2016 · Turismo
La montagna perduta
Uno studio sul declino e sulle possibilità di rilancio del turismo di montagna in Italia.
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Sociometrica (2016). La montagna perduta. https://www.sociometrica.it/research/montagna-perduta
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LA MONTAGNA PERDUTA
Come la pianura ha condizionato lo sviluppo italiano
ANTONIO PREITI
febbraio 2016
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Il presente Rapporto di Ricerca è stato redatto da Antonio Preiti, le
elaborazioni statistiche sono di Petya Garalova. Si ringrazia Gianfranco
Cerea per i preziosi suggerimenti e le fertili indicazioni (la responsabilità
di quanto scritto rimane comunque dell’autore). Si ringraziano Stefano
Fantacone e Mauro Marcantoni per averlo reso possibile, infatti il testo è
frutto di un lavoro commissionato congiuntamente da TSM e CER.
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INDICE
1. MONTAGNA E PIANURA. IL GRANDE DIVARIO 5
1.1 Lo spopolamento progressivo 5
1.2 La (mancata) lobby della montagna 8
1.3 La crucialità delle infrastrutture 10
1.4 La questione delle aree interne 17
2. L’ECCEZIONE DEL TRENTINO-ALTO ADIGE E VAL D’AOSTA 21
2.1 Stessa orografia, diverso destino 21
2.2 La (sola) montagna che cresce 30
2.3 Piccoli confini che cambiano tutto 32
3. L’AUTONOMIA CHE SALVA LA MONTAGNA 37
3.1 Ogni autonomia è speciale a modo suo 37
3.2 L’illusione ottica delle statistiche parziali 40
3.3 La ricchezza generata dalle politiche locali 42
3.4 La montagna dentro di noi 45
CONCLUSIONI. CONTANO LE POLITICHE, NON L’OROGRAFIA 47
APPENDICE STATISTICA 51
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1. MONTAGNA E PIANURA. IL GRANDE DIVARIO
1.1 Lo spopolamento progressivo
L’orografia determina il destino di una comunità? Sembra proprio di sì, almeno in
Italia, dove la questione dell’altitudine, sebbene sottaciuta, derubricata e rimossa,
si rivela una delle variabili più importanti per lo sviluppo del Paese.
Ci sono molti punti di vista che si possono adottare per avere cognizione di come in
Italia l’altitudine faccia la differenza, anche se con alcune eccezioni che non
mancheremo di sottolineare; punti di vista molteplici ma tutti ampiamente
supportati con dati, statistiche e indicatori che permettono a chiunque di rendersi
conto dell’importanza di questa variabile.
In questo rapporto sono raccolte molte statistiche dal 1951 agli anni più recenti
sull’andamento della popolazione, dell’economia e delle infrastrutture, nelle varie
regioni italiane, con uno speciale riferimento alla montagna. Per altro della
montagna, del suo destino divaricante, che in alcune aree ha coinciso con lo
spopolamento e l’abbandono e in altre con lo sviluppo e l’autogoverno delle
comunità, sembra non interessare troppo l’opinione pubblica, i media, e il
dibattito sulle politiche dello sviluppo.
Per fare solo un esempio, la letteratura è piena di lavori sul divario nord-sud,
com’è giusto che sia, ma non si trova mai un analogo, neppure lontanamente
confrontabile, impegno conoscitivo sul divario, ugualmente esistente, anzi
vedremo ancora più netto, tra la pianura e la montagna. Spesso anche all’interno
della medesima regione. Il nostro lavoro di ricerca è perciò focalizzato proprio a
mettere in evidenza come esista nel nostro paese anche una “questione montana”,
anche se le modalità del dualismo e, soprattutto, gli esiti divergenti nella varie
regioni, ne definiscono la sua importante e fondamentale connotazione, rispetto al
confronto, largamente uniforme, tra nord e sud.
Il primo elemento di valutazione riguarda la popolazione. È l’indicatore più
generale, più importante, più consistente. Dove la popolazione si riduce,
soprattutto per gli effetti di un saldo migratorio negativo, significa che le
Rapporto sulla montagna 5
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condizioni economiche, sociali e psicologiche sono inferiori a quelle di altri
territori. Guardiamo allora alle prime statistiche di comparazione tra montagna e
pianura, con anche la collina, sull’andamento della popolazione.
La popolazione italiana negli ultimi 60 anni è cresciuta di circa 12 milioni di
persone (grafico 1). La crescita però non è stata uniforme; anzi, suddividendo il
Paese secondo la connotazione altimetrica, e cioè tra pianura, collina e montagna,
vediamo andamenti addirittura contrapposti. la pianura è cresciuta moltissimo (8,8
milioni di residenti), anche la collina è cresciuta molto (di circa 4 milioni), mentre
la montagna, addirittura, ha visto la popolazione diminuire di quasi un milione di
persone, esattamente 900 mila. È evidente che un segno meno, a fronte di segni
positivi molto netti, assume un particolare significato. Perciò l’intero paese è
cresciuto di circa il 20% nella popolazione residente, ma la montagna è andata
spopolandosi.
Grafico 1. Popolazione residente
Popolazione per
residente perzona altimetrica
zona altimetrica
70.000.000
59.433.744
60.000.000
50.000.000 1951 2011 47.515.537
40.000.000
28.684.330
30.000.000
23.281.383
19.889.067
19.303.820
20.000.000
8.322.650 7.468.031
10.000.000
0
Montagna Collina Pianura Totale
Fonte: elaborazioni su dati Istat.
Le serie storiche dei censimenti mostrano come l’andamento è stato positivo nelle
zone di collina e pianura e decrescente per la montagna fino ai primi anni ’90,
dopo di che la discesa si è arrestata (grafico 2). Nel 1991 la popolazione montana
era diminuita di 10 punti percentuali rispetto al 1951.
6 Rapporto sulla montagna
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Grafico 2. Popolazione (numero
Popolazione indice,
(numero indice,1951=100)
1951=100)
150
144
140
130
125
120 121
110
100
90
90
80
1951 1961 1971 1981 1991 2001 2011
Montagna Collina Pianura Totale
Fonte: elaborazioni su dati Istat.
Si potrebbe pensare che le aree di montagna pesino poco sulla superficie
dell’Italia, o che pesi poco in termini percentuali la popolazione residente in
quell’area, o che almeno pesasse poco all’inizio del processo che stiamo
descrivendo. Insomma, che si stia parlando di qualcosa che fosse già marginale
all’inizio della storia, ma non è così. Nel 1951 la popolazione montana era il 41,8%
rispetto a quella di pianura, non proprio una minoranza, mentre 60 anni dopo
rappresenta solo il 26,0%. Non è ancora una minoranza residua, neppure adesso,
ma la popolazione italiana è passata da poco meno della metà a un/quarto di
quella di pianura. Un risultato incredibile, peraltro in un paese che in 60 anni ha
cambiato di pochissimo i suoi dati strutturali.
In particolare i comuni montani rappresentano ancora nel 2011 il 43,7% del totale
dei comuni italiani (qui il conteggio riguarda il numero di comuni, non l’ammontare
della sua popolazione). Se consideriamo le venti regioni italiane (considerando il
Trentino e l’Alto Adige come una sola regione), addirittura in 9 regioni su 20, su
oltre la metà dei comuni insiste su un territorio montano. La montagna è
sostanzialmente residuale (10%) solo in Puglia, ma nel Veneto (seconda regione con
numero più basso di comuni montani) siamo già al 20% e poi in Sicilia si supera il
25%. Per altro, la gran parte dei comuni montani, vista la diminuzione generale
della popolazione, per il 65% ha meno di 2 mila abitanti, perciò si tratta di comuni
Rapporto sulla montagna 7
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piccolissimi (v. Appendice statistica ).
Restando al confronto dei dualismi pianura-montagna e nord-sud, si vede che in 60
anni le cose, sono cambiate molto poco rispetto al secondo aspetto. nel 1951 nel
nord la popolazione residente rappresentava il 44,5% e il sud il 37,2%; dopo 60 anni
il nord cresce di 1,3% e il sud diminuisce del 2,5%, praticamente nulla, in confronto
al trasferimento epocale dalla montagna alla pianura avvenuto negli stessi anni.
Già questo induce a pensare, supportato sul dato più generale che esiste, quello
della popolazione, che il divario pianura-montagna si è sviluppato in modi e per
intensità molto superiori rispetto a quello ben noto nord-sud.
1.2 La (mancata) lobby della montagna
Tornando alla diminuzione della popolazione montana, bisogna subito aggiungere
che lo spopolamento non è stato uniforme, perché da regione a regione la
situazione è molto diversa. Prima però di scendere nel dettaglio delle differenze, è
utile vedere una legge statistica di carattere generale che questo rapporto ha
scoperto. lo spopolamento della montagna ha avuto una misura più rilevante dove
la popolazione montana di partenza era inferiore al 30% della popolazione totale.
In sostanza dove la popolazione montana era maggiore, lo spopolamento è stato
inferiore. È una evidenza quasi contro-intuitiva, perché quando un fenomeno
generale di decrescita si realizza la probabilità astratta che accada di più proprio
dove il fenomeno maggiore è molto alta. Nel caso della montagna è l’opposto. dove
la popolazione montana relativa della regione era minore, lo spopolamento è stato
maggiore.
Il grafico 3 mette in relazione la quota della popolazione di montagna di ciascuna
regione con la variazione percentuale della popolazione montana dimostra con
grande chiarezza questo aspetto del processo di spopolamento della montagna. In
un lato del grafico sono raggruppate le regioni con meno del 20% della popolazione
che risiede in montagna; nell’altra parte del grafico sono raggruppate le regioni
con più del 30% di popolazione montana. Nel primo caso la caduta è ripida, nel
secondo la retta è quasi parallela all’asse orizzontale, perciò la diminuzione è stata
di gran lunga inferiore.
8 Rapporto sulla montagna
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Grafico 3. Variazione della quota di popolazione della montagna 1951/2009
Variazione della quota di popolazione di montagna 1951/2009 in rapporto alla quota di popolazione 1951
2,2
Emilia-Romagna
REGIONI CON MENO DEL 20% DI
Quota di popolazione in montagna 1951/2009
2,0 POPOLAZIONE IN MONTAGNA
Friuli-Venezia Giulia
Lazio
Sardegna Marche
1,8
REGIONI CON PIU' DEL 30% DI
Campania
y = -0,0613x + 2,4001 POPOLAZIONE IN MONTAGNA
2
1,6 R = 0,5509
Abruzzo y = -0,0074x + 1,5776
Veneto 2
1,4 Piemonte Calabria R = 0,3631
Toscana
Sicilia Molise
1,2 Lombardia Umbria
Basilicata Liguria
1,0
5 15 25 35 45 55 65
Quota di popolazione in montagna nel 1951
Fonte: elaborazioni su dati Istat.
Lo spopolamento della montagna ha però una vistosissima eccezione, perché in due
regioni, il Trentino Alto Adige e in Valle d’Aosta non solo lo spopolamento non c’è
stato, ma addirittura c’è stata in questi 60 anni una crescita della popolazione,
anche in valori assoluti. A queste dedicheremo uno dei prossimi capitoli. Per adesso
andiamo avanti nel capire le motivazioni per spiegare lo spopolamento generale
della popolazione (che, a questo punto, espungendo la situazione delle due regioni
prima citate, è ancora più evidente e intensa nel resto del paese).
Si può facilmente pensare al differente peso politico, che la popolazione montana
ha, dov’è più numerosa. Le politiche pubbliche seguono trame non sempre
perscrutabili, essendo il risultato dell’influenza di molte variabili, molte delle quali
hanno un carattere molto soggettivo. È però evidente, che su una gamma così
ampia di regioni, alla fine il fatto che la popolazione montana di una regione
specifica pesi per il 20 o per il 50% della popolazione residente della regione
innesca vari processi importanti. Il primo è diretto. perché la montagna ha un
numero maggiore di rappresentanti che provengono dalle sue aree e il secondo è
indiretto, perché nelle politiche generali e nelle scelte strategiche, soprattutto
quelle dirimenti, razionalmente si terrà in maggior conto la popolazione che
proporzionalmente pesa di più.
Rapporto sulla montagna 9
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Un altro elemento di fondo è che la stretta connessione tra agricoltura e
montagna, fa sì che dove la prima declina, la seconda ne segua il passo, perciò il
declino dell’agricoltura ha portato con sé una parte del declino della montagna.
Vedremo che, dove la montagna è vitale, lo è anche perché l’agricoltura lo è, oltre
che per aver rotto il rapporto biunivoco tra montagna e agricoltura, allargando la
gamma delle attività produttive.
Ci sono poi altre ragioni più legate all’ambiente sociale, alla presenza di offerta
culturale, alla varietà dell’offerta commerciale, che in montagna, anche a causa
della scarsità della popolazione è più ristretta, che qui però è difficile riportare in
termini di impatto economico. L’elemento che però appare decisivo nel destino
delle aree montane è però il numero e la qualità delle infrastrutture. Pensiamo ai
trasporti, alla logistica, alle opere pubbliche essenziali. La loro ampia disponibilità
in pianura rende la vita quotidiana molto più comoda e annulla le caratteristiche
del territorio. Raggiungere una località con l’alta velocità rende le due città (e
regioni, nel caso) molto più vicine, molto più integrate, e aumenta la possibilità e
la facilità di scambi tra le persone e le merci.
Per altro, il risultato più eclatante delle politiche territoriali è rappresentato
proprio dalle decisioni di investimento sulle opere pubbliche. È in questi casi che si
vede con maggiore evidenza l’obiettivo delle policy rispetto all’orografia, o meglio,
rispetto al dualismo pianura-montagna dei decisori pubblici. Su questo occorre
perciò un approfondimento.
1.3 La crucialità delle infrastrutture
Nel corso dello studio sono state fatte numerose verifiche delle ragioni dello
spopolamento, della montagna, almeno di quelle economiche, perché sulle altre è
difficile fare ipotesi oggettivamente dimostrabili. Quel che è emerso con grande
chiarezza è il legame tra infrastrutturazione del territorio e declino della
popolazione che vive in montagna. Tendenzialmente, quanto minore è la dotazione
infrastrutturale di un territorio, tanto maggiore sarà il disagio della vita quotidiana
e perciò la spinta a lasciare le aree montane e a trasferirsi in pianura, o in collina.
10 Rapporto sulla montagna
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Vediamo perciò, passo per passo, come si arriva a questa conclusione. Un primo
elemento di giudizio è dato proprio dalla disponibilità di infrastrutture nelle
regioni. Utilizzando il numero-indice con la media nazionale uguale a 100, si
osserva che la regione con la minore disponibilità di infrastrutture di tutto il Paese
è la Regione della Valle d’Aosta (valore 39), appena sopra la Basilicata, e poi il
Molise, dove circa la metà della popolazione vive in montagna, la Sardegna, il
Trentino Alto Adige, l’Umbria e l’Abruzzo (grafico 4). Insomma tutte le regioni
italiane con maggiore presenza di montagna sono agli ultimi posti come dotazione
di infrastrutture, questo non al 1951, ma al 2012.
Grafico 4. Indice totale di dotazione infrastrutturale nel 2012
Indice totale di dotazione infrastrutturale 2012
200
180
160
140
120
100
80
60
40
20
0
Liguria
Lazio
Campania
Molise
Puglia
Marche
Umbria
Sicilia
Calabria
Emilia-Romagna
Lombardia
Toscana
Veneto
Abruzzo
Sardegna
Basilicata
Valle d'Aosta
Friuli-Venezia Giulia
Piemonte
Trentino-Alto Adige
Fonte: Istituto Tagliacarne.
La penalizzazione delle aree montane dal punto di vista delle infrastrutturazioni
viene più evidente nel momento in cui si passa dalla scala regionale a quella
provinciale, che naturalmente è più dettagliata. Tra le ultime dieci province con
minore infrastrutturazione troviamo le province di Sondrio, di Matera, di Aosta, di
Belluno, e di Potenza, insomma province tipicamente montane (grafico 5).
All’opposto, tra le province con maggiore dotazione infrastrutturale troviamo le
Rapporto sulla montagna 11
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Grafico 5. Indice totale di dotazione infrastrutturale nel 2012
Nuoro
Ogliastra
Medio Campidano
Sondrio
Matera
Aosta
Belluno
Potenza
Oristano
Olbia-Tempio
Enna
Isernia
Rieti
Crotone
L'Aquila
Bolzano
Verbano-Cusio-Ossola
Grosseto
Campobasso
Cuneo
Agrigento
Ragusa
Benevento
Pordenone
Siena
Cosenza
Caltanissetta
Trento
Foggia
Macerata
Biella
Carbonia-Iglesias
Avellino
Viterbo
Arezzo
Rovigo
Mantova
Asti
Perugia
Teramo
Frosinone
Ascoli Piceno
Sassari
Ferrara
Pesaro e Urbino
Cagliari
Udine
Terni
Reggio nell'Emilia
Vercelli
Vibo Valentia
Piacenza
Lecce
Pistoia
Lecco
Cremona
Como
Prato
Caserta
Catanzaro
Lodi
Brescia
Pavia
Taranto
Siracusa
Vicenza
Salerno
Latina
Alessandria
Forlì-Cesena
Imperia
Parma
Treviso
Catania
Chieti
Lucca
Modena
Messina
Bergamo
Palermo
Trapani
Massa-Carrara
Bari
Torino
Novara
Pescara
Verona
Reggio di Calabria
Padova
Brindisi
Pisa
Ancona
Bologna
Rimini
Milano
Napoli
Firenze
Genova
La Spezia
Roma
Savona
Varese
Gorizia
Venezia
Ravenna
Trieste
Livorno
0 50 100 150 200 250 300 350 400 450 500
Fonte: Istituto Tagliacarne.
12 Rapporto sulla montagna
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località portuali. Livorno, Trieste, Ravenna, Venezia, Gorizia e poi tipiche province
di pianura, come Roma, Firenze, Napoli tra le più grandi e poi Savona, Ancona,
Bologna, Pisa tra le medio-grandi. È evidente che la presenza di un porto trascini
l’indicatore infrastrutturale molto più in alto, proprio perché aggiuntivo rispetto a
strade, rete ferroviaria ecc., che sono presenti dappertutto; tuttavia si intuisce con
grande chiarezza che è proprio l’essere in pianura, la dimensione che ha il più
grande effetto sulle infrastrutture.
Le ragioni per cui i territori di pianura riescono ad avere una maggiore dotazione
infrastrutturale è determinato di una serie di fattori, alcuni dei quali si auto-
alimentano. Il primo è senz’altro dato dalla densità della popolazione: più popolate
sono le collettività e maggiore sarà la domanda di infrastrutture. È una circostanza
del tutto intuitiva: una grande città ha bisogno di trasporti pubblici più diffusi, più
frequenti e più vari, rispetto a una popolazione più rarefatta. Un secondo fattore è
legato al primo, ma distinto: è la forza di influenza politica. Dove la popolazione è
più numerosa, sarà maggiore il peso politico di quella popolazione e determinerà
un’influenza sulle scelte strategiche rispetto alle opere pubbliche. Un terzo fattore
è però specifico rispetto proprio all’orografia. Costruire una strada in pianura è più
facile e meno costoso che costruirla in montagna. Perché l’orografia oltre a
determinare un maggiore costo di costruzione, molto spesso obbliga a fare ponti,
tunnel, annullare dislivelli, tutte cose che si evitano tranquillamente in pianura.
Allo stesso modo una linea ferroviaria incontra gli stessi problemi e ogni altra rete
fisica. In sostanza costruire qualunque cosa in montagna costa molto di più che in
pianura.
I costi di costruzione dei tratti stradali vengono calcolati secondo la tipologia di
strada. L’Istat ne classifica quattro: in trincea (quando la strada è costruita
leggermente sotto il livello del terreno), rilevato (quando invece ha bisogno che il
manto stradale sia sopraelevato rispetto al territorio), i viadotti e le gallerie. Ne ha
anche calcolato il differenziale, indicando ad esempio che i costi di costruzione di
una galleria sono cinque volte più alti rispetto alla stessa tipologia di galleria in
pianura. E in montagna, naturalmente, si è obbligati a fare più gallerie che in
pianura.
Rapporto sulla montagna 13
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Tavola 1. Costo di costruzione di un tronco stradale. Tipologie di opera e zona
orografica
Viadotto Galleria
Pianura 100 100
Collina 300 200
Montagna 300 500
Fonte: ISTAT, Indici costo di costruzione tronchi stradali, 2014.
Il differenziale nei costi di realizzazione e manutenzione delle infrastrutture in
montagna trova riscontro anche nei dati di finanza pubblica dei comuni montani. In
particolare, nei comuni montani nel periodo 2005-2009 la spesa in conto capitale
ammontava, in media, al 37% delle uscite totali. Il dato risulta di 10 punti
superiore alla media del totale dei comuni (tavola 2). Con riferimento alla spesa
per gli investimenti, la quota di questa voce risultava di 8 punti sopra la media
nazionale. Un’ulteriore conferma della maggiore spesa in infrastrutture in
montagna deriva dai valori pro-capite delle uscite. La spesa totale pro-capite nei
comuni montani è del circa 20% superiore alla media nazionale e tale differenza è
interamente attribuibile alla componente in conto capitale (tavola 3).
Tavola 2. Uscite dei comuni montani
Peso dei comuni Comuni Composizione delle uscite Composizione delle
Uscite montani sul totale dei comuni montani uscite dei comuni totali
(valori percentuali) 2005 2007 2009 2005 2007 2009 2005 2007 2009
Uscite correnti 15.2 15.3 15.5 61.3 62.8 65.8 72.2 72.7 75.4
- Personale 15.2 15.2 15.4 20.1 20.2 20.7 23.7 23.7 23.9
- Acquisto 15.6 16.0 15.8 28.7 29.5 31.3 33.0 32.8 35.3
- Altro 14.5 14.3 15.2 12.5 13.1 13.8 15.4 16.3 16.2
Uscite in 24.9 24.3 24.7 38.7 37.2 34.2 27.8 27.3 24.6
- Investimenti 24.1 24.0 24.7 32.2 31.9 29.8 24.0 23.6 21.5
- Altro 30.0 26.4 25.2 6.5 5.4 4.4 3.9 3.6 3.1
Totale Uscite 17.9 17.8 17.8 100.0 100.0 100.0 100.0 100.0 100.0
Nota: Uscite correnti di competenza, uscite in conto capitale di cassa e al netto di
riscossioni/concessioni di crediti.
Fonte: ANCI-IFEL, Comuni montani 2012.
14 Rapporto sulla montagna
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Tavola 3. Uscite dei comuni montani
Uscite Comuni montani Totale comuni
(valori pro capite) 2005 2007 2009 2005 2007 2009
Uscite correnti 817,5 847,1 896,2 800,7 821,1 852,3
- Personale 268,5 273,2 281,6 263,5 267,2 270,4
- Acquisto 382,2 397,5 426,5 365,9 370,5 399,2
- Altro 166,8 176,4 188,1 171,3 183,5 182,6
Uscite in 515,6 502,5 465,7 308,9 307,6 278,2
- Investimenti 429,0 430,0 406,3 265,8 266,7 243,3
- Altro 86,6 72,4 59,5 43,0 40,8 34,9
Totale Uscite 1.333,0 1.349,5 1.362,0 1.109,6 1.128,7 1.130,5
Nota: Uscite correnti di competenza, uscite in conto capitale di cassa e al netto di
riscossioni/concessioni di crediti.
Fonte: ANCI-IFEL, Comuni montani 2012.
Il nostro report ha scoperto che c’è una relazione inversa tra la spesa complessiva
delle amministrazioni comunali montane (calcolata pro-capite, che include anche
le spese correnti) e il fenomeno dello spopolamento.
Come si vede nel grafico 6, che mette in relazione la spesa corrente delle
amministrazioni dei comuni di montagna, con lo spopolamento, si osserva che la
riduzione minore di popolazione si registra nel Lazio, nel Piemonte, in Lombardia,
in Emilia Romagna, dove la spesa pro-capite delle amministrazioni montane è più
alta, di contro lo spopolamento maggiore si registra in Basilicata, in Friuli Venezia-
Giulia, in Calabria, dove la spesa pro-capite delle amministrazioni dei comuni
montani è minore.
Questo risultato conferma, con ancora maggiore forza e chiarezza quanto detto in
termini generali nella prima parte di questo lavoro. Lo spopolamento della
montagna non è inesorabile, insomma non dipende semplicemente dall’orografia,
ma dipende dalle politiche, e precisamente dalle politiche pubbliche. Immaginiamo
un punto di partenza in cui il fabbisogno infrastrutturale dei residenti in pianura e
in montagna fosse identico o anche che la distanza fosse semplicemente quella
determinata dai soli maggiori costi di realizzazione delle opere pubbliche in
montagna. Idealmente, a quel punto della storia, vivere in montagna significava
avere un gap di qualità infrastrutturale e, in senso lato, di qualità della vita
Rapporto sulla montagna 15
Pagina 16 — PDF originale
pubblica del 17%. Immaginiamo che nel corso del tempo il progresso tecnico, la
maggiore disponibilità di risorse pubbliche dello stato abbia permesso di investire e
perciò di dotare di maggiori infrastrutture tutta la popolazione, indifferentemente
dalla residenza della popolazione e dalla connotazione orografica del territorio.
Grafico 6. Popolazione
Spesa montana
corrente delle amministrazioni comunali nel e
1984spesa
e variazionedelle
della quotamministrazioni comunali
di popolazione montana 2009-1984
0,0
Piemonte
Variazione della quota di popolazione montana
-0,2 Lombardia Lazio
-0,4
Emilia-Romagna
Campania Toscana
-0,6
2009-1984
-0,8 Umbria
Veneto
y = 1E-06x - 1,4891
-1,0 Sardegna 2
Sicilia Marche R = 0,2965
Calabria
-1,2
Friuli-Venezia Giulia
-1,4
Basilicata
-1,6
0 100000 200000 300000 400000 500000 600000 700000 800000
Spesa corrente delle amministrazioni comunali nel 1984
(valori pro capite)
Fonte: elaborazioni su dati Istat.
Se così fosse stato non avremmo dovuto registrare nessuno spopolamento della
popolazione montana. Invece, con il passare del tempo la domanda di qualità della
vita pubblica si è fatta più forte. avere ospedali vicini e ben funzionanti; avere
scuole accanto a casa, avere trasporti pubblici frequenti ed efficienti. Se prima era
accettabile vivere lontano dai centri urbani e non avere scuole vicine, con il
passare del tempo è diventato inaccettabile. Questa inaccettabilità in qualche
modo è stata risolta nei territori di pianura, dov’era più facile rispondere, e dove
la pressione politica era più forte. Nei territori di montagna, per l’agire congiunto
di una minore forza politica e di un maggiore costo delle opere, l’adeguamento a
una migliore qualità della vita sociale è rimasto in parte incompiuto.
Vedremo adesso, nel prossimo capitolo, che il mancato spopolamento, anzi
l’incremento di residenti del Trentino-Alto Adige (nella stessa misura nella
provincia di Trento e in quella di Bolzano) e in Val d’Aosta, rappresentino
16 Rapporto sulla montagna
Pagina 17 — PDF originale
un’eccezione clamorosa delle leggi prima esposte, che valgono per tutto il resto
del Paese, ma non in queste due regioni. Vedremo che l’incremento della
popolazione non arriva da particolari ragioni culturali o antropologiche, ma è
legato esattamente all’andamento opposto degli stessi fattori che nelle altre
regioni hanno determinato lo spopolamento, e che in queste due realtà, ne hanno,
al contrario, determinato il successo.
1.4 La questione delle aree interne
Il dualismo pianura–montagna è il punto focale di un dualismo più grande che lo
contiene. Le aree di montagna sono inscritte nell’insieme delle aree interne, vale a
dire le aree che sono lontane dai grandi centri urbani che concentrano l’offerta di
servizi 1 . Ci sono anche altre definizioni che possono essere impiegate per
descrivere le aree interne, quella più comune è di “centri minori”, perciò di piccoli
aggregati urbani che, proprio per la loro dimensione fisica limitata, hanno anche un
limitato accesso alla gamma di servizi che in un grande centro si ritrova.
Le aree interne, o centri minori, naturalmente possono stare sia in pianura che in
montagna o in collina, ma di fatto sono maggiormente presenti proprio dove
l’altimetria è più elevata. Le loro caratteristiche salienti sono di avere un accesso
inferiore alla media su tre servizi essenziali. l’istruzione, la sanità e i trasporti
pubblici; di avere in molti casi risorse ambientali o culturali di un certo rilievo e di
avere una diversificazione accentuata al loro interno. Dire centro minore non dà
l’idea di centri uno uguale all’altro, ma al contrario abbiamo una diversificazione
di caratteristiche che rendono questi comuni estremamente variegati al loro
interno.
Le aree interne non sono però marginali, necessariamente, cosa che abbiamo già
visto in precedenza per i comuni del Trentino Alto Adige e della Val d’Aosta, ma in
generale soffrono proprio delle difficoltà d’accesso ai tre grandi servizi prima
citati. L’importanza dell’attenzione verso le aree interne deriva anche dalla
1
La classificazione delle aree interne è stata realizzata da UVAL (Unità di valutazione degli investimenti
Rapporto sulla montagna 17
Pagina 18 — PDF originale
circostanza che rappresentino il 61 % della superficie nazionale e il 53% dei comuni
italiani, anche se in termini di popolazione si scende al 22,8%2 (tavola 4). Si tratta
perciò di una componente molto importante, qualunque sia il punto di vista scelto,
del nostro Paese.
Tavola 4. Peso delle aree interne fra i comuni italiani
Variazione %
Classificazione Numero % Altitudine Popolazione % Superficie %
1971-2011
Polo 219 2,7 145 21.223.562 35,7 -6,8 29.519 9,8
Polo intercomunale 104 1,3 166 2.466.455 4,1 22,7 6.251 2,1
Cintura 3.508 43,4 215 22.203.219 37,4 35,8 81.815 27,1
Zone interne 4.261 52,7 543 13.540.508 22,8 -0,6 184.488 61,1
- Intermedia 2.377 29,4 395 8.952.266 15,1 11,6 89.448 29,6
- Periferica 1.526 18,9 607 3.671.372 6,2 -8,1 73.256 24,3
- Ultra-periferica 358 4,4 627 916.870 1,5 -5,3 21.784 7,2
Totale 8.092 100,0 385 59.433.744 100,0 9,8 302.073 100,0
Fonte. UVAL, Strategia Nazionale per le Aree Interne”, 2014.
Quanto sia diversificata la situazione delle aree interne, lo si vede bene non
appena si passi al calcolo dei comuni che ricadono in questa definizione, regione
per regione. La Basilicata ha quasi la totalità dei comuni definibili di “area
interna”, è seguita dalla Sardegna e poi dal Trentino Alto Adige. A seguire sono la
Calabria, la Sicilia e il Molise. A differenza della classificazione di area montana,
quella delle aree interne, ha il pregio di considerare, nelle statistiche, anche la
marginalità di comuni che altimetricamente non appartengano alla montagna. In
questa classificazione per distanza s’includono anche comuni distanti dai grandi
centri dei servizi, ma che non sono né poveri, né hanno una bassa qualità della
vita. Perciò, se dovessimo solo fermarci al numero dei comuni definiti di area
interna, la cui generale connotazione ha un senso negativo, vedremmo Calabria e
Trentino Alto Adige appaiati. Vicinanza che dal punto di vista socio-economico
2
UVAL, Strategia Nazionale per le Aree Interne”, 2014.
18 Rapporto sulla montagna
Pagina 19 — PDF originale
troverebbe tutte le smentite possibili.
È molto importante la tematica delle aree interne, perché in vario modo mette in
rilievo come la difficoltà che incontrano i centri minori siano sostanzialmente
collegate anch’esse alle politiche pubbliche. L’istruzione è pubblica, la sanità è
pubblica, i trasporti sono pubblici, almeno nella stragrande maggioranza degli
esercizi in tutti e tre i settori citati. Dove la denotazione di area interna coincide
con la connotazione negativa è esattamente dove si verificano le seguenti
situazioni. difficoltà d’accesso ai tre servizi fondamentali (istruzione, sanità,
trasporti); una prevalenza come ritardo, che non come capacità di produrre
reddito, dell’agricoltura; un assetto demografico connotato da un elevato tasso di
anzianità. Sono le stesse caratteristiche dei comuni montani che si sono andati via
via spopolando. Per conseguenza dove i comuni montani non si sono spopolati, anzi
hanno accresciuto la loro popolazione, è dove i servizi dell’istruzione, della sanità
e dei trasporti sono efficienti e dove l’agricoltura si è andata trasformando da
settore residuale delle piccole produzioni contadine, a industria agro-alimentare
di grande modernità, anche se, ancora meglio, in alcuni casi le istituzioni della
cooperazione hanno permesso la simultanea presenza e radicamento dei piccoli
produttori e di una capacità collettiva di fare impresa, altrimenti impossibile.
È utile fare un approfondimento sulla crucialità per lo sviluppo di almeno due dei
tre grandi servizi pubblici prima citati. Va da sé che la sanità sia un servizio
essenziale, e sia una delle caratteristiche che distinguono un paese sviluppato da
uno che non lo è. Rispetto però alle dinamiche attuali del mondo dell’economia,
l’istruzione e i trasporti sono oggi ancora più essenziali rispetto a quello che erano
in passato. Prima si trattava semplicemente, essenzialmente, di giustizia. Non era
equo che nello stesso paese una comunità avesse un facile accesso all’istruzione e
un’altra no; lo stesso per quanto riguarda la mobilità. Oggi è sempre vero che una
questione di giustizia sia allo stesso modo presente, ma sono diventati cruciali per
lo sviluppo proprio i fattori dell’istruzione e della logistica.
Nel mondo dove domina la società della conoscenza, è evidente che l’istruzione sia
il campo aperto più importate dove coltivare le speranze dello sviluppo e dove si
renda difficoltoso l’accesso all’istruzione di base, ne verrà un problema per le
opportunità di sviluppo delle aree interne. Lo stesso vale per i trasporti,
Rapporto sulla montagna 19
Pagina 20 — PDF originale
coincidenti in questo caso con la logistica. Oggi, grazie al commercio elettronico, è
possibile raggiungere clienti anche nei luoghi più lontani e impenetrabili del
mondo, soprattutto è oggi possibile per imprese artigianali, piccoli produttori di
qualità, imprese iper-specializzate di arrivare a farsi conoscere e a vendere in
luoghi che prima, per la loro dimensione aziendale, erano impensabili. Adesso è
possibile vedere un catalogo, scegliere un prodotto, chiedere e fare un acquisto in
tempo reale dovunque nel mondo. Tutte queste straordinarie possibilità
s’infrangono però proprio sulla logistica, quando non permetta una distribuzione
adeguata dei prodotti e tempi accettabili di consegna.
L’allargamento delle tematiche della montagna alle aree interne sottolinea quanto
siano centrali le politiche finalizzate a eliminare il gap infrastrutturale non solo
dell’altitudine, ma anche dalla distanza dai grandi centri urbani.
20 Rapporto sulla montagna
Pagina 21 — PDF originale
2. L’ECCEZIONE DI TRENTINO ALTO ADIGE E AOSTA
2.1 Stessa orografia, diverso destino
La storia economica del nostro paese, almeno quella più recente, dell’immediato
dopoguerra, è stata caratterizzata da un sorprendente sviluppo industriale.
Tradizionalmente l’industria si era sviluppata intorno all’asse Milano–Torino, con
propaggini importanti, soprattutto sul lato logistico, di Genova e della Liguria.
L’imperativo degli Anni ’70 è stato quello di arrivare a una industrializzazione più
intensa e, soprattutto, maggiormente distribuita.
Il Mezzogiorno è stato al centro di queste politiche, che hanno contemplato non
solo la nascita di grandi opere, sostenute, guidate e finanziate dalla cassa per il
Mezzogiorno, ma anche una diffusa politica di incentivazione degli insediamenti
produttivi. I risultati non sono stati quelli attesi e, oggi non possiamo certo
affermare che la distanza tra il sud e il centro-nord dal punto di vista della
presenza industriale si sia accorciata, tuttavia le politiche ci sono state, i
finanziamenti anche e le incentivazioni lo stesso.
Lo sviluppo industriale dell’Italia si è invece realizzato nelle regioni del Nord-est e
nella fascia adriatica del Centro-nord. Questa è una valutazione ex post, ma
guardate al momento, era evidente che il problema della insufficiente
industrializzazione i governi avevano pensato di risolverlo investendo
massicciamente nelle regioni meridionali.
Lo sviluppo dell’industria è stato pensato (e realizzato) soprattutto in pianura.
Forse sarà sembrato più facile, o più economico, o semplicemente per
disattenzione, sta di fatto che le imprese sono nate soprattutto nelle aree di
pianura e di collina, ma non in montagna.
È evidente che lo sviluppo industriale richiede due fattori fondamentali: il capitale
e il lavoro. Perciò questo secondo fattore si poteva solo ottenere attraverso uno
spostamento della popolazione dalla montagna alla pianura. Non erano certo i
tempi dell’immigrazione odierna, il mondo era ancora in attesa di essere
Rapporto sulla montagna 21
Pagina 22 — PDF originale
globalizzato, perciò la mano d’opera più facile, più disponibile e anche più
preparata era talvolta a pochi chilometri, solo un po’ più in alto, era in montagna.
L’industrializzazione è stato un fattore di spopolamento molto efficace, a suo
modo.
Guardiamo a un periodo di tempo non lontanissimo, all’ultimo trentennio, a partire
dal 1971, un periodo in cui tutto il Paese è cresciuto. Le unità locali, cioè l’unità di
grandezza che misura meglio la diffusività delle imprese sul territorio, sono
cresciute in Italia del 54,6% (grafico 7), perciò una crescita abbastanza impetuosa.
Se però andiamo a vedere come sono cresciute a seconda dell’orografia, scopriamo
che nei territori di pianura sono cresciute del 60,5% (una misura straordinaria) e
anche nei territori parzialmente montani sono cresciute molto (53,2%), ma in
montagna la crescita è stata appena del 29,5%. Si ricorda che qui non sono
considerate le imprese industriali in senso stretto, ma le imprese di tutti i settori.
Grafico 7. Unità locali per tipologia di comune (var.% 2001-1971)
Unità locali tipologia di comune (var % 2001-1971)
70
60,6
60 53,2 54,6
50
40
29,5
30
20
10
0
Non montano Parzialmente montano Montano Totale
Italia
Fonte: elaborazioni su dati Istat.
Questi dati diventano ancora più evidenti a misura che si passi dalla dimensione
complessiva nazionale a quella regionale, che ha naturalmente un maggiore
dettaglio. Il caso più eclatante è quello del Veneto (vedi Appendice) che poi è una
delle regioni che ha avuto una crescita economica straordinaria e più recente
rispetto alle regioni del nord ovest. In trent’anni le unità locali sono cresciute in
quella regione di oltre il 90% in pianura, superate solo dalla regione Lazio, mentre
22 Rapporto sulla montagna
Pagina 23 — PDF originale
nello stesso Veneto nei territori montani sono cresciute appena del 20%, quindi
circa 70 punti percentuali di meno. Lo stesso, in proporzione, è avvenuto nella
regione del Friuli Venezia Giulia, dove la distanza è di circa 60 punti percentuali. In
nessuna regione, sia fra quelle dove i territori montani sono una quota minima del
territorio complessivo, sia dov’è maggiore, lo sviluppo economico è indipendente
dall’orografia. Fanno eccezione il Trentino Alto Adige e la valle d’Aosta, regioni
totalmente montane, su cui torneremo nel prossimo capitolo.
Se poi ci si focalizza maggiormente sull’industria in senso stretto, cioè le unità
locali del settore manifatturiero, la penalizzazione dei territori montani, se
possibile, è ancora maggiore.
Nel periodo considerato le unità del settore manifatturiero in Italia sono cresciute
complessivamente del 15% (grafico 8), nelle aree di pianura però la crescita è stata
maggiore, raggiungendo il 20% e nei territori solo parzialmente montani la crescita
è stata nettamente minore, solo dell’8% (una distanza che non si era riscontrata
quando erano considerate le imprese di tutti i settori economici). Nei territori di
montagna la crescita delle unità locali nel settore manifatturiero sono state appena
il 2%. Perciò dieci volte di meno che in pianura.
Grafico 8. Unità locali del settore manifatturiero per tipologia di comune
(var.% 2001-1971) Unità locali del settore manifatturiero per tipologia di comune (var % 2001-1971)
25
19,9
20
15,4
15
10 8,3
5 2,3
0
Non montano Parzialmente montano Montano Totale
Italia
Fonte: elaborazioni su dati Istat.
Rapporto sulla montagna 23
Pagina 24 — PDF originale
Un altro fenomeno, in parte dipendente direttamente dal richiamo
dell’industrializzazione in pianura e in altra parte sviluppatosi per ragioni sue
proprie è la riduzione della superficie utilizzabile. Com’è noto il dato rilevante,
quando ci si occupa di agricoltura, è la quantità della superficie occupata dalle
coltivazioni, oltre che dal reddito delle imprese agricole. Maggiore è la SAU,
maggiori sono le potenzialità di un territorio nel settore agricolo. In Italia nel
periodo che va dal 1971 al 2010 la superficie totale utilizzata è diminuita più di un
quarto, arrivando al 26,5% (grafico 9), però, nonostante che l’industrializzazione si
sia sviluppata soprattutto in pianura, la SAU è diminuita meno proprio in pianura
(-17,8%), mentre la più pesante diminuzione si registra proprio nei territori
montani (-33,0%).
Grafico 9. SAU (var.% 2010-1971)
SAU (var % 2010-1971)
0
-5
-10
-15
-20 -17,8
-25
-26,5
-30 -28,5
-35 -33,0
Montagna Collina Pianura Totale
Italia
Fonte: elaborazioni su dati Istat.
Se guardiamo alla distribuzione regionale della caduta della superficie utilizzata in
agricoltura, scopriamo situazioni molto differenziate. La minore diminuzione si
registra nella provincia di Bolzano, di Trento e della Puglia, che per altro è la
regione italiana con la minore quota parte di territorio montano (ulteriore
conferma…). In Liguria la SAU è addirittura diminuita del 68 %, perciò oltre la metà
dei terreni coltivati sono stati abbandonati, ma una percentuale molto elevata si
registra anche in Val d’Aosta, Lazio e Calabria.
Perciò da un lato l’industrializzazione ha richiamato in pianura forza lavoro,
24 Rapporto sulla montagna
Pagina 25 — PDF originale
opportunità e capitali, mentre l’agricoltura produttiva, insomma la coltivazione
delle superfici agricole andava ancora più velocemente riducendosi.
Un terzo fattore discriminante, che agisce questa volta anche all’interno delle
stesse aree montane, è lo sviluppo del turismo. Anche un semplice sguardo alla
mappa che segnala con diversa intensità la presenza degli esercizi alberghieri nei
territori montani (grafico 10) rende evidente che solo nelle province di Trento e di
Bolzano e in qualche comune della provincia di Belluno e della Toscana vi è stato
uno sviluppo turistico in montagna. In tutto il resto del territorio nazionale, la
presenza di offerta alberghiera in montagna è scarsa o inesistente. Come vedremo
più avanti, proprio lo sviluppo del turismo rappresenta uno dei fattori fondamentali
di sviluppo dei territori montani.
Il turismo in qualche modo ha supplito alla mancanza di uno sviluppo industriale.
Anzi, alla fine, ha permesso a queste aree di evitare i problemi successivi di
deindustrializzazione che si sono verificati in altre parti del Paese. Ovviamente
queste considerazioni sono “ex post”: non si poteva sapere negli anni ’80 che negli
anni duemila ci sarebbe stata una crisi del settore manifatturiero. A quel tempo le
province più avvedute, oltre che dotate di opportunità, hanno ben pensato che lo
sviluppo del turismo potesse rappresentare oltre che una fonte autonoma di
creazione di ricchezza, anche un’alternativa al mancato sviluppo dell’industria.
L’offerta turistica non è nata su sollecitazione pubblica nazionale, ma è cresciuta
con le incentivazioni locali. Da notare che nel campo dell’industria, pur essendo i
territori montani totalmente e palesemente svantaggiati (oltre che oggetto del
grande fenomeno dello spopolamento) non hanno mai avuto le incentivazioni alla
industrializzazione di natura nazionale delle regioni del sud e via via anche di altre
aree svantaggiate fuori dal Mezzogiorno. Il mancato sviluppo della montagna, e
segnatamente della sua componente industriale, non è avvenuto solo perché si è
realizzato da altre parti, ma anche perché non vi è stata nessuna strategia
programmatica di tentativo, almeno, di contrastare con incentivi pubblici la
“naturale” evoluzione dell’economia locale.
Insomma la mancata industrializzazione non è il risultato ovvio di un maggiore
costo d’impianto, come potrebbe pigramente apparire, ma prevalentemente per la
mancanza di una politica nazionale d’incentivazione all’investimento. Perché, dove
Rapporto sulla montagna 25
Pagina 26 — PDF originale
invece lo sviluppo ha accompagnato la vita della montagna, lì, nonostante tutte le
obiezioni di carattere orografico, non c’è stato lo spopolamento, non ci sono stati i
processi di riduzione (o mancato adeguamento) della qualità della vita, piuttosto
c’è stato lo sviluppo e persino superiore alla media del paese.
Il caso del turismo è solo uno degli indicatori che mostrano con grande evidenza
che l’orografia non è un destino, perché se si osservano altri fattori, quello
dell’educazione e l’indice di vecchiaia, ad esempio, si vede bene che nello stesso
panorama montano abbiamo una grande varietà di situazioni, alcune sopra e altre
sotto la media nazionale. Perciò non è la questione altimetrica che determina una
minore qualità dell’istruzione o un maggiore invecchiamento della popolazione.
Consideriamo la mappa che riporta gli indici di vecchiaia nei comuni montani
italiani (grafico 11) e vedremo con grande evidenza che il maggiore invecchiamento
della popolazione si registra nei comuni montani della Liguria e degli Appennini
tosco-emiliani. Inoltre è proprio lungo l’asse appenninico che va dal sud del
Piemonte e Liguria, seguendo l’Emilia, la Toscana e l’Umbria che si concentra il
maggiore invecchiamento, esattamente a ridosso dei territori di pianura, e di
quella più importante del Paese, la pianura padana. I minori indici di
invecchiamento si registrano, invece, nei comuni del nord est del paese e nel sud,
dove comunque, in generale, la popolazione è relativamente più giovane.
Quando osserviamo la mappa sull’istruzione, ed esattamente la distribuzione della
percentuale di analfabeti e senza titolo di studio nei comuni montani italiani
(grafico 12), si vede che in tutto l’arco alpino questo indicatore è minimo, mentre
è massimo nella catena appenninica del centro sud, Molise, Campania, Basilicata e
Calabria.
È un ulteriore prova che l’orografia non è un destino: nel caso dell’invecchiamento
troviamo una concentrazione del fenomeno nelle regioni centrali e del nord ovest e
in quello della scarsa distribuzione di titoli di studio in quelle del centro-sud. È
evidente che invecchiamento e inadeguata istruzione si verificano solo in alcune
aree montane e in altre gli indicatori sono opposti, questo perché dipendono dalle
politiche, oltre che da fattori storici, e non dall’orografia in sé. Lo vedremo ancora
meglio nel caso delle regioni della Vale d’Aosta e del Trentino Alto Adige.
26 Rapporto sulla montagna
Pagina 27 — PDF originale
Grafico 10. Esercizi ricettivi per 100 kmq nelle comunità montane, 2004
Fonte: Istat, Atlante statistico della montagna italiana 2007.
Rapporto sulla montagna 27
Pagina 28 — PDF originale
Grafico 11. Indice di vecchiaia nelle comunità montane, 2001
Fonte. Istat, Atlante statistico della montagna italiana 2007.
28 Rapporto sulla montagna
Pagina 29 — PDF originale
Grafico 12. Percentuale di analfabeti e senza titolo di studio sulla popolazione
maggiore di 6 anni nelle comunità montane, 2001
Fonte. Istat, Atlante statistico della montagna italiana 2007.
Rapporto sulla montagna 29
Pagina 30 — PDF originale
2.2 La (sola) montagna che cresce
Il destino della montagna non è tutto uguale. Si è già visto come in Italia si sia
andata spopolando gran parte delle aree montane. È però un processo non
uniforme, perché addirittura in due regioni, il Trentino Alto Adige e in Val d’Aosta
la popolazione è addirittura aumentata. Nei due casi la popolazione regionale e la
popolazione montana coincidono, perché tutti i comuni sono considerati montani.
Questo particolare non è però fuorviante perché, come vedremo, anche
eliminando, ad esempio, il comune di Trento dal computo della popolazione
montana, vedremo che il risultato non cambia. Ma andiamo con ordine.
Partiamo prima dal dato generale della popolazione, secondo la regione
d’appartenenza. Negli ultimi 60 anni la regione che complessivamente ha avuto il
massimo incremento di popolazione è stato il Lazio, con un incremento che supera
la soglia del 60% (grafico 13). Al secondo posto è la Lombardia con poco meno del
50% di incremento, ma già se separiamo la provincia di Bolzano da quella di Trento,
troviamo che la prima ha avuto un incremento della popolazione superiore alla
Lombardia, sia pure inferiore al Lazio. Subito dopo la Lombardia, arriva la Val
d’Aosta, pressoché a pari merito con la provincia di Trento.
Grafico 13. Crescita della popolazione per regione (crescita cumulata 2011-1951)
Crescita della popolazione per regione (crescita cumulata 2011-1951)
70
60
50
40
30
20
10
0
-10
-20
-30
Lazio
Puglia
Italia
Piemonte
Veneto
Sicilia
Umbria
Liguria
Basilicata
Valle d'Aosta
Trento
Calabria
Molise
Campania
Marche
Abruzzo
Friuli-Venezia Giulia
Bolzano
Toscana
Lombardia
Trentino-Alto Adige
Sardegna
Emilia-Romagna
Fonte: elaborazioni su dati Istat.
30 Rapporto sulla montagna
Pagina 31 — PDF originale
In sostanza tra le prime cinque regioni che hanno avuto il maggiore incremento
generale di popolazione in Italia negli ultimi 60 anni, ben due sono alpine,
addirittura con il 100% di popolazione classificata come montana. All’opposto, le
tre regioni che hanno avuto una perdita in valore assoluto della popolazione
(Molise, Basilicata e Calabria) sono tutte con un’alta quota-parte di popolazione
montana. Nessuna regione con prevalenza assoluta della pianura ha perso in Italia
popolazione. Neppure se collocata al sud, infatti la Puglia ha avuto un incremento
della popolazione intorno al 25% e la Sardegna e la Campania ancora superiori.
Insomma, la congiuntura ha penalizzato, con l’eccezione del Trentino e della Valle
d’Aosta, la parte di popolazione montana di ciascun altra regione.
Consideriamo allora la popolazione di ciascuna regione che risiede nei comuni
montani. Oltre alle due regioni alpine già citate, del Trentino Alto Adige e della Val
d’Aosta; facendo riferimento alle statistiche del 1951, troviamo che la maggiore
quota-parte di popolazione montana si registra in Liguria, con il 59,1%, seguita dal
Molise, con il 58,4%, seguono poi la Basilicata (47,6%), l’Abruzzo (40,4%) e la
Calabria (30,4%). In sostanza, le regioni italiane in cui la popolazione montana
rappresenta una quota-parte della popolazione regionale consistente (superiore al
30%) sono sei (grafico A22 in Appendice).
E qui arriva il risultato più significativo, o addirittura clamoroso, perché l’unica
regione dove aumenta la popolazione montana, oltre al Trentino Alto Adige e alla
Val d’Aosta, è solo la Lombardia, tutte le altre hanno perso popolazione montana.
Per altro la Lombardia nel 1951 aveva una popolazione montana di poco superiore
al 10%, adesso, pur in presenza di una crescita in valore assoluto della popolazione
montana, tuttavia la quota-parte della popolazione montana è sotto la soglia del
10%. Perciò è cresciuta in valore assoluto, ma è diminuita in quota percentuale
sulla popolazione complessiva. Solo il Trentino Alto Adige e la Val d’Aosta perciò
hanno un incremento della popolazione netto, perché come detto popolazione
montana e popolazione complessiva coincidono.
Abbiamo voluto, per evitare distorsioni di tipo classificatorio, in quanto il comune
di Trento è sì montano dal punto di vista altimetrico (include il Monte Bondone),
ma si sviluppa in pianura, di vedere se per caso l’incremento della popolazione
fosse dovuto proprio al grande peso del comune di Trento e non fosse da
Rapporto sulla montagna 31
Pagina 32 — PDF originale
generalizzare. Ma non abbiamo nessuna smentita della tesi qui proposta, perché
negli ultimi 40 anni, quando l’incremento della crescita di Trento città è stata più
intensa, ha fatto registrare un + 24,4%, e il resto della provincia, naturalmente
escluso il comune di Trento, è cresciuto del 22,2%. È perciò una differenza minima,
di 2,2% e non smentisce minimamente la circostanza che l’incremento della
popolazione in Trentino abbia interessato tutto il territorio provinciale e non è
certo un effetto della sola crescita del comune capoluogo.
2.3 Piccoli confini che cambiano tutto
Mentre la popolazione del Trentino Alto Adige cresceva del 41% in 60 anni, e della
Val d’Aosta del 36%, la popolazione montana della Puglia addirittura crollava del
67% (grafico 14). Mentre però in Puglia la quota-parte della popolazione montana è
la più piccola del paese, e perciò conferma anche la tesi che la popolazione
montana diminuisce di più dove il suo peso specifico è minore, una certa sorpresa
arriva dal Friuli Venezia Giulia, che ha caratteriste orografiche rapportabili a
quelle trentine, salvo che per la presenza di città litoranee, e condivide con il
Trentino Alto Adige anche la posizione istituzionale di essere una regione anch’essa
a statuto speciale. Ebbene in quella regione la perdita della popolazione montana,
esattamente dei comuni che sono classificati come comuni montani, è stata del
48%. In sostanza, in questa regione, nel corso degli anni, la metà della popolazione
montana è andata perduta. È molto significativo, anche dal punto di vista simbolico
confrontare il –48% del Friuli Venezia Giulia e il +41% del Trentino Alto Adige. Si
tratta di regioni simili, confinanti, con lo stesso regime istituzionale, ma
evidentemente con politiche diverse.
Quanto siano importanti le politiche e non solo l’orografia, e neppure
l’antropologia, si può osservare mettendo a confronto singoli comuni limitrofi.
Abbiamo considerato, a puro titolo di esempio, ma con la convinzione che quando
si va su una scala più piccola, quella comunale, le cose appaiono ancora più
evidenti, alcuni comuni del Trentino confinanti con la Lombardia e con il Veneto,
per vedere quanta distanza nel fenomeno dello spopolamento ci sia in situazioni
confinanti. In 60 anni il comune di Storo, ad esempio, è cresciuto del 51%, ma il suo
32 Rapporto sulla montagna
Pagina 33 — PDF originale
analogo comune confinante della Lombardia, Magasa, ha perso il 70% della
popolazione. Eppure sono culturalmente e antropologicamente identici. Sempre nel
confronto Trentino–Lombardia, abbiamo il comune di Condino che ha conquistato
un +24% di popolazione, ma Bagolino, suo confinante in Lombardia, ha perso il 26%.
Per altri comuni le distanze sono meno eclatanti, ma se idealmente mettessimo
allineati tutti i comuni ai confini del Veneto e della Lombardia con il Trentino o
l’Alto Adige, vedremmo differenze davvero giustificate solo dalle politiche, perché
tutti gli altri aspetti sono identici.
Grafico 14. Crescita della popolazione in montagna (crescita cumulata 2009-1951)
Crescita della popolazione in montagna (crescita cumulata 2009-1951)
60 51
41
36
40 33
23
20
0
-7
-20 -9 -10 -11 -12 -12 -13 -13
-22 -26
-26 -29
-40 -33
-39 -41
-60 -48
-67
-80
Umbria
Piemonte
Basilicata
Sicilia
Veneto
Valle d'Aosta
Trento
Lazio
Liguria
Puglia
Calabria
Abruzzo
Molise
Campania
Marche
Friuli-Venezia Giulia
Bolzano
Toscana
Trentino-Alto Adige
Lombardia
Sardegna
Emilia-Romagna
Fonte. elaborazioni su dati Istat.
Com’è noto l’andamento della popolazione ha due componenti. una è data dal
saldo naturale (nati meno morti) e l’altra dal saldo migratorio (immigrati meno
emigrati). In quest’ultimo caso, trattandosi di singole regioni sono comprese sia le
immigrazioni/emigrazioni interne (cioè da una regionale all’altra) sia esterne (da
un paese all’altro). È importante capire come agiscono le due componenti.
Ovviamente il saldo naturale dipende da molti fattori, d’ordine culturale
soprattutto, mentre quello migratorio è generalmente correlato all’andamento
economico. Raramente ci si trasferisce in un’altra regione o in un altro paese se
non si giudicano migliori le condizioni del secondo rispetto al primo.
I dati sui saldi evidenziano che l’aumento della popolazione nel Trentino Alto Adige
Rapporto sulla montagna 33
Pagina 34 — PDF originale
oltre a essere stata sostenuta dalla crescita naturale (saldo naturale sempre
positivo), è stata in buona parte rafforzata dalla migrazione di persone provenienti
dal resto del paese. dagli anni ’70 il saldo migratorio si è mantenuto positivo
(grafico 15). Comparato con altre località montane, il saldo del Trentino risulta
quegli con più alto livello fino al 2008 e il più elevato dal 2009 in poi.
Grafico 15. Saldo migratorio interno
TAA: Saldo migratorio interno
8.000
6.000
4.000
2.000
0
-2.000
-4.000
-6.000
-8.000
-10.000
1902
1905
1908
1911
1914
1917
1920
1923
1926
1929
1932
1935
1938
1941
1944
1947
1950
1953
1956
1959
1962
1965
1968
1971
1974
1977
1980
1983
1986
1989
1992
1995
1998
2001
2004
2007
Fonte: elaborazioni su dati Istat.
Una caratteristica del Trentino Alto Adige, soprattutto in questo caso della
provincia di Trento, è di essere il maggiore attrattore delle migrazioni interne, cioè
di persone residenti in altre regioni italiane.
Non c’è solo però il saldo migratorio interno particolarmente favorevole, ma il
Trentino e l’Alto Adige riescono anche ad avere il secondo più basso rapporto di
anziani per bambino. Perciò si tratta di una popolazione che invecchia meno della
media nazionale. Anzi, con il passare degli anni il rapporto del numero degli
anziani per bambino si è via via ridotto, tanto che negli ultimi 40 anni nella
graduatoria nazionale la regione del Trentino Alto Adige è passata dal settimo al
secondo posto. In sostanza questa regione era nel passato un luogo dove agricoltura
e popolazione montana convergevano a determinare una popolazione molto
anziana, oggi attraggono i giovani.
34 Rapporto sulla montagna
Pagina 35 — PDF originale
C’era l’idea (e c’è ancora) che vi sia un triangolo che si autoalimenta tra
montagna, agricoltura ed età anziana. Si fa coincidere la montagna con l’età
anziana, l’età anziana con l’agricoltura e l’agricoltura con la montagna. Questo
circolo vizioso è una sorta di luogo comune che si ripercorre nell’immaginario
collettivo. Però i dati, almeno per le due province di Trento e di Bolzano, lo
smentiscono in maniera plateale. In montagna c’è una popolazione giovanile
addirittura molto più alta della media nazionale; l’agricoltura è praticata, ma non
lo è solo dalle popolazioni anziane, ma anche dai più giovani e la montagna perciò
non coincide né con l’età avanzata, né con funzioni economiche arretrate. Basti
pensare a come i produttori agricoli del Trentino Alto Adige siano stati capaci di
intercettare il filone del consumo naturale, biologico, finalizzato al wellness che
nella cultura urbana viene fatto coincidere non solo con l’età giovanile, o meglio
con l’ossessione a mantenere un’età giovanile, ma anche con la sofisticazione dei
consumi e con la cultura più moderna.
Si è ampiamente detto che la migrazione verso una regione è fondamentalmente
guidata dalle condizioni economiche o di quelle del paese di destinazione. La
misura migliore di queste condizioni è data dal Pil, cioè dalla ricchezza prodotta.
Gli ultimi dati ci offrono un quadro delle province di Bolzano e di Trento
ampiamente sopra la media nazionale. Ovviamente siamo quanto di più lontano si
possa immaginare rispetto all’immagine di un territorio montano non solo
spopolato, ma povero e in disarmo. Tutt’altro. siamo davanti a realtà economiche
e sociali solidissime e anche molto giovani. La ricchezza della provincia di Bolzano,
calcolata pro-capite è di quasi 40mila euro l’anno e quella del Trentino supera i
30mila. La media italiana è intorno ai 25mila euro, perciò 5mila euro pro-capite
meno dei residenti nel Trentino e 10mila meno di quanti risiedono nell’Alto Adige.
Per altro, in quest’ultimo caso ci si trova davanti a un reddito superiore, sia pure di
pochissimo, rispetto a quello della regione austriaca del Tirolo.
Ricapitolando, abbiamo visto che lo spopolamento della montagna non è un
fenomeno uniforme, o meglio è uniforme sul piano nazionale, ma con le vistose
eccezioni delle province di Trento, di Bolzano e della Val d’Aosta. In particolare, in
queste tre realtà alpine, non solo non ci sono i fenomeni negativi riscontrati nella
montagna di tutte le altre regioni dell’Italia, ma i valori economici e sociali sono
Rapporto sulla montagna 35
Pagina 36 — PDF originale
nettamente positivi, tanto che il reddito pro-capite è mediamente superiore, e di
gran lunga, rispetto a quello nazionale e la società è tutt’altro che stereotipata
nella triangolazione montagna-anziani-agricoltura, ma estremamente moderna, con
per di più uno dei minori tassi d’invecchiamento del paese.
Nel prossimo capitolo tenteremo una breve descrizione dei fattori che hanno
determinato l’andamento divaricante della montagna di queste realtà montane
rispetto al resto del Paese.
36 Rapporto sulla montagna
Pagina 37 — PDF originale
3. L‘AUTONOMIA CHE SALVA LA MONTAGNA
3.1 Ogni autonomia è speciale a modo suo
Si è visto che l’orografia in sé non è un destino ineluttabile, anzi le difficoltà da
superare, quando sono superate, restituiscono un’economia e una società più
salde. Si è visto che l’infrastrutturazione inferiore determina un livello di qualità
della vita quotidiana che per molti non è accettabile, di qui la fuga in pianura. Si è
visto poi che, non solo la spesa per infrastrutture, ma la spesa complessiva,
molecolare, delle amministrazioni comunali è un fattore decisivo per trattenere o
meno la popolazione. Si è visto, infine, che la crescita della popolazione è
sostenuta dal saldo migratorio (e in parte solo residuale da quello naturale) e
perciò dalle opportunità offerte nel luogo di destinazione. Si tratta di un circuito
virtuoso contrapposto esattamente e simmetricamente al circuito vizioso che porta
ad abbandonare la montagna.
Il punto centrale perciò è la focalizzazione generale delle politiche pubbliche.
Quando sono dirette, anzi monopolizzate, dalla dimensione della pianura, e solo
parzialmente da quella collinare, allora la montagna è come soffocata, sovrastata,
annullata (nonostante che per l’immagine fisica ne rappresenti un ribaltamento)
dalla pianura. È come se la pianura, una volta deciso che lì stia il centro del
mondo, avesse una tale luce accecante, da rimuovere completamente la montagna
dall’orizzonte persino delle coscienze. La montagna scompare, non esiste, è una
sorta di residuo con cui fare i conti secondo la logica della marginalità. Come in
uno schema di produttivismo esasperato (poggiato sulla falsa ipotesi che in
montagna tutto riesce o peggio o con maggiori costi) si concentrano le politiche
sulla pianura, si sviluppano le sue potenzialità (quando ci si riesce) e poi ci si
occupa di quello che rimane fuori. La fisiologia del sistema si muove sulla pianura e
colloca la montagna nella patologia, di qui si arriva all’assistenzialismo, a poi
ancora con gli “aiuti”, e con la considerazione retorica (e vana) della sua difesa,
come si fa per una specie in via di estinzione. Questo modo di fare, vincente
soprattutto dove la popolazione montana non è capace di una pressione politica
Rapporto sulla montagna 37
Pagina 38 — PDF originale
adeguata, a sua volta determinata dalla scarsità della popolazione, ulteriormente
indebolita dallo spopolamento, porta direttamente alla scomparsa e alla rimozione
completa della montagna. A quel punto buona solo per essere difesa in quanto
“ambiente”, o solo per le gite fuori porta.
Quando le politiche pubbliche sono focalizzate sulla montagna, non tanto come
beneficiaria (che sarebbe sempre una logica di assistenza), ma come valorizzazione
delle sue potenzialità, a partire dall’orografia, e dalle connotazioni che la
distinguono, allora i risultati sono diversi, anzi opposti. Partire dalla montagna,
disegnandole intorno le politiche, significa considerare l’orografia più difficile
come una sfida ulteriore, non come l’ostacolo o peggio un’aggravante dei costi, da
cui fuggire.
Quando la montagna assume su di sé la consapevolezza e la necessità di politiche
all’altezza delle sue maggiori difficoltà, ecco allora che ciò che è problematico
costituisce una spinta maggiore allo sviluppo. La montagna raggiunge una qualità
della vita civile elevata, le imprese non hanno penalizzazioni logistiche
supplementari, la vita delle famiglie è comoda abbastanza quanto quella di chi vive
in pianura e questo insieme di cose, invece di essere motivo di emigrare, insomma
di spopolamento, diventa una ragione d’attrazione; di qui la crescita demografica.
La base che sostiene le politiche è rappresentata dall’autonomia. L’autonomia non
è semplicemente una libertà di spesa, ma è l’abito istituzionale affinché le
politiche centrate sul territorio si possano realizzare, nel nostro caso, quella della
montagna. L’autonomia sposta le decisioni su un perimetro più vicino alla
popolazione. L’autonomia consente di avere una barriera di difesa dalla lobby
virtuale (eppure molto reale nei suoi effetti materiali) della pianura, perché ha
minore possibilità di far pesare la sua forza. L’autonomia è capace di creare
gerarchie nei progetti pubblici e privilegiare perciò quelli che sono connessi
direttamente con il miglioramento dei livelli di vita dei residenti. Occorre allora
spendere qualche parola anche sul valore dell’autonomia in sé.
Non tutte le autonomie sono uguali. Di solito sono raccolte in una definizione
unica, quella di autonomia speciale, ma ciascuna lo è in modo diverso. Lo è per
ragioni di nascita, perché ogni storia autonomistica ha il suo codice genetico; lo è
per come ciascuna autonomia ha inteso e realizzato, il poco o il tanto, che il suo
38 Rapporto sulla montagna
Pagina 39 — PDF originale
stesso statuto prevedeva.
Nel caso del Trentino e dell'Alto Adige, lo status speciale è fondato su ragioni sia di
natura etnica, sia sulla base di una tradizione di autonomia amministrativa, per le
quali un grado elevato di autogoverno rappresentava la soluzione ottimale. Nel
caso della Sicilia, ad esempio, l’istanza autonomista ha avuto un’altra origine.
faceva riferimento al danno che l’economia dell’isola avrebbe ricevuto
dall’unificazione nazionale, e di come l’unità d’Italia, in quanto tale, penalizzi la
regione. Su questa base lo statuto della Sicilia motiva la gestione autonoma delle
risorse come compensazione rispetto a un danno subito, o così percepito. È
evidente, per altro, che una regola come la compensazione non raggiunga mai un
perfetto equilibrio, non foss’altro perché l’asticella del risultato da raggiungere (la
parità con le regioni più sviluppate) si sposti ogni volta più in alto.
La maggiore differenza all’interno delle regioni speciali si registra però
nell’esercizio delle competenze. Nel caso del Trentino Alto Adige, a fronte della
devoluzione dei nove decimi del gettito fiscale localmente riscosso, è inclusa nel
bilancio provinciale una lunga serie di competenze che non ha uguali in Italia.
In regioni come la Sicilia, pur in presenza di uno statuto speciale, giuridicamente
non diverso da quello trentino, una parte più che consistente di competenze è
rimasta in capo al governo nazionale, che perciò ne paga i costi. Abbiamo così
regioni speciali ancorate alla responsabilità e regioni che non si assumono le
deleghe dei servizi, i cui costi restano allo stato nazionale.
Dire autonomia speciale, oggi significa poco, anzi è quasi un equivoco, perché nel
tempo non tutte le autonomie speciali ne hanno mantenuto il significato originario.
Al momento della loro nascita le autonomie speciali erano una scommessa
sull’autogoverno, e sul suo effettivo esercizio. La logica era chiara. trattenere le
risorse pubbliche che il territorio produce e con quelle risorse esercitare il governo
locale a tutto campo. Naturalmente se le deleghe potenziali, previste dallo
statuto, non sono mai esercitate, quella sfida sull’autogoverno è negata in
partenza, e soprattutto l’autonomia perde buona parte della sua ragion d’essere.
Rapporto sulla montagna 39
Pagina 40 — PDF originale
3.2 L’illusione ottica delle statistiche parziali
Le cattive statistiche portano a cattive politiche. Quando la realtà non è valutata
per quello che è, ma è il frutto di raffronti contabili parziali, errati, finisce con
l’alimentare i luoghi comuni, piuttosto che restituire verità.
Di solito, per dimostrare i “privilegi” delle regioni a statuto speciale si mette a
confronto la spesa regionale secondo il numero degli abitanti. Seguendo questa
impostazione, si registra per la Val d’Aosta una spesa pro capite di 12.000 euro,
circa sei volte più della Lombardia (2.000 euro) e per la provincia di Trento quattro
volte più del Veneto (8.000 contro 2.000) (grafico 16). Sono numeri che, se fossero
considerati da soli, senza specificazioni, dimostrerebbero oltre che un privilegio,
una condizione principesca di queste province rispetto al resto del paese. Ma è solo
un’aporìa statistica, qualcosa di errato alla partenza, che impedisce una
rappresentazione fedele della realtà.
Grafico 16. Spesa per abitante delle amministrazioni regionali e delle Provincie
Autonome
Fonte: elaborazioni su dati Copaff.
Sarebbero conti corretti, se nel territorio regionale agisse solo la spesa regionale,
ma non è così. In un territorio regionale agisce naturalmente la spesa regionale, ma
anche quella statale, quella previdenziale, solitamente nazionale, e di altri
soggetti pubblici che non dipendono dal bilancio regionale.
40 Rapporto sulla montagna
Pagina 41 — PDF originale
Accade, ad esempio, che la provincia di Trento abbia nel suo bilancio la protezione
civile (che nelle altre regioni è sul bilancio dello stato); abbia le spese per
l’Università (che nelle altre regioni ricade sempre sul bilancio nazionale); abbia le
spese per l’innovazione tecnologica (che in alcune regioni sono coperte con fondi
europei) e così via. Allora il raffronto va fatto sul totale della spesa che viene
distribuita sul territorio, qualunque sia il soggetto pubblico ad elargirla.
Quando la comparazione tra le regioni è fatta attraverso la spesa pubblica
consolidata, cioè conteggiando qualunque spesa pubblica erogata a qualunque
livello amministrativo, la situazione è molto diversa. La Val d’Aosta, a causa del
numero ridotto di abitanti, rimane sempre al primo posto, con quasi 20.000 euro di
spesa pubblica per abitante, ma le province di Trento, di Bolzano e il Friuli Venezia
Giulia stanno tutti sotto la soglia dei 15.000 euro (grafico 17). Due regioni a statuto
ordinario, il Lazio e la Liguria, sono però molto vicine alle tre realtà autonomiste
(oltre la soglia dei 13.000). Il Lazio perché ospita le strutture del governo, il che
comporta una spesa pubblica superiore alla media e la Liguria, per ragioni
previdenziali, visto che è la regione d’Italia con il più alto numero di pensionati,
perciò percepisce un grande ammontare di spesa pubblica sotto la forma di
pensioni.
Grafico 17. Spesa pubblica consolidata (valori pro capite in euro)
Fonte: elaborazioni su dati Copaff.
Rapporto sulla montagna 41
Pagina 42 — PDF originale
Il confronto tra il calcolo effettuato solo sulla parte del bilancio dell’ente locale e
quello consolidato che tiene conto di ogni risorsa pubblica che arriva al territorio
dà risultati molto diversi.
Naturalmente, per una comparazione ancora migliore, si dovrebbe sottrarre dalle
regioni con maggioranza della superficie montana, quel 17% circa di maggiori spese
di investimento e di manutenzione che comporta la costruzione e la gestione di
un’opera pubblica in montagna. Se si facesse questo calcolo, che qui per economia
del testo non riportiamo, allora si vedrebbe che anche quel vantaggio sul calcolo
delle risorse consolidate che hanno le regioni a statuto speciale si annullerebbe del
tutto.
Questa digressione sul peso delle risorse pubbliche disponibili per ciascuna regione
è necessaria, perché una possibile obiezione alla diversa dinamica di Trentino Alto
Adige e Val d’Aosta, potrebbe essere fondata sull’ipotesi di una loro maggiore
disponibilità finanziaria. La differenza sarebbe rappresentata in questo caso non
dalla direzione dello sviluppo, ma dalla quantità delle risorse disponibili. Ipotesi
inconsistente, almeno in questa sintetica attribuzione della variabile decisiva
all’ammontare delle risorse pubbliche, perché il Friuli Venezia Giulia, ha
ugualmente lo status di regione a statuto speciale, ha un consolidato di risorse
pubbliche disponibili identico a quello del Trentino Alto Adige, eppure non evita
alla regione lo spopolamento della montagna.
Altra annotazione riguarda la stessa idea di disponibilità delle risorse. In realtà
l’ammontare delle risorse pubbliche non è determinata solo dalla distribuzione
dello stato tra gli enti locali, ma dipende anche dalla capacità di ciascuna regione
di generare reddito, a partire dalle risorse disponibili, Insomma c’è una parte che
si autogenera, ancora una volta, dovuta alle politiche locali, non a privilegi, o
percepiti come tali, attribuiti “ex ante” a qualche specifica provincia.
3.3 La ricchezza generata dalle politiche locali
Quanto sia d’importanza strategica il contributo dell’amministrazione pubblica
nella crescita dell’economia locale, si vede proprio dall’agire del meccanismo della
spesa pubblica quando trova un’industria locale asfittica, incapace di rispondere
42 Rapporto sulla montagna
Pagina 43 — PDF originale
alla domanda; in questo caso la spesa aggiuntiva non fa che alimentare le
importazioni nel territorio, e perciò perpetuare l’eventuale situazione di
sottosviluppo.
Nel caso del Trentino Alto Adige il meccanismo innescato dalla gestione autonoma
delle risorse è stato straordinario, tanto che in questi tre ultimi decenni la
provincia, rispetto alle altre autonomie speciali, ha avuto uno sviluppo nettamente
superiore. Fatto 100 il valore al 1970 della ricchezza di partenza, questo valore nel
2012 per il Trentino arriva a 345, la media nazionale è ferma a 264 (tavola 5). La
provincia di Bolzano è vicina a questo livello (328), mentre la Sicilia ha un valore di
230, cioè il suo sviluppo è stato inferiore a quello medio nazionale. L’aver avuto a
disposizione risorse aggiuntive non ha significato avere dovunque gli stessi risultati,
perciò rimane centrale il tema della capacità non solo di spendere, ma anche di
creare ricchezza.
Tavola 5. Crescita economica (Indice 1970=100)
1970 1975 1980 1985 1990 1995 2000 2005 2012
Valle d'Aosta 100 158 189 220 270 286 287 315 317
Bolzano 100 137 180 202 260 270 302 322 328
Trento 100 137 184 196 258 273 312 331 345
Friuli Venezia Giulia 100 126 165 172 228 257 288 308 296
Sicilia 100 126 154 177 215 211 232 252 230
Sardegna 100 124 153 174 213 226 253 273 263
Statuto speciale 100 128 160 180 224 231 257 277 271
ITALIA 100 122 155 172 213 225 252 271 264
Fonte: Gianfranco Cerea, Le Autonomie Speciali, Franco Angeli, 2014.
Quando si osserva il risultato della distribuzione territoriale delle risorse, non si
deve pensare che essa sia il semplice specchio di come le risorse siano state
distribuite “ex ante”, ma quei numeri incorporano anche i risultati raggiunti “ex
post”, grazie all’uso ottimale delle risorse fatto dall’amministrazione locale.
Le regioni perciò non hanno solo una fase in cui raccolgono risorse, ma attraverso il
loro impiego creano ricchezza e perciò “restituiscono” (se così si può dire) alla
fiscalità generale una parte del reddito generato nel territorio. In sostanza, la
Rapporto sulla montagna 43
Pagina 44 — PDF originale
crescita del Pil in un’area si traduce in maggiori imposte pagate dalle persone
fisiche, maggiori imposte pagate dalle aziende e così via. Qualunque attività
economica genera introiti per lo stato nazionale attraverso la tassazione.
Esaminando la crescita del prodotto interno lordo dal 1971 al 2011, si vede che la
crescita della ricchezza in Trentino Alto Adige è stata del 33,5% superiore alla
media nazionale, della Valle d’Aosta del 12,2%, mentre per la Sicilia e la Sardegna
si sta sotto la media nazionale, nel primo caso del 16,8 % e nel secondo dell’11,3%.
Di conseguenza il gettito dei tributi erariali, ad esempio calcolati per l’anno 2011,
indicano che il contributo pro-capite di un residente del Trentino Alto Adige è stato
di 2.374 euro maggiore della media nazionale, della Val d’Aosta di 995 euro e
quello della Sicilia è stato inferiore di 614 euro rispetto alla media nazionale e per
la Sardegna di 461 euro anch’esso inferiore3.
La gestione del bisogno (per cui si rivendicano le risorse) e la gestione dei risultati
(di cui alcune amministrazioni sono restìe a parlare) finora hanno avuto due
categorie diverse di interlocutori. la gestione dei bisogni è tutta della politica
locale, mentre la valutazione dei risultati sembra non appartenere a nessuno,
magari solo ai professionisti delle statistiche, o ai cittadini, nei rari casi in cui
questo rientri nella valutazione della classe di governo locale.
La conseguenza è che la visione nazionale della distribuzione delle risorse
pubbliche non può più tralasciare l’aspetto dell’efficienza, cioè dell’uso che si fa
delle risorse pubbliche, trasferite o devolute. É moralmente giustificabile
l’attribuzione di risorse a chi ne fa cattivo uso, e nello stesso tempo decurtare
fondi a chi ha dimostrato di saperne trarre profitto sociale, costruendo un capitale
sociale di valore?
Non c’è solo un’accezione morale di quest’argomento, ma anche una ragione
concreta, che appartiene propriamente all’economia pubblica. Si consideri due
territori che ricevono la stessa somma per il governo di un dato territorio; in un
caso la buona gestione porta a un incremento del Pil locale, e nel secondo caso a
una sua caduta. Nel primo caso avremo per conseguenza una crescita delle
3
Gianfranco Cerea, Le Autonomie Speciali, Franco Angeli editore, 2014.
44 Rapporto sulla montagna
Pagina 45 — PDF originale
imposte, cioè del contributo dei cittadini al finanziamento dei beni e servizi
pubblici che andrà distribuita, nel secondo caso avremo una riduzione
dell’ammontare complessivo delle imposte sul reddito. Il che, portato su uno
scenario macroeconomico, porterebbe lo stato centrale a dover intervenire ancora,
con la fiscalità generale, per ristabilire la parità di bilancio. É perciò evidente che,
se tutte le regioni producessero deficit nel loro bilancio, senza creare le condizioni
per la crescita della ricchezza locale, si aprirebbe una spirale negativa vertiginosa
e il cui risultato sarebbe l’indebitamento prima e l’impoverimento poi dell’intero
Paese. Di qui la necessità di valutare anche i risultati delle politiche
autonomistiche, o meglio delle politiche di spesa, quando si parla di equità della
distribuzione delle risorse.
3.4 La montagna dentro di noi
Perché è necessario fare politiche di sostegno alla montagna? Finora le risposte
hanno fondamentalmente coinvolto due aspetti: una questione di giustizia, perché
un paese è tale solo se offre a i suoi territori un eguale possibilità di sviluppo,
insomma se tutti hanno le stesse posizioni di partenza; una questione di sviluppo
potenziale, perché sono aree che, poste nelle giuste condizioni, possono
contribuire, in maniera uguale o maggiore dei territori di pianura, alla creazione di
ricchezza nazionale.
Ci sono però anche altre ragioni che stanno nel background della montagna che in
qualche misura è utile evidenziare. La montagna è la grande depositaria di due
degli elementi fondamentali della qualità della vita sociale: la qualità dell’aria e la
qualità delle acque. Si potrebbe tornare alla filosofia pre-socratica per ricordare i
quattro elementi alla base della civiltà umana, fra i quali i due citati sicuramente e
saldamente dimorano in montagna, mentre per la terra e il fuoco la montagna offre
comunque un grande contributo, se diamo al fuoco il significato di energia, com’è
naturale che avvenga.
La montagna è presidio idrogeologico e delle biodiversità. La pianura con il suo
sviluppo accelerato ha lasciato indietro la varietà e la complessità che la natura
porta con sé sin dalla sua creazione; la montagna mantiene ancora un elevato
Rapporto sulla montagna 45
Pagina 46 — PDF originale
numero di specie biologiche e rappresenta, in qualche modo, il nostro retroterra
più naturale, il nostro migliore ecosistema di riferimento.
Un’osservazione ancora rilevante si ritrova nell’offerta di paesaggi che la montagna
offre in maniera eccellente, o almeno lo fa in molti casi. Non si dica che i paesaggi
siano qualcosa di simile a uno scenario senza vita e senza conseguenze, perché i
paesaggi, sia quelli urbani che quelli montani, sono il nostro universo composito di
immagini. Pensare che un paesaggio possa scomparire dalla nostra immaginazione,
come pretesto e alimento della nostra immaginazione, senza avere conseguenze
negative, è fuorviante. Viviamo dentro le immagini del contesto territoriale che ci
portiamo dentro e anche se non viviamo ogni giorno nelle o accanto le montagne,
saperle ben vive ci aiuta a tenere viva anche la varietà della nostra esistenza, oltre
che della natura.
C’è poi un universo di valori che la montagna porta con sé, sia nell’immaginario
che nella realtà effettiva. La parola montagna ha un insieme semantico molto
ampio, con valori molto profondi. La solidarietà, ad esempio, perché nel passato
viverci senza sarebbe stato impossibile; la fatica, perché per infinite ragioni tutto
ciò che si fa in montagna è sempre più pesante, dal semplice camminare al
costruire una casa; la famiglia, perché è il contesto primario di riferimento su cui
costruire il futuro; la lealtà, perché i tribunali sono lontani, la burocrazia lo stesso,
e la parola data poteva bastare; la simbiosi con la natura, perché è proprio in
montagna che gli elementi naturali stabiliscono il loro primato e la loro guida sugli
eventi delle persone; il senso di comunità, perché una valle è già un mondo in sé.
Così come il mare porta con sé i valori della comunicazione, dello scambio,
dell’avventura, dell’ignoto, o in tempi più moderni, del corpo e dell’edonismo,
ogni “natura” va oltre sé stessa e proietta sul resto del mondo quel che meglio
conserva e che più puntualmente lo caratterizza.
Sono le ragioni non economiche che depongono a favore della montagna, non solo a
favore e per il beneficio di sé stessa, ma anche per quello del mondo che vi è
complementare e persino lontano. Riportare la montagna al centro dell’attenzione,
o quanto meno non in misura inferiore rispetto alla pianura, non serve solo alla
montagna, ma serve a tutti.
46 Rapporto sulla montagna
Pagina 47 — PDF originale
CONCLUSIONI. CONTANO LE POLITICHE, NON
L’OROGRAFIA
Abituati al divario tra nord e sud, non ci si aspettava forse un divario ancora
maggiore tra pianura e montagna. E sorprendente che, mentre il divario nord-sud si
sviluppi interamente sull’antitesi in termini relativi tra tassi differenti di sviluppo
(con l’eccezione degli ultimissimi anni, dove il segno meno alla crescita ha
coinvolto tutto il paese), quella tra pianura e montagna abbia tutti segni positivi da
un lato e segni negativi dall’altro. Insomma la montagna, negli ultimi 60 anni, non
solo non ha avuto lo stesso ritmo di crescita della pianura, ma è andata indietro in
valore assoluto. La prova più eclatante è la perdita della popolazione.
I numeri in valore assoluto della popolazione residente scolpiscono la realtà in
maniera molto evidente. La popolazione italiana è cresciuta di 12milioni di
persone, ma la montagna ne ha perso 900mila, tutta la crescita è stata in pianura
e, in parte minore, in collina. La perdita della popolazione è insieme causa ed
effetto di un processo estremamente negativo, di marginalizzazione della
montagna. È causa di marginalità perché avere meno popolazione significa avere
meno peso politico, significa avere una minore domanda di servizi e una loro più
difficile organizzazione, data la riduzione progressiva delle unità di base di
riferimento (numero di persone minimo che accede ai servizi); è conseguenza della
marginalità, perché via via che la popolazione invecchia e si riduce, diminuisce, si
affievolisce, fino a quasi scomparire, la domanda di nuove scuole, di nuovi ospedali
e di più frequenti trasporti pubblici, il che, a sua volta, induce ancora più persone
a lasciare i comuni di montagna per trasferirsi in pianura.
La montagna è progressivamente uscita dall’orizzonte del paese, è stata persino
rimossa, come un’entità bellissima esteticamente, magari da preservare, da
difendere dal punto di vista ambientale, ma lontana, prima ancora che
materialmente, psicologicamente, dal cuore del Paese. La montagna è il nostro
altrove indistinto, pensato quasi come un reperto del passato, quasi fosse
inanimato. A questa percezione ha contribuito molto pensare che la montagna
Rapporto sulla montagna 47
Pagina 48 — PDF originale
fosse collocata sulla coda della freccia dello sviluppo. Come se il mondo andasse
dappertutto veloce, e in montagna incontrasse gli ostacoli naturali che
rappresentavano un freno. Allora lo sviluppo va da qualche altra parte (in pianura,
esattamente) mentre alla montagna si riserva l’attenzione che si riserva
solitamente a ciò di cui ci sentiamo affezionati, ma che non è più dentro la nostra
vita. Come un parente lontano, di cui ricordarsi solo qualche volta all’anno. È
passata insomma l’idea che la montagna, di per sé, sia poco adatta allo sviluppo.
Che la montagna non sia di per sé destinata alla marginalità, a ostacolare più che a
sostenere lo sviluppo, c’è l’esempio in totale contro-tendenza delle due regioni del
Trentino Alto Adige e della Valle d’Aosta. Mentre la popolazione montana
diminuiva dappertutto, la vita sociale ed economica delle aree montane arretrava
dovunque nel paese, incluse altre regioni a statuto speciale, in queste due regioni
non solo la popolazione è cresciuta, ma anche il prodotto interno lordo relativo è
cresciuto e, incredibile se paragonato alle performance delle altre aree montane,
la provincia di Trento in particolare è stata quella che ha avuto in questi anni il
maggior tasso d’immigrazione interna, cioè di persone residenti in Italia che hanno
deciso di cambiare residenza, scegliendo il Trentino.
Quali sono le ragioni? La dotazione di infrastrutture non minore, anche se il costo
necessario è stato più alto, rispetto alle aree di pianura; un’accessibilità maggiore
ai servizi pubblici essenziali, come la sanità, l’istruzione e i trasporti pubblici; una
qualità della vita civile elevata. È stato così possibile che le imprese siano potute
prosperare e soprattutto è stata possibile la rivoluzione dell’agricoltura, che da
settore residuale, è diventato moderno, competitivo e ha utilizzato la percezione
di qualità, di autenticità e di eticità della montagna, come fattore di successo sui
mercati. L’innovazione ha fatto vincere l’agricoltura e ha permesso che in queste
due regioni si uscisse dalla triade negativa di agricoltura - anzianità delle persone –
spopolamento.
La ragione di fondo, la meta-ragione di fondo, che comprende tutte le altre, è che
il focus delle politiche pubbliche è stata la montagna in sé, con la considerazione
che le sue caratteristiche, anche se scontano un gap di costosità delle opere
pubbliche, hanno tuttavia grandi pregi che oggi il mercato apprezza, come la
qualità, l’identità e la garanzia delle colture. Una volta che la montagna non sia
48 Rapporto sulla montagna
Pagina 49 — PDF originale
vista come qualcosa da sfuggire, solo perché le cose lì sono un po’ più complicate,
ma come un contesto di pregio, tutto è stato più semplice.
Abbiamo perciò visto all’opera una legge statistica di corrispondenza tra intensità
della presenza della popolazione montana in una regione e minore spopolamento.
Poteva in astratto sembrare più normale che perdessero popolazione montana le
regioni con maggiore popolazione montana. Ma è successo il contrario. La maggiore
perdita di popolazione montana si è registrata in Puglia, dove è minima la presenza
proprio della popolazione montana. Il punto fondamentale perciò è che la
montagna non è condannata, qualora dovesse, dall’orografia, ma dalle politiche
pubbliche. La montagna con politiche pubbliche adeguate e favorevoli, come nelle
due regioni citate, addirittura guida lo sviluppo del paese. Riesce persino a stare
nella parte più avanzata della freccia dello sviluppo, e non alla sua coda. Sono
perciò smentite tutte le tesi che vorrebbero una maggiore “razionalità” dello
sviluppo in pianura, perché avrebbe minori costi infrastrutturali. Si è visto che la
montagna può dare molto di più allo sviluppo, una volta che vengano superate le
distanze di pura dotazione di infrastrutture e di politiche pubbliche coerenti.
Rapporto sulla montagna 49
Pagina 50 — PDF originale
50 Rapporto sulla montagna
Pagina 51 — PDF originale
APPENDICE STATISTICA
Rapporto sulla montagna 51
Pagina 52 — PDF originale
52 Rapporto sulla montagna
Pagina 53 — PDF originale
Grafico A1. Incidenza della
Incidenza popolazione
della popolazione residente per zonaresidente
altimetrica per zona altimetrica
100%
90%
80% 41,9 44,3 47,1 47,7 47,7 47,7 48,3
70%
60%
50%
40% 40,6 39,7 38,6 38,8 39,1 39,3 39,2
30%
20%
10% 17,5 16,1 14,3 13,6 13,2 13,0 12,6
0%
1951 1961 1971 1981 1991 2001 2011
Montagna Collina Pianura
Fonte: elaborazioni su dati Istat.
Rapporto sulla montagna 53
Pagina 54 — PDF originale
Tavola A1. Numero di comuni montani e non montani nel 2011
Montani Non montani
Puglia 26 10,1% 232 89,9%
Veneto 119 20,5% 462 79,5%
Sicilia 102 26,2% 288 73,8%
Emilia-Romagna 102 29,3% 246 70,7%
Lombardia 527 34,1% 1.017 65,9%
Campania 197 35,8% 354 64,2%
Friuli-Venezia Giulia 84 38,5% 134 61,5%
Toscana 114 39,7% 173 60,3%
Marche 96 40,2% 143 59,8%
Piemonte 503 41,7% 703 58,3%
Lazio 175 46,3% 203 53,7%
Calabria 218 53,3% 191 46,7%
Sardegna 215 57,0% 162 43,0%
Abruzzo 200 65,6% 105 34,4%
Liguria 167 71,1% 68 28,9%
Umbria 69 75,0% 23 25,0%
Basilicata 106 80,9% 25 19,1%
Molise 111 81,6% 25 18,4%
Valle d'Aosta 74 100,0% 0 0,0%
Trentino-Alto Adige 333 100,0% 0 0,0%
Totale 3.538 43,7% 4.554 56,3%
Fonte: IFEL-ANCI, Comuni montani 2012.
Tavola A2. Numero di comuni montani e non montani per classe di ampiezza
demografica nel 2011
Classe di ampiezza
Montani Non montani
demografica
0-1.999 2.272 65% 1.249 35,5%
2-4.999 886 41% 1.276 59,0%
5-9.999 253 21% 939 78,8%
10-19.999 91 13% 610 87,0%
20-59.999 32 8% 380 92,2%
60-2499.999 4 4% 88 95,7%
>=250.000 0 0% 12 100,0%
Totale 3.538 44% 4.554 56%
Fonte: IFEL-ANCI, Comuni montani 2012.
54 Rapporto sulla montagna
Pagina 55 — PDF originale
Grafico A2. Infrastrutture stradali e ferroviarie
Strade statali (10 km per ogni km quadrato, Autostrade (10 km per ogni km quadrato,
2004) 2004)
Autostrade a tre corsie (10 km per ogni km Rete ferroviaria (10 km per ogni km
quadrato, 2004) quadrato, 2004)
Fonte: Le infrastrutture in Italia 2006, Istat.
Rapporto sulla montagna 55
Pagina 56 — PDF originale
Grafico A3. Spesa pro capite per lavori pubblici stradali e ferroviari
Lavori pubblici stradali (euro pro capite, Lavori pubblici ferroviari (euro pro capite,
2001) 2001)
Fonte: Le infrastrutture in Italia 2006, Istat.
56 Rapporto sulla montagna
Pagina 57 — PDF originale
Grafico A4. Relazione tra spopolamento della montagna e la spesa comunale
Spesa delle amministrazioni comunali nel 1984 e variazione della quota di popolazione montana 2009-1984
0,0 Piemonte
Lombardia Lazio
y = 5E-07x - 1,5355 Spesa in conto
Emilia-Romagna
Variazione della quota di popolazione montana
Campania Toscana R2 = 0,0362
-0,5 capitale
Veneto Umbria
Sicilia Sardegna
Calabria Marche
-1,0 Friuli-Venezia
Spesa corrente
Basilicata Giulia y = 3E-07x - 1,6136
R2 = 0,033
-1,5
y = 6E-07x - 1,5148 Spesa totale
2009-1984
R2 = 0,0116
-2,0 Molise
Lineare (Spesa
-2,5
Abruzzo in conto capitale)
-3,0 Lineare (Spesa
Liguria corrente)
-3,5
Lineare (Spesa
-4,0 totale)
0 500000 1000000 1500000 2000000 2500000 3000000
Spesa delle amministrazioni comunali nel 1984 (valori reali pro capite)
Fonte: elaborazioni su dati Istat, Pubblicazione.
Grafico A5. Relazione tra spopolamento della montagna e la spesa comunale
Spesa delle amministrazioni comunali nel 1984 e variazione della quota di popolazione montana 2009-1984
0,0
Spesa in conto
y = 4E-07x - 1,1542
capitale
Variazione della quota di popolazione montana
-0,2 2
R = 0,1959
Spesa corrente
-0,4
y = 4E-07x - 1,3147
-0,6 2 Spesa totale
R = 0,2653
2009-1984
-0,8 y = 1E-06x
2
- 1,4891
R = 0,2965 Lineare (Spesa in
-1,0 conto capitale)
Lineare (Spesa
-1,2
corrente)
-1,4 Lineare (Spesa
totale)
-1,6
0 500000 1000000 1500000 2000000 2500000 3000000
Spesa delle amministrazioni comunali nel 1984 (valori reali pro capite)
Fonte: elaborazioni su dati Istat, Pubblicazione.
Rapporto sulla montagna 57
Pagina 58 — PDF originale
Grafico A5. Comuni nelle zone interne
Comuni zone interne (in % del totale comuni)
Basilicata
Sardegna
Trentino-Alto Adige
Calabria
Sicilia
Molise
Lazio
Abruzzo
Umbria
Valle d'Aosta
Puglia
Totale complessivo
Campania
Marche
Liguria
Toscana
Emilia-Romagna
Piemonte
Friuli-Venezia Giulia
Lombardia
Veneto
0 10 20 30 40 50 60 70 80 90 100
Fonte: elaborazioni su dati DPS.
58 Rapporto sulla montagna
Pagina 59 — PDF originale
Figura A1. La classificazione dei comuni
Fonte: DPS.
Rapporto sulla montagna 59
Pagina 60 — PDF originale
Figura A2. Variazione percentuale della popolazione residente. 1971-2011
Fonte: Istat, Censimenti della popolazione 1971-2011.
60 Rapporto sulla montagna
Pagina 61 — PDF originale
Figura A3. Superficie agricola utilizzata - Variazione percentuale 1982-2010
Fonte: elaborazioni INEA su dati, Censimento dell’Agricoltura 1982, 2010.
Rapporto sulla montagna 61
Pagina 62 — PDF originale
Figura A4. SAU - Perdita del suolo agricolo nelle aree interne. Anni 2000-2010
Fonte: elaborazioni INEA su dati, Censimento dell’Agricoltura 2000, 2010.
62 Rapporto sulla montagna
Pagina 63 — PDF originale
Figura A5. Variazione occupati nel settore agricolo. Anni 1971-2001
Fonte: Istat, Censimenti della popolazione 1971-2001.
Rapporto sulla montagna 63
Pagina 64 — PDF originale
Figura A6. Variazione occupati nel settore agricolo. Anni 1971-2001
Fonte: Istat, Censimento della popolazione 1971-2001.
64 Rapporto sulla montagna
Pagina 65 — PDF originale
Figura A7. Precondizioni per digital inclusion
Fonte: MISE – Dip. Comunicazioni 2012.
Rapporto sulla montagna 65
Pagina 66 — PDF originale
Figura A8. Precondizioni per digital inclusion
Fonte: MISE – Dip. Comunicazioni 2012.
66 Rapporto sulla montagna
Pagina 67 — PDF originale
Grafico 15. Unità locali per tipologia di comune (var.% 2001-1971)
Unità locali per tipologia di comune (var % 2001-1971)
120
Non montano
100
Parzialmente montano
80 Montano
60
40
20
0
Sa ilia
Ca lise
a
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ia o
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i-R
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nti
uli
Fri
Fonte: elaborazioni su dati Istat.
Grafico 16. Unità locali del settore manifatturiero (var.% 2001-1971)
Unità locali del settore manifatturiero per tipologia di comune (var % 2001-1971)
100
80 Non montano Parzialmente montano Montano Totale
60
40
20
0
-20
-40
-60
Sa ilia
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V
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Ba
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nti
uli
Fri
Fonte: elaborazioni su dati Istat.
Rapporto sulla montagna 67
Pagina 68 — PDF originale
68
Pi
-80
-70
-60
-50
-40
-30
-20
-10
0
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ilia Giu
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Fonte: elaborazioni su dati Istat.
om lia
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Grafico 17. SAU (var.% 2010-1971)
Um a
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SAU (var % 2010-1971)
Ma ia
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Ab
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Mo
Ca lise
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Pu
Ba lia g
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ca
Ca ta
lab
ria
Montagna Collina Pianura
Sic
Sa ilia
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gn
a
Rapporto sulla montagna
Pagina 69 — PDF originale
Grafico 18. Indice di dipendenza delle comunità montane, 2001
Fonte: Istat, Atlante statistico della montagna italiana 2007.
Rapporto sulla montagna 69
Pagina 70 — PDF originale
Grafico 19. Tasso migratorio netto nelle comunità montane, 2005
Fonte: Istat, Atlante statistico della montagna italiana 2007.
70 Rapporto sulla montagna
Pagina 71 — PDF originale
Grafico 20. Tasso di occupazione nelle comunità montane, 2001
Fonte: Istat, Atlante statistico della montagna italiana 2007.
Rapporto sulla montagna 71
Pagina 72 — PDF originale
Grafico 21. Tasso di occupazione femminile nelle comunità montane, 2001
Fonte: Istat, Atlante statistico della montagna italiana 2007.
72 Rapporto sulla montagna
Pagina 73 — PDF originale
Grafico A22. Incidenza della popolazione
Incidenza della popolazione montana permontana
regione nelle regioni
100,0 100,0 100,0 100,0
100
90
80
70 1951 2009
59,1 58,4
60 50,6 49,7 47,6
50 40,4 45,8
40 30,4
28,4
30 18,6 19,4
22,9
16,5
20 15,811,3 13,1
10,7 10,3 10,8 9,4 13,7 16,1 13,3 10,6 11,0 12,9
6,4 6,8
10 7,1 5,6 4,5 7,1 5,6
1,1 0,3
3,7
0
Sa ilia
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nti
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Tre
Fri
Fonte: elaborazioni su dati Istat.
Grafico A23. Popolazione montana
Popolazionenelle regioni
nelle regioni itaiane
10.000.000
8.000.000 1951 2011
6.000.000
4.000.000
2.000.000
0
Sa icilia
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Fri
Fonte: elaborazioni su dati Istat.
Rapporto sulla montagna 73
Pagina 74 — PDF originale
Grafico A24. Composizione della
Composizione popolazione
della popolazione montana per regione (valori %)
montana per regione (in %)
16
13,8 13,5
14
12 10,3
11,1
10,8 1951 2009
10 8,8 8,9
8,6
7,5
8 6,7 6,6 6,6 6,9 7,1
6,7 6,2 5,8 6,0
6 4,7 4,8 4,6 4,3 4,2
5,0 4,9
4,0 4,0 3,6 3,5
4 2,6 2,9
1,7 1,9 1,9 2,2 2,1
1,6 1,5
2 1,1 0,9 0,4 0,2
1,0 0,8
0
Sa ilia
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Ca ise
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no
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Tre
Fri
Fonte: elaborazioni su dati Istat
Grafico A9. Popolazione nei comuni limitrofi (numero indice, 1951=100)
Trentino - Lombardia Popolazione nei comuni limitrofi
100
90
80 86
70
60
50
40
30
22
20
1951 1961 1971 1981 1991 2001 2011
Bondone (Trentino) Valvestino (Lombardia)
Fonte: elaborazioni su dati Istat.
74 Rapporto sulla montagna
Pagina 75 — PDF originale
Grafico A26. Popolazione nei comuni limitrofi
Popolazione nei comuni limitrofi (numero indice, 1951=100)
160
151
140
120
100
80
60
40
30
20
1951 1961 1971 1981 1991 2001 2011
Storo (Trentino) Magasa (Lombardia)
Fonte: elaborazioni su dati Istat.
Grafico A27. Popolazione nei comuni limitrofi
Popolazione nei comuni limitrofi (numero indice, 1951=100)
130
124
120
110
100
90
80
74
70
1951 1961 1971 1981 1991 2001 2011
Condino (Trentino) Bagolino (Lombardia)
Fonte: elaborazioni su dati Istat.
Rapporto sulla montagna 75
Pagina 76 — PDF originale
Grafico A28. Popolazione nei comuni limitrofi (numero indice, 1951=100)
Trentino – Veneto Popolazione nei comuni limitrofi
100
95
90
85
85
81
80
75
1951 1961 1971 1981 1991 2001 2011
Fiera di Primero (Trentino) Cesiomaggiore (Veneto)
Fonte: elaborazioni su dati Istat.
Grafico A29. Popolazione nei comuni limitrofi
Popolazione nei comuni limitrofi (numero indice, 1951=100)
100
90
80
76
70
60
50
44
40
1951 1961 1971 1981 1991 2001 2011
Grigno (Trentino) Cismon del Grappa (Veneto)
Fonte: elaborazioni su dati Istat.
76 Rapporto sulla montagna
Pagina 77 — PDF originale
Grafico A30. Saldo migratorioSaldointerno
migratorio interno inin montagna
montagna
7000
6000
5000
4000
3000
2000
1000
0
-1000
-2000
2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009 2010 2011 2012 2013
Cuneo Biella Valle d'Aosta Sondrio
Bergamo Bolzano Trento Friuli-Venezia Giulia
Fonte: elaborazioni su dati Istat.
Grafico A31. Saldo naturale nel Trentino
Saldo naturale - Alto Adige
10.000
8.000
6.000
4.000
2.000
0
-2.000
1926
1928
1930
1932
1934
1936
1938
1940
1942
1944
1946
1948
1950
1952
1954
1956
1958
1960
1962
1964
1966
1968
1970
1972
1974
1976
1978
1980
1982
1984
1986
1988
1990
1992
1994
1996
1998
2000
2002
2004
2006
2008
Trentino-Alto Adige Bolzano Trento
Fonte: elaborazioni su dati Istat.
Rapporto sulla montagna 77
Pagina 78 — PDF originale
78
Ca Ca
0
1
2
3
4
5
6
7
0,0
0,5
1,0
1,5
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Fonte: elaborazioni su dati Istat.
Fonte: elaborazioni su dati Istat.
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Grafico A32. Anziani per bambino
Grafico A33. Anziani per bambino
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Anziani per bambino
Anziani per bambino
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1972
2011
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nelnel1971
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Rapporto sulla montagna
Pagina 79 — PDF originale
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Rapporto sulla montagna
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Grafico A37. Indice di dipendenza
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Rapporto sulla montagna
Pagina 81 — PDF originale
Grafico A38. Pil pro capite (valori inneleuro)
Pil pro-capite 2011 (in €)
40.000
35.000
30.000
25.000
20.000
15.000
10.000
5.000
0
Alto Tirolo Austria Nord Trentino Nord-est Area euro Italia Ue28
Adige
Fonte: elaborazioni su dati Istat
Rapporto sulla montagna 81
The Lost Mountain
A study on the decline and relaunch potential of mountain tourism in Italy.
