anni anni anni
della solitudine fra la gente?
Sì, avverto una crescita generalizzata della
40,8 37,9 48,9 27,1
solitudine
Sì, avverto una certa crescita della solitudine 49,3 40,1 31,0 41,0
Sì, ma l’avverto solo per persone in situazioni molto
9,9 15,0 14,9 29,2
particolari
No, non avverto una crescita della solitudine 0,0 7,0 5,2 2,7
Totale 100,0 100,0 100,0 100,0
Fonte: Indagine Sociometrica, 2021
È anche interessante, anche se non sapremmo indicare una linea interpretativa chiara, osservare
i dati sulla percezione della solitudine attraverso la provincia di residenza. La si avverte di più a
Siena e poi a Pisa e Livorno, mentre meno a Pistoia, Firenze e Grosseto.
Non sembra esserci un criterio in qualche modo oggettivabile (l’ampiezza della città capoluogo,
la vicinanza al mare o altro): probabilmente è il risultato di un grande insieme di fattori percettivi
che si intrecciano con le particolari, specifiche, situazioni locali. Al di là delle ragioni che le
determinano, restano comunque differenze da segnalare.
E’, invece, è chiarissima la ragione per cui la solitudine è avvertita pesantemente da chi non ha
un titolo di studio (o ne ha uno minimo) e molto meno da chi ha laurea. Infatti, la “grave
solitudine” è avvertita “solo” dal 38,5% dei laureati, ma da ben il 53,0% di quanti hanno il
28
Pagina 29 — PDF originale
minimo titolo di studio (Tab. 25). La spiegazione più plausibile è che il lockdown e anche il resto
delle restrizioni successive abbia spostato buona parte del lavoro in remoto (lo smart working).
È evidente che questo sia avvenuto solo a due condizioni: che il tipo di lavoro fosse possibile
farlo a distanza e che il lavoratore avesse un minimo di cognizioni tecniche per far funzionare gli
strumenti adatti al lavoro a distanza. Entrambi le condizioni è molto facile che si trovino tra i
laureati ed è molto difficile che si trovino tra quanti non hanno un titolo di studio.
Tab. 25 – Modello ospedaliero vs. modello territoriale secondo il titolo di studio
Percezione della crescita della solitudine secondo l’istruzione
Percezione della solitudine e titolo di studio Laurea o Medie Medie Elementari/
Nessun
superiori superiori inferiori
titolo
Sì, avverto una crescita generalizzata della
38,5 36,8 27,6 53,0
solitudine
Sì, avverto una certa crescita della solitudine 42,0 35,7 60,8 39,7
Sì, ma l’avverto solo per persone in situazioni
16,2 22,1 7,2 7,3
molto particolari
No, non avverto una crescita della solitudine 3,3 5,4 4,5 0,0
Totale 100,0 100,0 100,0 100,0
Fonte: Indagine Sociometrica, 2021
Il secondo quesito riguarda la percezione della crescita della solidarietà e la crescita della
diffidenza. Si chiede se in questi mesi sia cresciuta tra la gente più la solidarietà o più la
diffidenza, o se sia rimasto tutto uguale a prima. Ovviamente si tratta della percezione
soggettiva. Gli intervistati pensano decisamente che in questi mesi sia cresciuta più la diffidenza
che la solidarietà (40,1% contro il 25,3%), mentre “solo” il 26,7% (Tab. 26) pensa che le cose
sono rimaste uguali a prima.
Tab. 26 – Percezione della solidarietà e della diffidenza
In generale, lei ha visto crescere in questo periodo più la Valori percentuali
solidarietà o la diffidenza tra la gente?
È cresciuta più la solidarietà 25,3
È cresciuta di più la diffidenza 40,1
È rimasto tutto uguale 26,7
Non saprei 7,9
Totale 100,0
Fonte: Indagine Sociometrica, 2021
29
Pagina 30 — PDF originale
Di solito si dà al termine diffidenza un’accezione generale e un carattere negativo. È probabile
che questa diffidenza, quella che oggi qui misuriamo, non dipenda da aspetti caratteriali (o non
prevalentemente da questi) ma sia stata in gran parte indotta dalle modalità specifiche
attraverso cui l’epidemia si è diffusa, cioè attraverso il contatto umano, la socialità, la
frequentazione degli stessi luoghi. È probabile che queste modalità abbiano indotto, creato,
determinato una sorta di allarme generalizzato verso chiunque e verso qualunque situazione di
socialità e questo abbia fatto nascere la diffidenza. D’altra parte diffidenza e lontananza sono
sentimenti collegati: la prima crea la seconda, ma nel nostro caso è molto probabile che sia la
seconda a creare la prima.
È interessante notare come si distribuiscano queste sensazioni secondo il sesso degli intervistati.
Innanzitutto, vediamo una complessiva maggiore permeabilità delle donne rispetto agli uomini
(cioè pensano in numero maggiore che le cose siano cambiate rispetto agli uomini). Infatti, la
distanza maggiore la troviamo tra coloro che sostengono che non sia cambiato nulla: la pensa
così il 32,6% degli uomini, ma solo il 21,3% delle donne ritiene che non sia cambiato nulla (Tab.
27). Una differenza di oltre 10 punti. In tutti casi entrambi i generi concordano che la diffidenza
sia cresciuta più della solidarietà, ma le donne pensano che la solidarietà sia cresciuta un po’ di
più e gli uomini che la diffidenza sia cresciuta un po’ di più.
Tab. 27 – Percezione della solidarietà e della diffidenza secondo il genere
In generale, lei ha visto crescere in questo periodo più la solidarietà Uomini Donne
o la diffidenza tra la gente?
È cresciuta più la solidarietà 21,3 28,9
È cresciuta di più la diffidenza 36,6 43,4
È rimasto tutto uguale 32,6 21,3
Non saprei 9,6 6,4
Totale 100,0 100,0
Fonte: Indagine Sociometrica, 2021
Un’altra distribuzione dei dati è molto significativa riguarda le fasce d’età degli intervistati, in
particolare di quella giovanile che è un po’ al centro -come abbiamo già visto- dei cambiamenti
di psiche collettiva. I più giovani sono quelli che maggiormente denunciano la crescita della
diffidenza, esattamente nella misura del 43,9%, mentre fra i più adulti (oltre 64 anni) arrivano
“solo” al 34,0% (Tab. 28). In questa classe d’età prevalgono in termini relativi rispetto alle altre
classi d’età anche quanti sostengono che non è cambiato nulla. In sostanza, la pandemia ha
colpito sul piano psicologico più i giovani che gli anziani.
30
Pagina 31 — PDF originale
Tab. 28 – Percezione della crescita della solitudine secondo l’età
In generale, lei ha visto crescere in questo 18-29 30-54 55-64 anni Oltre 64
periodo più la solidarietà o la diffidenza tra la anni anni anni
gente?
È cresciuta più la solidarietà 24,6 23,6 24,0 28,6
È cresciuta di più la diffidenza 43,9 42,3 42,7 34,0
È rimasto tutto uguale 20,8 27,9 25,2 28,4
Non saprei 10,7 6,2 8,1 9,0
Totale 100,0 100,0 100,0 100,0
Fonte: Indagine Sociometrica, 2021
Facendo la sintesi sugli aspetti psicologici, possiamo dire che in quest’anno è cresciuta una
sensazione di solitudine in maniera molto accentuata. È probabile che l’epidemia abbia fatto
esplodere un problema che già covava, che era emerso in precedenza, quello appunto di una
maggiore sensazione di solitudine, avvertita già da prima da molti anziani. Quello che è cambiato
è che questo senso di solitudine è esploso, inatteso, tra i più giovani, visto che per loro è stato
di una novità assoluta.
In questo quadro si è anche registrata una crescita della diffidenza, e una crescita, anche se in
una misura minore, della solidarietà. Per essere esatti su questo punto che potrebbe portare a
interpretazioni distorte, bisogna aggiungere che noi cerchiamo di misurare la crescita e non lo
“stock”, il consolidato, sia della solidarietà che della diffidenza. Perciò, date le posizioni di
partenza, che per la solidarietà in Toscana sono notevoli, come abbiamo visto in altri lavori,
nell’anno della pandemia la solidarietà è cresciuta ancora di un po’, ma la diffidenza è cresciuta
in misura maggiore. La diffidenza si è intrecciata, confusa, incuneata tra le disposizioni
sanitarie (distanza sociale, attenzione alle persone) e quelle psicologiche: i due fattori si sono
alimentati reciprocamente. Da un lato la prescrizione sanitaria ha fatto avvertire un pericolo
nella vicinanza delle persone, e su questa prescrizione è montata la diffidenza verso gli altri. Un
vortice che ha la sua causalità proprio nell’agire dell’epidemia e delle conseguenti norme di
distanziamento sociale. Non sembrano perciò far parte strutturale del carattere o della psiche
collettiva dei residenti in Toscana.
31
Pagina 32 — PDF originale
7. La voglia di volontariato
La parte finale della ricerca è indirizzata a conoscere quante persone sarebbero oggi disposte a
svolgere attività di volontariato. Sappiamo bene che tra l’indicazione di una disponibilità e
l’effettiva messa in pratica di questa disponibilità c’è una distanza che dipende sia dalle
condizioni soggettive (disponibilità di tempo, ecc.) che da quelle oggettive (occasione di dar
seguito all’intenzione, ecc.). È comunque un indicatore importante che ci porta a misurare
l’attrattività del volontariato. In questo caso non siamo più solo nell’espressione di un’opinione
(del tipo: “Mi piace il volontariato”, “Sostengo il volontariato” o “Ammiro i volontari”) ma è
qualcosa di più, cioè la manifestazione dell’intenzione di farne parte.
Sappiamo così che il 32,0% (Tab. 29) sarebbe disponibile, sotto certe condizioni, considerando il
tempo disponibile e le altre condizioni che si dovranno delineare (dove, come, ecc.), a svolgere
attività di volontariato. Lo scorso anno la disponibilità era pressoché identica, con il 33,6%. È
quasi sorprendente che, data la situazione dell’anno scorso, con le sue enormi difficoltà a
svolgere attività di volontariato, ci sia la stessa disponibilità a fare volontariato anche
quest’anno.
Tab. 29 – Disponibilità a svolgere attività di volontariato
In generale, sotto certe condizioni, farebbe personalmente Valori Differenza %
attività di volontariato? percentuali rispetto al 2020
Sì’, senz’altro 32,0 -1,6
Sì, occasionalmente, di tanto in tanto 42,7 -6,3
Sì, ma solo in caso di eventi eccezionali 18,4 +4,5
No, in nessun caso 6,9 +3,5
Totale 100,0 =
Fonte: indagine Sociometrica, 2021-2020
Alle persone che hanno affermato che “senz’altro” sarebbero disposti a fare volontariato,
bisogna aggiungere il 42,7% che intende svolgere attività di volontariato, occasionalmente, non
in maniera sistematica, e senza un impegno stabile. La loro somma porta al 74,7% di persone
che sarebbero disposte a svolgere attività di volontariato. Solo il 6,9% risponde “no, in nessun
caso”. Su quest’ultimo aspetto è da registrare un piccolo incremento della chiusura netta al
volontariato, che l’anno scorso era solo del 3,4%.
C’è poi il 18,4% che risponde di essere disposto a fare volontariato solo in casi eccezionali, cioè
in presenza di grandi emergenze. Ci permettiamo di non annoverare questa parte di persone
come direttamente disponibili al volontariato, perché di fronte alle situazioni gravissime ed
32
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eccezionali, dare una mano agli altri in difficoltà diventa più un obbligo morale che una libera
scelta di donare il proprio tempo agli altri, come accade quando parliamo di volontariato in senso
proprio.
È molto importante osservare le differenze che ci sono all’interno della media generale, che in
alcuni casi sono molto significative. Per quanto riguarda le classi d’età, si conferma che il “cuore”
del volontariato si colloca nella classe tra i 30 e i 54 anni, ma in maniera non troppo distante
da tutte le altre classi d’età. Ad esempio, chi risponde “senz’altro farei attività di volontariato”
(e ci sono inclusi anche quelli che la fanno) si arriva al 35,0%, si scende di un nulla (34,5%) nella
classe d’età successiva. Quest’anno, a differenza di quello che l’ha preceduto, c’è una maggiore
disponibilità anche delle persone con età più adulta a fare volontariato: lo scorso anno era
nettamente inferiore. Questo significa -come si è già detto- che c’è una grande consapevolezza
delle classi d’età più avanzate a reagire alla pandemia, che ha innescato fenomeni di resilienza
importanti, di cui la disponibilità a fare volontariato è un’altra prova (Tab. 30).
Tab. 30 – Disponibilità a fare volontariato secondo l’età degli intervistati
Disponibilità al volontariato /classe d’età 18-29 anni 30-54 anni 55-64 anni Oltre 64 anni
Sì’, senz’altro 28,8 35,0 34,5 28,0
Sì, occasionalmente 43,4 40,7 37,0 48,0
Sì, in caso di eventi eccezionali 15,0 18,8 18,3 19,3
No, in nessun caso 12,8 5,4 10,2 4,6
Totale 100,0 100,0 100,0 100,0
Fonte: indagine Sociometrica, 2021
Le differenze diventano più nette quando le risposte sono analizzate rispetto alla provincia
d’appartenenza. In questo caso tra la provincia dove maggiore è la propensione al volontariato
(“Lo farei senz’altro”) c’è Grosseto (come lo scorso anno) e quella dove questa disponibilità è
minore, c’è Prato (era Pistoia lo scorso anno), le distanze sono notevoli, tanto che nella prima la
disponibilità è quasi il triplo rispetto all’ultima (Tab. 31). In questo caso vi è una sorta di
bipartizione delle province: il primo gruppo di sei province segnala una disponibilità verso il
volontariato massima (appunto Grosseto, cui aggiungere Massa Carrara, Pisa, Siena, Arezzo e
Livorno); altre quattro province dove la diponibilità è inferiore alla media (Prato, Pistoia e
Firenze).
33
Pagina 34 — PDF originale
Tab. 31 – Disponibilità forte a fare attività di volontariato secondo la provincia
grosseto
massa carrara
pisa
siena
arezzo
livorno
lucca
firenze
pistoia
prato
0 10 20 30 40 50 60
Fonte: indagine Sociometrica, 2021
Dal punto di vista delle categorie professionali la massima disponibilità al volontariato si registra
tra gli operai e gli imprenditori, quasi che, pur essendo collocati all’opposto nell’organizzazione
del lavoro aziendale, il comune impegno produttivo, e non terziario, dia loro qualcosa di più
come attenzione e disponibilità verso le attività di volontariato.
Passiamo adesso a capire in quale ambito le persone che hanno espresso l’intenzione di
impegnarsi nel volontariato, vorrebbero farlo. Al primo posto c’è l’assistenza sociale, che
rappresenta la parte più cospicua del volontariato nel settore sanitario (ricordiamo che
l’assistenza sanitaria in precedenza si indicava come l’ambito più promettente per tutto il
volontariato) con il 38,7% (fra quanti sono disposti a fare volontariato) disponibile a lavorare in
questo ambito. Al secondo posto c’è l’impegno nel campo ambientale, con il 32,4%, perciò non
lontano dal livello raggiunto dall’assistenza sociale. Al terzo posto c’è la sanità in senso stretto,
con il 21,9%, e poi la cultura, lo sport e la ricreazione che insieme raggiungono il 21,7% (Tab. 32).
Tab. 32 – Settore del volontariato dove si vorrebbe maggiormente impegnare
In quale settore vorrebbe eventualmente fare volontariato? Valori percentuali
Assistenza sociale e protezione civile 38,7
Ambiente 32,4
Sanità 21,9
Cultura, sport e ricreazione 21,7
Istruzione e ricerca 15,2
Cooperazione e solidarietà internazionale 11,7
Tutela dei diritti e attività politica 8,0
Filantropia e promozione del volontariato 7,3
Fonte: Indagine Sociometrica, 2021
34
Pagina 35 — PDF originale
Rispetto all’indagine dello scorso anno, che non permette un’esatta comparazione perché sono
cambiate alcune categorie, si nota la grande crescita delle tematiche ambientali e,
naturalmente, di quelle sanitarie. È significativo che la sanità sorpassi nell’interesse il settore
dello sport e della cultura, che tradizionalmente raccolgono, soprattutto il primo, un elevato
interesse. Naturalmente è la conseguenza di un anno segnato dall’epidemia, ma anche della
volontà di reagire, di impegnarsi in questo ambito da parte di una componente importante della
popolazione.
È interessante valutare queste risposte secondo alcuni criteri demografici, a partire dall’età.
Scopriamo così che la maggiore disponibilità a fare volontariato dei giovani si potrebbe
realizzare nel settore ambientale (36,6%), mentre per tutte le altre classi di età a prevalere è
sempre l’assistenza sociale e la protezione civile. Sempre tra i giovani è prevalente in senso
relativo, rispetto alle altre classi d’età, la maggiore sensibilità verso la tutela dei diritti civili e
verso anche le tematiche più politiche e, soprattutto, nell’ambito della cultura e sport (Tab. 33).
Tab. 33 – Disponibilità a fare volontariato secondo l’età degli intervistati
Settore preferito del volontariato /classe d’età 18-29 30-54 55-64 Oltre 64
anni anni anni anni
Cultura, sport e ricreazione 30,3 26,3 16,6 14,6
Istruzione e ricerca 7,6 13,7 18,7 18,3
Sanità 23,4 20,5 19,8 24,2
Assistenza sociale e protezione civile 28,4 41,6 41,6 37,5
Ambiente 36,6 30,5 28,6 35,3
Tutela dei diritti e attività politica 14,1 8,8 7,3 5,0
Filantropia e promozione del volontariato 19,5 6,8 7,5 3,0
Cooperazione e solidarietà internazionale 12,0 11,1 8,5 14,1
Fonte: indagine Sociometrica, 2021
È interessante vedere le preferenze del settore dove esercitare attività di volontariato rispetto
al sesso degli intervistati. Si vede così che verso il settore della cultura, dello sport e della
ricreazione c’è una netta preferenza degli uomini rispetto alle donne (23,9% contro il 19,7%); lo
stesso accade verso la tutela dei diritti (12,5% contro il 4,1%). Al contrario, è nettissima la
preferenza femminile nel campo dell’istruzione (20,1% contro il 9,5%), mentre su tutte le altre
aree non ci sono particolari distinzioni di intensità di interesse da segnalare (Tab. 34).
35
Pagina 36 — PDF originale
Tab. 34 – Disponibilità di fare volontariato secondo il genere
Settore preferito del volontariato/genere Uomini Donne
Cultura, sport e ricreazione 23,9 19,7
Istruzione e ricerca 9,5 20,1
Sanità 23,0 20,9
Assistenza sociale e protezione civile 44,3 33,9
Ambiente 32,2 32,6
Tutela dei diritti e attività politica 12,5 4,1
Filantropia e promozione del volontariato 7,2 7,4
Cooperazione e solidarietà internazionale 11,1 12,2
Fonte: Indagine Sociometrica, 2021
La disponibilità a fare volontariato e/o a contribuire economicamente alla loro attività può
essere definita anche in relazione al tipo di organizzazione presso la quale s’intenderebbe
sviluppare il proprio impegno. Nella nostra ricerca abbiamo presentato tre opzioni: i) fare attività
presso le associazioni locali che già si conoscono direttamente e personalmente; ii) presso
associazioni locali che si ha la possibilità di conoscere, controllare, valutare di persona; iii) fare
attività presso grandi associazioni riconosciute al livello globale che hanno anche dei brand
molto forti.
La preferenza dei cittadini della Toscana non lascia dubbi e si rivolge verso le associazioni
locali: il 40,5% (Tab. 35) dice di essere pronto a fare volontariato (o sostenere) le associazioni
che conoscono personalmente e direttamente; il 40,5% si dice disposto a farlo sempre verso
associazioni locali, anche se non le conosce (ma potrebbe facilmente conoscerle) e solo il 16,8%
preferisce le grandi associazioni internazionali con brand molto noti, del tipo Save the Children,
Telethon e altre ancora.
Tab. 35 – Preferenze verso il tipo di associazione di volontariato
In generale, se dovesse fare volontariato o contribuire Valori Differenza con il
economicamente, quale di queste associazioni preferirebbe? percentuali 2021 2020
Associazioni locali che già conosco personalmente 37,1 -2,7
Associazioni locali di cui è facile conoscere le attività 40,5 -2,3
Grandi associazioni con brand globali 16,8 +5,1
Nessuna associazione di nessun tipo 5,6 -0,2
Totale 100,0 =
Fonte: indagine Sociometrica, 2021
36
Pagina 37 — PDF originale
Sintetizzando i contenuti di questo capitolo, possiamo affermare che, nonostante la difficilissima
situazione in cui si troverebbe oggi chiunque volesse effettivamente svolgere attività di
volontariato, non cambia la disponibilità a impegnarsi in questo ambito. Questo è un grande
risultato, perché mostra la capacità del volontariato di affrontare le sfide in maniera seria e della
popolazione della Toscana di non rinunciare a dare il proprio contributo civico ad aiutare le
categorie sociali più bisognose.
37
Pagina 38 — PDF originale
8. Conclusioni: le nuove prospettive del volontariato
Questo secondo Report sul rapporto tra l’opinione della popolazione della Toscana e il
volontariato arriva in un momento segnato dall’esplosione dell’epidemia del Covid-19. Abbiamo
visto in quanti e quali modi l’epidemia, le conseguenti restrizioni, e il clima generale che ha
creato, abbia influenza sul volontariato e sui settori in cui è maggiormente impegnato, a
cominciare proprio dalla sanità
Se non fosse un termine ampiamente abusato, diremmo che proprio il concetto di resilienza è
quello che meglio descrive la situazione attuale del volontariato in Toscana. Nonostante
l’epidemia renda difficoltosa la vicinanza delle persone; nonostante non sia possibile organizzare
eventi, che sono tipici delle organizzazioni di volontariato; nonostante le difficoltà economiche
in cui le associazioni si trovano, la popolazione ne riconosce sempre più l’importanza e il valore.
Non era scontato che, dopo un anno così, il volontariato fosse apprezzato, stimato, interpellato
dalla popolazione in questo modo così convincente.
C’è un dato della ricerca che forse riesce a sintetizzare meglio di altri il sentimento popolare
verso il volontariato. Lo scorso anno era più apprezzato l’oggetto che il soggetto, cioè era
apprezzato più il volontariato come fenomeno, dei volontari come persone. Quest’anno la
situazione si è ribaltata: i volontari sono apprezzati più dei risultati stessi raggiunti con il loro
impegno. Questo perché, effettivamente, fare volontariato in queste condizioni è molto più
difficile rispetto a prima, e il merito di farlo, nonostante gli ostacoli oggettivi della situazione, ne
accresce il significato e il valore.
L’epidemia ha cambiato il clima sociale, perché per la prima volta riscontriamo una crescita della
diffidenza rispetto alla crescita della solidarietà. Questo non significa che oggi chi è diffidente
supera, per numero e per intensità, chi è solidale, ma solo che in questi mesi è cresciuta una
diffidenza che prima non si conosceva. Questa è la conseguenza dell’impatto psicologico
dell’epidemia che vede negli altri quasi un “pericolo”. In questo clima è cresciuta anche la
solitudine. Sapevamo della solitudine dei più anziani, soprattutto se non autonomi, ma la novità
è la solitudine avvertita dai giovanissimi. Sarà l’effetto delle chiusure scolastiche, sarà l’effetto
psicologico del virus che allontana le persone, sarà forse per altri motivi ancora, ma registriamo
un fatto del tutto inedito, che la solitudine è avvertita soprattutto dai più giovani.
Si apre per il volontariato la grande prospettiva di un suo maggiore impegno nel campo sanitario.
La popolazione della Toscana mostra di gradire molto un impegno ulteriore del volontariato nel
campo della salute, soprattutto nell’assistenza domiciliare agli anziani e nell’assistenza ai
disabili. Siamo in un momento di ripensamento del modello sanitario da seguire per migliorare
la qualità dei servizi e migliorare la salute dei cittadini. In questa ricerca emerge con forza la
domanda di un sistema sanitario regionale più presente nel territorio, e non solo centrato sui
38
Pagina 39 — PDF originale
grandi ospedali. L’epidemia ha, di fatto, rimesso la questione sanitaria al centro dell’attenzione
pubblica, perché tutti sono consapevoli che in questo ambito bisogna fare di più e che bisogna
farlo anche in maniera innovativa. In questo obiettivo la popolazione chiede una presenza
maggiore proprio al volontariato: ha la flessibilità che si richiede verso servizi che con difficoltà
possono essere schematizzati con orari rigidi e difficilmente possono comprendere appeno la
diversità della situazione personale e sociale dei pazienti; ha un’esperienza solidissima di
relazioni umane (il volontariato è soprattutto questo: relazione umana) che possono
rappresentare un elemento cruciale in tante situazioni, soprattutto verso gli anziani soli; ha una
ramificazione territoriale molto intensa, che può tornare utile nella territorializzazione della
sanità.
C’è poi il poderoso ingresso delle nuove tecnologie (in pochi mesi si è andati avanti -forse di un
decennio- nell’uso generale delle tecnologie in tutti gli ambiti della vita personale e collettiva) e
questo sta accadendo naturalmente anche nella sanità. Ci sono sistemi che aumentano le
capacità di controllo delle terapie in remoto; addirittura ci sono terapie che possono essere
condotte totalmente in remoto; c’è un ampliamento dei servizi digitali disponibili per la sanità.
L’altra faccia della luna, se così si può dire, di queste innovazioni è che riducono la presenza
dell’assistenza personale. Sappiamo che, in particolari circostanze, avere persone con cui
parlare, con cui confrontarsi rappresenta un beneficio anche nella qualità della terapia. Il
volontariato potrebbe svolgere un ruolo cruciale nel temperare un approccio high tech-low
touch che si potrebbe delineare all’orizzonte dello sviluppo tecnologico.
Il Report 2021 ci porta la grande consapevolezza che, nonostante le situazioni epidemiche
avverse, la relazione tra il volontariato e i cittadini della Toscana è molto viva, è forte, addirittura
è più solida rispetto allo scorso anno, benché ci siano state notevoli difficoltà a realizzare le
iniziative in programma. E se l’epidemia ha sconvolto abitudini, relazioni umane e lavorative,
non ha però cambiato il legame tra la gente e il volontariato, anzi porta a chiedere nuovi compiti
e nuovi impegni a cui il mondo del volontariato (sebbene non da solo) oggi è chiamato a
rispondere.
39
Pagina 40 — PDF originale
9. Nota metodologica
Il presente Rapporto raccoglie i risultati di una indagine demoscopica realizzata presso un
campione rappresentativo della popolazione della regione Toscana superiore ai 18 anni. La
numerosità campionaria è stata di 800 casi (800 interviste a buon fine) composta in funzione
della provincia di residenza (10 classi), della classe di età (4 classi), del genere (2 classi), del titolo
di studio (4 classi) e della condizione professionale (8 classi). le interviste sono state realizzate
nelle prime due settimane di gennaio 2021.
Tab. 36 – Popolazione della Toscana superiore a 18 anni*
18-29 anni 30-54 anni 55-64 anni >64 anni Totale
Maschi 58.210 172.761 64.931 109.295 405.197
Firenze
Femmine 54.307 180.055 70.876 146.101 451.339
Maschi 15.431 46.406 16.143 24.850 102.830
Prato
Femmine 14.266 47.097 17.494 32.307 111.164
Maschi 16.399 50.101 19.629 31.979 118.108
Pistoia
Femmine 15.411 52.043 20.926 41.732 130.112
Maschi 15.558 44.982 17.396 30.210 108.146
Siena
Femmine 14.174 46.672 19.097 39.267 119.210
Maschi 24.116 74.738 27.227 44.342 170.423
Pisa
Femmine 22.171 74.481 29.290 57.706 183.648
Maschi 20.179 59.022 22.846 38.521 140.568
Arezzo
Femmine 18.441 60.040 24.321 48.000 150.802
Massa Maschi 10.643 33.134 14.223 22.437 80.437
Carrara Femmine 9.773 33.017 15.190 29.918 87.898
Maschi 21.853 66.154 26.950 43.216 158.173
Lucca
Femmine 20.004 67.986 28.583 56.391 172.964
Maschi 12.265 36.934 15.385 26.622 91.206
Grosseto
Femmine 11.163 37.683 16.980 34.168 99.994
Maschi 18.309 56.682 22.652 39.114 136.757
Livorno
Femmine 16.489 57.872 24.848 50.912 150.121
Totale 409.162 1.297.860 514.987 947.088 3.169.097
Fonte: ISTAT, 2019 *Non avendo, al momento delle interviste disponibile il dato della popolazione 2020, si è
utilizzato quello del 2019. Al momento della stesura del rapporto è disponibile il dato della popolazione 2020, che
non differisce da quello dell’anno precedente.
Il metodo di contatto e tecnica di rilevazione. Interviste effettuate con il sistema CATI (Computer
Aided Telephone Interview) e CAWI (Computer Aided Web Interview) per mezzo di un
questionario strutturato, preventivamente concordato con il Committente.
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Gruppo di lavoro. Interviste effettuate da parte di intervistatori professionisti, preventivamente
formati allo svolgimento del lavoro per mezzo di apposite sessioni di briefing. Il gruppo di lavoro
è stato coordinato da un Responsabile del Field.
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Public Opinion and Volunteering in Tuscany. Second Report (2021)
Awareness and value of volunteering associations in the Covid-19 year, measuring the epidemic's impact on the collective psyche.
