2021 · Salute
Gli italiani e il Covid-19
Oltre i dati di decessi e contagi: un'analisi a tutto campo di ciò che l'epidemia ha provocato nella società, nei comportamenti e nella psiche degli italiani.
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Sociometrica (2021). Gli italiani e il Covid-19. https://www.sociometrica.it/research/italiani-e-covid19
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GLI ITALIANI E IL COVID-19:
Impatto socio-sanitario, comportamenti
e atteggiamenti verso i vaccini
Studio sulla popolazione
Curato da Antonio Preiti
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Il Rapporto di ricerca è stato realizzato su incarico della Fondazione Italia in Salute da
un gruppo di lavoro di Sociometrica diretto da Antonio Preiti. Si ringrazia Fidelia
Cascini, per i preziosi suggerimenti.
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INDICE
1. Premessa 01
2. L’impatto sui malati non-covid 05
3. Cambiano comportamenti e stili di vita 10
4. Il rapporto con il virus 21
5. Fiducia e diffidenza verso i vaccini 25
6. Conclusioni: razionalità vs. emozione 34
7. Nota metodologica 36
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1. PREMESSA
La Fondazione Italia in Salute nasce nel 2018 con l’obiettivo di sostenere e rafforzare la
tutela del diritto alla salute e la cultura della prevenzione, operando secondo i principi
di equità, efficienza e trasparenza.
Uno dei punti cardine della nostra missione è di divulgare la conoscenza nel campo
della sanità, in maniera che possano trarne beneficio le istituzioni pubbliche, le
organizzazioni professionali, le associazioni scientifiche e di categoria, gli enti del terzo
settore, i singoli professionisti del mondo della sanità, del sociale e della ricerca. Non
ultima l’opinione pubblica e i singoli cittadini, il cui peso è spesso non considerato
abbastanza.
Siamo di fronte a un’epidemia che da oltre un anno sta colpendo il nostro come gli altri
paesi. Abbiamo cercato di andare oltre i dati, già sconvolgenti, del numero dei decessi,
dei ricoveri e dei contagi, per fare un’analisi a tutto campo di quel che l’epidemia sta
provocando nella società italiana. Ci siamo chiesti quale impatto abbia sui malati non-
Covid. Ci siamo chiesti quali conseguenze sta apportando sul piano degli stili di vita,
che si possono trasformare in comportamenti dannosi, che a loro volta possono portare a
nuove patologie. Ci siamo fatti una domanda cruciale, a questo punto della storia
dell’epidemia, sul grado di fiducia dei cittadini rispetto ai vaccini, senza la quale
l’operazione di vaccinazione della popolazione avrebbe molte difficoltà ad avere successo.
Ci siamo chiesti, in sostanza, quali danni e quali mali l’epidemia stia portando oltre alla
tragica contabilità di decessi, ricoveri e contagi.
Siamo convinti che dalla ricerca e dalle consapevolezze che ne derivano, possa arrivare
un contributo essenziale per il conseguimento dell’obiettivo di uscire dalla pandemia al
meglio e al più presto che possiamo. Per questa ragione offriamo il nostro contributo,
attraverso un’indagine sul sentiment della popolazione italiana, in maniera da far
emergere aspetti di grande importanza, che meritano tutta l’attenzione del mondo della
sanità e dell’opinione pubblica.
Federico Gelli
Presidente Fondazione Italia in Salute
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2. L’IMPATTO SUI MALATI NON-COVID
La prima parte di questo lavoro è focalizzata sulle conseguenze dell’epidemia
nell’organizzazione delle prestazioni e dei servizi sanitari rispetto ai malati affetti da
patologie non-Covid. Si tratta di ripercussioni finora non molto evidenziate, che hanno
avuto effetti molto pesanti, di cui qui vogliamo dar conto.
Oltre la metà degli italiani, esattamente il 52,0%, durante quest’ultimo anno ha
dovuto fronteggiare ritardi, spostamenti e/o cancellazioni da parte del servizio
sanitario (Tab.1). In alcuni casi si è trattato di uno spostamento, in altri casi di una
cancellazione, e in altri ancora di una rinuncia, dopo vari spostamenti. Questa
percentuale, che di per sé è altissima, in quanto coinvolge la metà della popolazione,
diventa ancora più pesante – se possibile – per alcune fasce di età dei pazienti e per
alcune aree del Paese. Infatti, se guardiamo all’età degli intervistati, scopriamo che il
massimo dei disagi nell’utilizzo dei servizi sanitari si registra nella fascia tra i 46 e i 55
anni e tendenzialmente nelle fasce più alte dell’età. Per quanto riguarda la variabile
geografica, si osserva che i disagi crescono a mano a mano che si scende verso il sud:
nel nord est ha (o ha avuto) problemi il 43,4%, percentuale che cresce al centro e arriva
ai valori massimi nel sud, con il 56,1%, con quasi 15 punti percentuali di distanza. Da
aggiungere che sono le donne ad avere maggiori problemi rispetto agli uomini, con
dieci punti percentuali di differenza (56,0% delle donne contro il 46,1% degli uomini).
Tab. 1 – Persone che hanno avuto rinvii e/o cancellazioni di servizi sanitari
Ha dovuto spostare o Totale Classi di età
rinunciare a servizi
sanitari?
18-25 26-35 36-45 46-55 56-65 oltre i 65
Sì, mi è successo almeno 52,0 45,1 48,7 52,6 58,1 50,1 50,5
una volta
No, non mi è successo 48,0 54,9 51,3 47,4 41,9 49,9 49,5
Totale 100 100 100 100 100 100 100
Fonte: Fondazione Italia in Salute, Sociometrica, 2021
Vediamo adesso di che tipo di servizi sanitari si è trattato: nel 69,7% dei casi sono
mancate visite specialistiche e al secondo posto (27,5%) si è trattato di visite dal proprio
medico di base; a poca distanza (26,2%) seguono le analisi cliniche non fatte. Se le visite
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specialistiche, quelle al medico di base e le analisi cliniche possono sembrare di lieve
entità (e non lo sono, perché sono talvolta propedeutiche a evitare mali maggiori), ben
diverso è il peso degli interventi ospedalieri fatti in day hospital, rinviati o cancellati, che
ha coinvolto quasi il 10% della popolazione. Ancora più significativo che il 6,1% della
popolazione abbia subìto spostamenti e/o cancellazioni per gli interventi chirurgici di
una certa entità. Per dare un’idea ancora più esatta della situazione dei disagi riguardo
ai servizi ospedalieri, basta dire che il 6,1% ha dovuto (o anche voluto) rinunciare a
servirsi del pronto soccorso, ovviamente nei casi di codice di emergenza lieve o molto
lieve. Il dato che comunque colpisce di più è che il 4,5% della popolazione ha dovuto
rinviare e/o rinunciare al ricovero ospedaliero (Tab.2).
Tab. 2 – Tipologia di servizi sanitari rinviati o cancellati
Tipo di servizi sanitari Totale Classi di età
rinviati o
cancellati/rinunciati
18-25 26-35 36-45 46-55 56-65 oltre i 65
Visite specialistiche 69,7 3,0 3,8 7,7 1,6 6,2 5,7
Visita medico di base 27,5 27,4 41,5 25,3 26,1 24,0 21,9
Analisi cliniche 26,2 19,6 24,9 25,6 25,9 30,4 30,1
Radiologie 11,5 10,6 11,6 10,2 9,8 9,8 20,2
Day hospital 9,7 11,0 9,7 6,8 13,5 3,8 11,2
Interventi chirurgici 6,1 12,6 8,0 1,2 6,8 4,3 7,7
Pronto soccorso 6,1 16,7 3,1 6,7 4,6 7,8 1,9
Visita pediatrica base 5,7 11,7 10,1 9,4 1,7 4,1 0,0
Servizi di oncologia 4,7 1,2 14,9 0,9 2,8 7,5 3,2
Ricoveri ospedalieri 4,5 3,0 3,8 7,7 1,6 6,2 5,7
Non risponde 1,9 6,2 1,6 3,8 0,8 0,6 0,0
Fonte: Fondazione Italia in Salute, Sociometrica, 2021
Per dare maggiore concretezza a questi dati, conviene tradurli in stima dei valori
assoluti. Abbiamo così circa 2,3 milioni di italiani che dallo scoppio dell’epidemia
spostato o cancellato un ricovero ospedaliero; che circa 5 milioni di italiani hanno
visto spostato o cancellato l’intervento in day hospital; che circa 35 milioni di Italiani
hanno spostato o visto cancellare una visita specialistica (dati calcolati sulla “platea”
di 50,7 milioni di italiani adulti, perciò non includendo i minori. Vedremo tra poco se si
è trattato in particolare di uno spostamento o di una cancellazione/rinuncia.
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Analizzando i dati per classe di età si scopre una realtà ancora più significativa. In
particolare sono da sottolineare alcuni fenomeni, alcuni dei quali prevedibili, e altri
abbastanza (o molto) sorprendenti. Vediamoli:
- i rinvii e/o cancellazioni/rinunce per la fascia d’età sono piuttosto clamorose,
perché l’83,9% della popolazione italiana che ha più di 65 anni ha dovuto
rinunciare (o si è vista spostare) una visita specialistica. Si può perciò
affermare che per queste classi di età le viste specialistiche sono state tutte (o
quasi) spostate, cancellate o si è stati costretti a rinunciarvi. Sempre in questa
fascia d’età, il 30,0% ha avuto gli stessi problemi per le analisi cliniche; il 21,9%
per la visita al proprio medico di base e il 20,2% per le radiologie;
- a denunciare problemi sugli interventi di day hospital oltre che gli adulti
(13,5%), ci sono anche i più giovani (11,0%);
- i problemi relativamente all’accesso al pronto soccorso si registrano
soprattutto fra i giovani (16,7%), mentre mostrano percentuali poco rilevanti
nelle altre fasce d’età;
- è curioso, ma vedremo che questo dato è una spia di un fenomeno più grande,
che a non voler rispondere a questa specifica domanda del questionario sono i
più giovani (6,2%), mentre i rifiuti a rispondere sono minimi nelle altre fasce
d’età, mentre sono zero fra le persone più anziane. Sempre fra i più giovani è
più alta la criticità rispetto alla visita al proprio medico di base.
Dal punto di vista geografico, come già detto, i maggiori disagi si registrano al sud,
nonostante che le criticità massime dell’epidemia, almeno all’inizio, siano state al nord.
In particolare, sui ricoveri ospedalieri i problemi hanno coinvolto il 6,0% della
popolazione meridionale, ma solo lo 0,5% di quella del nord est; sulle visite al proprio
medico di base (31,9% di persone in difficoltà al sud contro il 21,4% nel nord ovest);
sulle analisi cliniche (il 32,5% al sud contro il 18,5% rispetto alle regioni del Centro
Italia).
Finora abbiamo considerato i rinvii, le cancellazioni e le auto-rinunce nel loro insieme,
cioè sommandole. Adesso è il momento di distinguere tra spostamenti da un lato e
cancellazioni e rinunce dall’altro. Abbiamo voluto considerarle prima insieme, perché
in termini medici lo spostamento di un intervento, anche di un’analisi o di una visita,
possono avere conseguenze negative. Naturalmente non è possibile avere una prova “a
contrario”, cioè non possiamo dire (non lo possono dire gli intervistati) quali siano
state le conseguenze dei rinvii. In ogni caso, possiamo adesso distinguere tra le due
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situazioni: solo per il 4,5% dei casi si è trattato di un rinvio di pochi giorni, perciò
presumibilmente senza conseguenze. Nel 10,6% dei casi il rinvio è stato fino a due
settimane e nel 13,9% (Tab.3) dei casi di un mese circa. Per la grande maggioranza delle
persone le conseguenze il rinvio è stato molto più pesante, tanto che per il 36,7% delle
persone il rinvio è stato di mesi e per il 34,3% si è arrivati alla impossibilità di ottenere
il servizio, o perché il rinvio era talmente lontano che ha portato all’auto-rinuncia.
Tab. 3 – Estensione del rinvio delle prestazioni sanitarie e auto-rinuncia
Dopo quanto tempo Totale Area di residenza
ha potuto utilizzare le
prestazioni sanitari?
Nord Ovest Nord Est Centro Sud e Isole
Di pochi giorni 4,5 2,2 4,9 4,4 5,9
Fino a due settimane 10,6 9,1 13,3 10,7 11,0
Un mese circa 13,9 11,6 15,0 14,0 15,0
Oltre un mese 36,7 32,0 42,5 34,2 39,2
Non ne ho usufruito 34,3 45,1 24,4 36,8 29,0
Totale 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0
Fonte: Fondazione Italia in Salute, Sociometrica, 2021
Se si osservano i dati secondo l’area di residenza della popolazione, si vede che le
cancellazioni e le rinunce si sono registrate soprattutto nelle regioni nord-
occidentali, che comprendono la Lombardia, dove sono arrivate a incidere sul 45,1%
della popolazione. Quando, invece, si calcolano i ritardi, che comunque non hanno
scongiurato la prestazione, i ritardi più rilevanti si registrano nelle regioni del sud.
Siamo adesso in grado di stimare meglio non solo i disagi di carattere generale che
abbiamo valutato prima, ma proprio il numero di persone che hanno dovuto
rinunciare alle prestazioni sanitarie non-covid. In sostanza, circa 10 milioni di Italiani
hanno dovuto rinunciare a prestazioni e servizi sanitari non-covid durante l’anno
della pandemia (dal marzo 2020 al marzo 2021). Può essere interessante fare una
traduzione numerica anche del tipo di prestazioni a cui hanno dovuto rinunciare
(Tab.4). Considerando i due estremi, cioè i ricoveri ospedalieri e le visite specialistiche,
arriviamo a stimare che circa 400 mila Italiani hanno dovuto rinunciare a un ricovero
ospedaliero e quasi 7 milioni a una visita specialistica.
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Tab. 4 – Tipo di servizi sanitari cancellati per patologie non-covid
Tipo di servizi sanitari a cui ha Stima del numero di
dovuto rinunciare persone coinvolte
Totale con ogni tipologia 10,0 milioni
- Visite specialistiche 6,8 milioni
- Visita medico di base 2,7 milioni
- Analisi cliniche 2,6 milioni
- Radiologie 1,0 milione
- Interventi day hospital 1,0 milione
- Interventi chirurgici 0,6 milioni
- Pronto soccorso 0,6 milioni
- Visita pediatrica base 0,5 milioni
- Servizi di oncologia 0,4 milioni
- Ricoveri ospedalieri 0,4 milioni
Fonte: Fondazione Italia in Salute, Sociometrica, 2021
È possibile – e vedremo più avanti l’impatto psicologico del Covid – che una parte
delle rinunce sia non solo la conseguenza del rinvio della prestazione a una data
ritenuta non più utile o appropriata, ma sia anche il risultato di una certa paura, o
timore, a frequentare i luoghi della sanità. Su questo aspetto cercheremo di far luce
nelle pagine seguenti. Quanto l’intero settore sanitario nazionale sia stato sconvolto
dall’epidemia trova conferma evidente non solo affrontando e analizzando le
fenomenologie legate al Covid-19, ma anche attraverso lo studio – come abbiamo fatto
– delle conseguenze sanitarie sulla popolazione affetta da altre patologie che,
naturalmente, non sono scomparse con l’affacciarsi e l’imporsi dell’epidemia Covid-19.
Su questo punto possiamo concludere registrando come l’intero sistema sanitario sia
stato sconvolto dall’epidemia e come un costo molto elevato sia stato pagato da
pazienti afflitti dalle patologie non-covid. Una delle conseguenze probabilmente meno
evidenti e meno note nella molteplice gamma dei danni provocati dal Covid-19.
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3. CAMBIANO COMPORTAMENTI E STILI DI VITA
L’impatto dell’epidemia sulla società italiana, com’è noto, è stato molto ampio,
principalmente sul piano sanitario, e poi sul piano economico, su quello sociale e, non
ultimo, su quello psicologico. In riferimento ai malati non-Covid, è possibile che una
parte dei mancati interventi, ricoveri e altre prestazioni sanitarie sia determinato anche
dalla paura, dal timore e dall’apprensione verso il pericolo di contagio nelle stesse
strutture sanitarie. Questa ansia si è registrata proprio all’inizio della pandemia,
quando ci sono state evidenze che il virus si sia potuto diffondere nelle strutture
sanitarie. Dopo il primo periodo questa percezione si affievolita, ma è rimasta latente
nella mente delle persone.
Guardiamo allora alle risposte fornite dagli intervistati proprio su questo punto
specifico. I risultati ci indicano che questa paura è piuttosto forte, ancora a un anno
dall’inizio della pandemia, infatti solo il 13,8% (Tab. 5) dichiara che non ha nessun
timore a frequentare strutture di tipo sanitario, il resto della popolazione, cioè l’86,2%,
in vario grado, ha timore di frequentare i luoghi sanitari. Più in particolare, il 22,6%
evita in assoluto di frequentarli e il 41,3%, più moderatamente, ma non tanto, cerca di
non frequentarli, se possibile. Rimane un 22,3% che non ha timore, ma fa una certa
attenzione. In buona sostanza, il 63,9% della popolazione italiana, se può, evita di
frequentare tutto ciò che ha a che fare con la sanità.
Tab. 5 – Timore a frequentare ospedali e altre strutture sanitarie
Grado di timore nel frequentare ospedali e strutture sanitarie Valori percentuali
Sì, ho timore di frequentare luoghi sanitari, evito di frequentarli 22,6
Sì, ho un po’ di timore, se posso cerco di non frequentarli 41,3
Sì, faccio più attenzione, ma non ho timore di frequentarli 22,3
No, non ho nessun timore a frequentarli 13,8
Totale 100,0
Fonte: Fondazione Italia in Salute, Sociometrica, 202
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Incrociando i dati generali con alcune caratteristiche della popolazione, vediamo tre
elementi molto interessanti: una maggiore paura fra i più giovani; una maggiore
paura al sud e una maggiore paura fra le persone più istruite. Non si tratta di
differenze enormi, ma abbastanza consistenti da doverle segnalare. È un po’ difficile
dare una interpretazione univoca a queste tre circostanze; ancor di più è difficile, senza
ulteriori informazioni, stabilire una correlazione o un “fil rouge” che li connetta.
Sicuramente questo virus, per le modalità con cui si è diffuso, per le modalità con cui vi
è stata fatta comunicazione, e per altri fattori ancora, ha avuto un grande impatto
psicologico sui più giovani (e vedremo meglio quanto lo abbia avuto sui minori) e sulle
persone più istruite. Non è chiarissimo se abbia avuto anche una forte influenza la
dimensione sociale della sua diffusione: la vita di gruppo e i viaggi sono due
caratteristiche salienti: la prima, la vita di gruppo, concerne soprattutto le persone più
giovani e i viaggi di lavoro, congressi ecc. le persone che svolgono compiti di lavorativi
molto sociali. È probabile che questi fattori sociologici abbiano inciso nella
determinazione degli aspetti psicologici, così forti, in queste due categorie di persone.
Durante la pandemia ci sono regole di comportamento da rispettare, abbiamo così
voluto indagare la parte non prescrittiva, cioè capire i comportamenti della
popolazione di libera scelta. Parliamo in questo modo dello status psicologico,
dell’atteggiamento complessivo con cui sono stati confermati o cambiati alcuni
comportamenti abitudinari. Cominciamo allora a vedere quante persone hanno lasciato
intatte le proprie abitudini (ripetiamo: al netto delle prescrizioni di legge), si tratta solo
del 4,1% (Tab.6), perciò la grandissima maggioranza della popolazione, il 95,9% ha
modificato spontaneamente alcuni comportamenti. Vediamo allora quali sono stati
quelli che hanno subito i cambiamenti più importanti.
Tab. 6 – Comportamenti spontanei della popolazione *
Comportamenti spontanei della popolazione Valori percentuali
Ho ridotto spontaneamente le uscite con altre persone 71,0
Ho evitato di prendere mezzi pubblici 63,3
Ho ridotto spontaneamente qualunque spostamento fuori residenza 59,3
Ho rinunciato o ridotto sport che praticavo prima 29,1
Ho rinunciato a frequentare negozi, ristoranti e altri luoghi pubblici 53,5
Ho rinunciato a frequentare/invitare persone a casa mia o di altri 69,4
Non ne ho adottati 4,1
Fonte: Fondazione Italia in Salute, Sociometrica, 2021 * più risposte possibili
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Abbiamo avuto una riduzione straordinaria della vita sociale: il 71,0% della
popolazione ha ridotto spontaneamente qualunque uscita con altre persone e in una
misura pressoché pari, il 69,4%, ha rinunciato a frequentare o a invitare qualunque tipo
di persone a casa propria. C’è poi il capitolo degli spostamenti e dei trasporti: il 63,3%
evita di prendere qualunque mezzo pubblico e il 59,3% ha ridotto spontaneamente
qualunque tipo di viaggio e spostamento. La frequenza dei luoghi pubblici, dei negozi
e dei ristoranti, anche se parzialmente aperti, è stata cancellata dal 53,5% della
popolazione. Anche la pratica sportiva ha avuto un crollo, perché il 29,1% della
popolazione vi ha rinunciato spontaneamente.
Analizzando più in profondità questi dati, scopriamo che sono soprattutto i residenti
al sud che hanno avuto l’impatto psicologico e comportamentale più profondo,
sebbene sia stato diffuso dovunque in Italia. Ad esempio, a evitare i mezzi pubblici
c’è il 70,4% dei residenti al sud contro il 54,1% dei residenti nel nord ovest; a evitare
qualunque spostamento fuori comune è il 62,5% dei residenti al sud contro il 54,6%
sempre del nord ovest; a non invitare persone a casa è il 75,4% nel sud contro il 61,4%
del nord ovest. Viceversa, chi non ha cambiato nulla spontaneamente nei suoi
comportamenti è il 7,2% nel nord est, il 6,1% nel nord ovest e solo l’1,4% nel sud. Si
direbbe che a far cambiare di più i comportamenti è stata soprattutto la comunicazione
più che il fenomeno in sé, visto che l’epidemia, almeno inizialmente, si è sviluppata
soprattutto nelle regioni della Lombardia e del Veneto.
Abbiamo voluto analizzare alcuni comportamenti negativi (il fumo, l’abuso di
consumo di alcol, ecc.) e altri positivi (fumare meno, bere meno alcol, avere una dieta
controllata, ecc.) per capire come l’epidemia abbia avuto influenza su questi
comportamenti. Quasi la metà della popolazione, esattamente il 49,1% (Tab. 7), afferma
di aver accresciuto il proprio nervosismo e di avvertire un certo stress (ovviamente
collegato alla pandemia); il 43,9% fa meno attività fisica o ha smesso del tutto di farla;
il 28,8% degli intervistati sostiene di dormire di meno o di avere più difficoltà a
prendere sonno; il 25,7% afferma che mangia di più e/o ha smesso di seguire regole
alimentari che aveva prima. Si tratta di cambiamenti enormi per la loro diffusione
nella popolazione. Da notare che il 16,5% della popolazione afferma di avere sintomi di
depressione: di solito non si ha piacere a dirlo e non si ha neppure la massima
consapevolezza, qualora ci fosse, perciò questo 16,5% appare un dato significativo
persino superiore al suo valore numerico, per altro molto elevato.
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Tab. 7 – Cambiamenti dei comportamenti della popolazione *
Cambiamenti nei comportamenti della popolazione Valori percentuali
Ho un po’ più di nervosismo, oppure avverto un po’ più di stress 49,1
Faccio meno attività fisica, oppure ho smesso di farla 43,9
Dormo di meno, oppure dormo meno facilmente 28,8
Avverto malesseri psicologici, non sopporto alcune restrizioni 27,1
Mangio di più, oppure ho smesso di regole alimentari 25,7
Ho qualche accenno o sintomo di depressione 16,5
Fumo di più, oppure ho incominciato a fumare 8,7
Consumo più alcol, oppure ho cominciato a bere 5,1
Non voglio rispondere 9,0
Fonte: Fondazione Italia in Salute, Sociometrica, 2021, * più risposte possibili
Questi risultati sono molto significativi già nel loro insieme, dato che alcuni fenomeni
arrivano a colpire quasi la metà della popolazione e per altri si superano soglie molto
significative, ma diventano clamorosi in almeno due approfondimenti, uno relativo al
genere e l’altro relativo ai più giovani, cioè quanti hanno un’età compresa tra i 18 e i 25
anni. Se guardiamo questi fenomeni dal punto di vista del genere, scopriamo che a
essere più colpite sono le donne (Graf. 1).
In tutti i comportamenti analizzati, tranne uno, l’impatto sulle donne è molto più
pesante rispetto a quello sugli uomini. Ad esempio, avverte un po’ più di stress il
55,9% delle donne contro il 39,0% degli uomini, con una differenza perciò di oltre 15
punti che è oltremodo significativa. Con una misura meno intensa, l’impatto sulle
donne di altri fenomeni come i malesseri dovuti alle restrizioni e la difficoltà a dormire
è significativamente maggiore che fra gli uomini. L’unico comportamento che ha un
maggiore impatto sugli uomini, anziché sulle donne, è la rinuncia allo sport e alle
attività fisiche, che è appunto maggiore per gli uomini. Si tratta di differenze
significative, le cui conseguenze in qualche modo si auto-alimentano, perché i
malesseri portano alla riduzione delle ore di sonno, e queste all’aumento dello stress, e
così via, secondo le specifiche e personali situazioni di ciascuno. In ogni caso, almeno
un problema è segnalato dalla metà degli Italiani.
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Graf. 1 – Cambiamenti nei comportamenti della popolazione, secondo il genere
Non voglio rispondere 8,6
ho qualche sintomo di depressione 19,0
avverto malesseri, non sopporto alcune restrizioni 30,4
ho un po’ più di nervosismo, avverto più di stress 55,9
faccio meno attività fisica 43,0
mangio di più, oppure ho smesso regole… 27,6
dormo di meno 31,6
consumo più alcol 3,8
fumo di più 9,1
0,0 10,0 20,0 30,0 40,0 50,0 60,0
Femmina Maschio
Fonte: Fondazione Italia in Salute, Sociometrica, 2021
Forse ancora più sorprendente, è l’impatto rispetto all’età degli intervistati, e
particolarmente rispetto ai più giovani, cioè quanti hanno un’età fra i 18 e i 25 anni
(Graf. 2). Se confrontiamo i dati relativi ai più giovani con quelli medi della
popolazione, scopriamo che per pressoché qualunque comportamento l’impatto sui
giovani è maggiore che nella media, con alcune differenze che sono molto
significative, e in due casi eclatanti. Avevamo detto che gli accenni (o sintomi) di
depressioni erano citati dal 16,5% della popolazione, ma fra i più giovani si sale al
34,7%, quindi più del doppio. È un dato estremamente preoccupante. Per altro, è
confermato da un’altra differenza che si riscontra nel numero proporzionale di persone
che avverte disagi psicologici: è il 27,1% nella media della popolazione, arriva al
40,2%, quasi il doppio, fra i giovani. Quel che si può aggiungere è che fumo e alcol
non sembrano una “risposta” a questi malesseri; il che è un dato confortante e
probabilmente merita ulteriori approfondimenti, perché il malessere viene recepito in
quanto collettivo e non in quanto legato alla singola persona, a sé medesimi. Il
malessere si trasforma in un cambiamento di comportamenti: uscire di meno, vedere
meno persone; fare meno cose, e questo disagio non si “compensa” con meccanismi di
“addiction”. È evidente, per altro, il nesso causale: sono proprio quei comportamenti
impediti o resi più difficoltosi, o auto-censurati che provocano il malessere. E di questo
sembrano averne piena consapevolezza. Appunto senza “fughe” altrove. L’unico
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fattore che sembra meno impressivo sui giovani sono le difficoltà del sonno che restano
in linea con la media generale.
Graf. 2 – Cambiamenti nei comportamenti della popolazione giovanile
ho qualche accenno o sintomo di depressione 34,7
avverto qualche malessere psicologico, non… 40,2
ho un po’ più di nervosismo, oppure avverto un… 60,2
faccio meno attività fisica, oppure ho smesso di… 46,1
mangio di più, oppure ho smesso di seguire regole… 31,8
dormo di meno, oppure dormo meno facilmente 27,6
consumo più alcol, oppure ho cominciato a bere 3,9
fumo di più, oppure ho incominciato a fumare 8,8
0,0 10,0 20,0 30,0 40,0 50,0 60,0 70,0
media 18-25
Fonte: Fondazione Italia in Salute, Sociometrica, 2021
Una curiosità, ma potrebbe essere considerata qualcosa ben di più che una curiosità (e
noi così la consideriamo) è la distribuzione dell’“insopportabilità” delle restrizioni
rispetto al livello di istruzione. A mano a mano che cresce il titolo di studio cresce
l’“insopportabilità” che, addirittura è zero, perciò nulla, tra quanti non hanno nessun
titolo di studio o al massimo hanno concluso la scuola dell’obbligo, mentre un laureato
su tre non le sopporta (Graf. 3). Una differenza notevolissima. Appare così una “legge
di proporzionalità diretta” tra livello di istruzione e percezione del disagio delle
restrizioni. È una costante di questo studio il rilevare che le maggiori difficoltà sul
piano psicologico e comportamentale sono espresse, in termini relativi, soprattutto
dai giovani, dalle donne e dalle persone più istruite. Non abbiamo qui elementi a
sufficienza per dare una motivazione del perché le difficoltà siano maggiormente
rilevanti in queste tre categorie, anche se si possono intuire, o almeno ciascun lettore si
può fare una sua idea.
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Pagina 16 — PDF originale
Graf. 3 – Persone che mal sopportano le restrizioni, secondo il titolo di studio
scuola elementare 0
scuola media inferiore 17,8
diploma scuole professionale 25,6
diploma scuola superiore 26
laurea, post-laurea 32
0 5 10 15 20 25 30 35
Fonte: Fondazione Italia in Salute, Sociometrica, 2021
In realtà, e non potevamo escluderlo in linea di principio, ci possono essere anche
modifiche di comportamenti positive, come il fumare di meno, bere meno alcol,
mangiare in maniera più attenta e così via. Abbiamo perciò considerato anche questi
cambiamenti in chiave positiva. Su questi aspetti una persona su tre non vuole
rispondere, o afferma che non registra nessuno nuovo comportamento positivo.
L’unico elemento che ha un gran peso è l’alimentazione, nel senso che il 31,1% della
popolazione risponde che sta più attento al cibo (Tab. 8). Quindi sul cibo c’è un doppio
riscontro: da una parte chi si sente a disagio perché non riesce a controllare la sua
alimentazione e una parte equivalente che, invece, ci mette più attenzione.
Tab. 8 – Cambiamenti positivi nei comportamenti della popolazione
Cambiamenti nei comportamenti della popolazione Valori percentuali
mangio in maniera più attenta e più sana 31,1
mi sento più rilassato stando più a casa 15,7
faccio più attività fisica 13,7
consumo meno alcol 11,1
dormo più facilmente 8,0
fumo di meno, oppure ho smesso di fumare 3,7
ho smesso di prendere ansiolitici e altri farmaci 1,3
Non sa, o non vuole rispondere 33,6
Fonte: Fondazione Italia in Salute, Sociometrica, 2021
Sul resto dei comportamenti abbiamo una netta prevalenza di quelli negativi, tranne
che per l’alcol, dove è addirittura leggermente maggiore il numero di persone che
l’hanno ridotto rispetto a quelle che l’hanno incrementato. Siccome una situazione del
genere si è vista anche per i più giovani, potremmo dire che la pandemia non ha
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Pagina 17 — PDF originale
attecchito su alcune dipendenze come il fumo e l’alcol. Su una terza dipendenza, quella
delle sostanze stupefacenti non abbiamo elementi di valutazione. Comparando effetti
negativi e positivi sul sonno, si vede che l’8,0% dorme più facilmente, il 28,8% con più
difficoltà; il 15,7% si sente più rilassato stando di più a casa e il 49,1% più stressato.
C’è un’altra “legge di proporzionalità diretta” che si scopre incrociando i dati medi con
alcune variabili demografiche, come l’età. Ad esempio, selezionando quanti si sentono
più rilassati dovendo stare più tempo a casa, si vede che più cresce l’età, più lo stare a
casa è maggiormente percepito come un beneficio. Così fra i più giovani il 10,2%
afferma che stare più casa ci si rilassa; si sale di qualche punto nelle classi d’età
immediatamente superiori, per arrivare al 22,0% per le persone con più di 65 anni (Tab.
9).
Tab. 9 – Persone che si sentono meglio passando più tempo a casa, secondo l’età
Classi di età
18-25 26-35 36-45 46-55 56-65 oltre i 65
Persone che si sentono
più rilassate nel passare 10,2 11,6 11,7 19,0 19,4 22,0
più tempo a casa
Fonte: Fondazione Italia in Salute, Sociometrica, 2021
Un capitolo a parte riguarda l’impatto della pandemia sui minori. Nella nostra
indagine non sono stati intervistati i minori (persone con meno di 18 anni), ma è stata
rivolta una domanda specifica ai genitori, relativa all’impatto psicologico delle varie
misure restrittive, e in particolare in riferimento al combinato disposto della chiusura
delle scuole, delle mancate uscite e delle lezioni a distanza. Abbiamo perciò il giudizio
dei genitori.
I risultati riportano una situazione estremamente pesante: solo il 7,4% (Tab. 10) dei
genitori afferma che i minori non sono colpiti in qualche modo sul piano psicologico
dall’epidemia. Dall’altro lato, quanti affermano che i minori sono colpiti molto
pesantemente rappresentano il 24,6%, perciò un genitore su quattro si esprime in
questi termini molto preoccupati. Un genitore su tre (33,5%) afferma che sono colpiti
“abbastanza pesantemente” e una parte pressoché equivalente (34,2%) afferma che
sono colpiti “sotto qualche aspetto” o in maniera “non troppo rilevante”.
17
Pagina 18 — PDF originale
Riassumendo, abbiamo quasi il 60% che ritiene rilevante l’impatto psicologico della
pandemia sui minori; la metà di questi ritiene che l’impatto ci sia, ma non sia troppo
rilevante, cioè non abbia conseguenze durature, mentre quanti non vedono problemi
sono sotto la soglia del 10,0%.
Tab. 10 – Valutazione dell’impatto psicologico sui minori
Se ha minori in casa. Ci può indicare se le restrizioni dovute al Covid, Valori percentuali
es. chiusura delle scuole, lezioni a distanza, ecc., dal punto di vista
psicologico quanto hanno colpito i minori?
Sono colpiti molto pesantemente 24,5
Sono colpiti abbastanza pesantemente 33,5
Sono colpiti, ma solo per qualche aspetto 24,1
Non sono colpiti in maniera rilevante 10,1
Non sono colpiti per nulla 7,4
Totale 100,0
Fonte: Fondazione Italia in Salute, Sociometrica, 2021
Sul tema dell’impatto dell’epidemia sui minori, così impressionante, è necessario
aggiungere due ulteriori elementi di conoscenza. Il primo lo ricaviamo dalla
distribuzione dei dati rispetto all’impatto dei minori secondo il titolo di studio dei
genitori. Si vede con chiarezza che l’impatto sui minori che non hanno genitori
laureati e diplomati è stato molto pesante, il doppio, in termini statistici, rispetto alle
famiglie con genitori laureati o diplomati: consideriamo quanti hanno affermato che i
minori “sono stati colpiti molto pesantemente”, e otteniamo il 20,1% nelle famiglie con
genitori non istruiti, mentre per tutto il resto delle famiglie si scende e si oscilla intorno
al 10%.
Tab. 11 – Valutazione dell’impatto sui minori, per titolo di studio dei genitori
Titolo di studio dei genitori che affermano che i minori sono stati Valori percentuali
colpiti molto pesantemente
Laurea e post-laurea 10,9
Diploma scuola superiore 9,2
Diploma scuola professionale 11,9
Scuola media inferiore 10,8
Scuola elementare o nessun titolo 20,1
Fonte: Fondazione Italia in Salute, Sociometrica, 2021
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Pagina 19 — PDF originale
È possibile che a portare a un tale esito sia il combinato disposto di vari elementi: la
non presenza dei collegamenti telematici, o di collegamenti non adeguati, nelle case; la
difficoltà a seguire i figli nelle lezioni a distanza per persone che non hanno un livello
sufficiente di istruzione; le condizioni familiari critiche determinate sul piano del
lavoro dei genitori che hanno coinvolto anche i minori e altre situazioni ancora che non
abbiamo qui modo di valutare.
A conclusione di questo capitolo, possiamo riassumere le conclusioni con tre focus che
abbiamo individuato:
a) l’impatto sullo status psicologico collettivo;
b) l’impatto sui comportamenti di dipendenza;
c) L’impatto sui comportamenti improntati alla salute.
Sul primo aspetto, quello della psiche collettiva, abbiamo registrato le conseguenze
peggiori. Abbiamo notato come metà della popolazione avverta nervosismo e stress e,
addirittura, in una parte non irrilevante addirittura accenni o sintomi di depressione.
L’isolamento sociale, l’incertezza economica, la perdita di abitudini rilassanti che
compensavano il livello di stress hanno determinato quel che possiamo chiamare il
“new normal” nel livello di stress, molto più alto che in precedenza. È anche evidente
che l’aumento dello stress riduca le difese immunitarie e ha conseguenze di vario tipo e
natura su molti aspetti della vita personale e sociale.
Per quanto concerne i comportamenti additivi (ne abbiamo preso in considerazione
due, il fumo e l’alcol) si riscontra un peggioramento lieve, non preoccupante, almeno
nel senso che questi comportamenti non si sono allargati a parti consistenti della
popolazione, ma sono rimasti fenomeni limitati e contenuti. Un po’ di più è cresciuto il
fumo (fuma di più l’8,7% della popolazione), rispetto al consumo di alcol (più 5,1%),
numeri decisamente al di sotto, e lontanissimi, da quelli registrati per i malesseri legati
allo stress e all’ansia.
Molto più pesante l’impatto sulla capacità di mantenere stili di vita sani, in
particolare riguardo al sonno, all’attività fisica e all’alimentazione. È noto che per il
benessere personale è utile avere un sonno ristorativo, svolgere attività fisiche e porre
attenzione all’alimentazione. Su tutti e tre questi tre comportamenti dobbiamo
registrare grandi difficoltà a mantenerli sani. Quasi una persona su tre afferma di
dormire meno o che ha più difficoltà ad addormentarsi; addirittura quasi la metà delle
persone dichiara che fa meno attività fisica e una persona su quattro mangia di più o
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ha smesso di regolare, come dovrebbe, il proprio regime alimentare. Il combinato
disposto di meno ore di sonno, di meno ore di attività fisiche e di una maggiore
alimentazione accrescono, se continuate nel tempo, le probabilità di nuove patologie o
di aggravare quelle già esistenti.
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Pagina 21 — PDF originale
4. IL RAPPORTO CON IL VIRUS
Affrontiamo adesso quello che si può definire il rapporto degli italiani con l’epidemia
in senso proprio, non solo in rapporto alle conseguenze generali, personali e collettive,
ma con il pericolo del contagio. Mentre sul piano del contenimento dei comportamenti
poco sani, gli Italiani mostrano una certa fragilità, rispetto al virus in sé, cioè rispetto
alla malattia, sono più freddi, se così si può dire. Di fronte alla domanda di come si
sono sentiti di fronte a sintomi che potevano far pensare al Covid, l’11,4% (Tab. 12) ha
risposto di essere entrato nel panico, cioè di aver avuto molta paura e il 22,2% di avere
molta ansia; il resto della popolazione mostra però più controllo e si divide tra chi ha
mostrato grande tranquillità (24,7%) e chi ha avuto un minimo di agitazione, ma niente
di più (37,8%). Volendo sintetizzare, abbiamo una persona su quattro del tutto
tranquilla; una persona su tre molto agitata e ancora una persona su tre con un po’ di
agitazione. Una gamma di reazioni abbastanza vicina alla distribuzione statistica della
Curva di Gauss, cioè normale, con le persone che addensino al centro a mano a mano
che ci si allontani dagli estremi.
Tab. 12 – Reazioni emotive di fronte a sintomi che fanno pensare al Covid
Se ha avuto, o dovesse avere sintomi che fanno pensare al Covid-19 Valori percentuali
come si è sentito o come si sentirebbe dal punto di vista emotivo?
Tranquillo, ho fatto o farei quel che bisogna fare in questi casi 24,7
Un po’ agitato, ma non ho avuto o non avrei nessun affanno
37,8
particolare
Agitato, ho avuto o avrei manifestazioni di forte ansia 22,2
Con molta paura, nel panico 11,4
Non voglio rispondere 3,9
Totale 100,0
Fonte: Fondazione Italia in Salute, Sociometrica, 2021
Il panico, o la grande agitazione appaiono in parte il frutto quasi esclusivamente
psicologico, l’esito di una paura ingenerata dalla comunicazione o dal contesto emotivo
legato all’epidemia, ma in altri casi sono collegati allo stato di salute di chi risponde,
per cui è comprensibile che si preoccupi di più, perciò entri in un’agitazione più
intensa, chi ha uno stato di salute più cagionevole. Consideriamo allora, per rendere
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Pagina 22 — PDF originale
più evidente questo ragionamento, le due modalità più gravi di preoccupazione,
dall’ansia generalizzata e del panico. Come si può osservare, è preso da forte
agitazione o addirittura panico, il 23,3% di persone che dichiara di avere uno stato di
salute generale “molto buono” e il 30,8% di quanti dichiarano di stare in buona salute
(Tab. 13). Tra coloro che, invece, dichiarano di star male, cioè di avere uno stato di
salute cagionevole, la stessa paura è condivisa dal 45,9%, numeri molto più alti, ma
probabilmente non altissimi, se si pensa alle risposte di chi sta bene. La risposta che
però da molto da pensare è quella di chi dichiara di avere una salute abbastanza
buona, sia pure con qualche debolezza, dove la quota-parte dei particolarmente
preoccupati è del 43,1%, cioè pressoché uguale a quelle di chi afferma di star male, cioè
di avere patologie di un certo rilievo.
Tab. 13 – Reazioni di ansia e panico su sintomi Covid, secondo lo stato di salute
Stato generale di salute Né bene,
Molto bene Bene Male
né male
Persone che si sentono molto agitate,
ansiose e prese dal panico di fronte a 23,3 30,8 43,1 45,9
sintomi che fanno pensare al Covid
Fonte: Fondazione Italia in Salute, Sociometrica, 2021
È noto che l’epidemia abbia effetti gravi e purtroppo anche letali per le persone più
anziane; questo non significa che il panico debba essere direttamente proporzionato
alla probabilità che la malattia assuma conseguenze gravi (la psiche umana non si
regola con il calcolo delle probabilità), tuttavia è significativo che la quantità di persone
prese dal panico, o comunque molto ansiose di fronte a qualche sintomo che possa far
pensare al Covid, non sia molto influenzata dall’età. Scopriamo così tra le persone con
oltre 65 anni, quelli che sentono una forte ansia, o peggio del panico, rappresentano il
22,0% di questo segmento di età (Tab. 14). Tra quanti hanno meno di 65 anni, ma più di
45 anni, il livello di ansia è lo stesso. Tra i giovani è inferiore, ma comunque
consistente, arrivando al 10,2%.
22
Pagina 23 — PDF originale
Tab. 14 – Reazioni di ansia e panico su sintomi Covid, secondo l’età
Classe d’età (anni) 18-25 26-35 36-45 46-55 56-65 oltre i 65
Persone che si sentono molto
agitate, ansiose e prese dal
10,2 11,6 11,7 19,0 19,4 22,0
panico di fronte a sintomi che
fanno pensare al Covid
Fonte: Fondazione Italia in Salute, Sociometrica, 2021
Passiamo adesso dallo studio della condizione psicologica a quello dei comportamenti
rispetto all’eventuale insorgere di sintomi che possano far pensare a un contagio. Quale
sarebbe la prima reazione? o qual è stata, nel caso che si fosse già verificata questa
circostanza. La prima reazione della stragrande maggioranza degli intervistati (72,7%)
è quella di chiamare il medico di base; la metà della popolazione farebbe (o ha fatto) un
immediato auto-isolamento, in attesa dei riscontri dei test. Il 47,7% farebbe
immediatamente un tampone e il 41,9% chiamerebbe le persone con cui è stato
maggiormente in contatto nei giorni precedenti. È interessante notare come solo il 3,7%
“andrebbe su internet” per saperne di più. È sorprendente, perché, in genere, si è
instaurato il comportamento di andare sempre su internet quando si hanno sintomi di
qualunque tipo, ma si vede che il Covid è talmente impressionante che si va
direttamente dal personale medico e comunque ci si rivolge al sistema sanitario.
Tab. 15 – Comportamento rispetto a sintomi che fanno pensare al Covid
Se ha avuto, o dovesse avere sintomi che fanno pensare al Covid-19 Valori percentuali
cosa ha fatto o farebbe?
Chiamerei il medico di base 72,7
Farei un auto-isolamento immediatamente 50,6
Farei immediatamente un tampone 47,7
Avviserei immediatamente gli altri con cui ho rapporti 41,9
Prima aspetterei l’evoluzione delle cose. 12,0
Andrei al pronto soccorso 4,0
Andrei su internet per capire di più 3,7
Non sa, non vuole rispondere 1,6
Fonte: Fondazione Italia in Salute, Sociometrica, 2021
Quanto descritto riguarda i comportamenti probabili (o vissuti) all’eventuale insorgere
di sintomi che possano far pensare a un contagio, ma è utile dare uno sguardo anche ai
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Pagina 24 — PDF originale
comportamenti più elementari di protezione dal virus, come, ad esempio, indossare
correttamente la mascherina: il 70,6 % della popolazione afferma di indossarla sempre
e nella maniera corretta, cioè coprendo naso e bocca; il 29,4%, invece, ne fa un uso
variabile, in particolare il 20,5% non la indossa sempre e/o la abbassa in qualche
occasione, o copre solo la bocca.
Nel complesso l’atteggiamento verso l’epidemia in quanto tale, cioè rispetto al
contagio del virus, ha una doppia faccia: sul piano concreto le persone si comportano
come sostanzialmente ci si aspetta: ricorrono prima di tutto al medico di base, fanno i
tamponi, si auto-isolano in percentuali che se non sono il massimo, ma sono comunque
di maggioranza e prevalenti. Anche la “fuga” da internet per questa particolare
circostanza, è significativa della “gravitas” con cui ci si atteggia verso l’epidemia. Ben
diversa è la valutazione rispetto alla reazione emotiva. Quel che colpisce non è tanto il
livello generale di ansia, o in alcuni casi di panico, che è comprensibile, data la
pesantezza e l’estensione dell’epidemia, ma il suo basso livello di correlazione con la
probabilità che il virus abbia conseguenze gravi, nel senso già descritto che il livello di
ansia non è correlato (abbastanza) rispetto al reale pericolo, ad esempio rispetto alla
fascia d’età degli intervistati.
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Pagina 25 — PDF originale
5. FIDUCIA E DIFFIDENZA VERSO I VACCINI
In questa parte del lavoro ci occupiamo del rapporto degli Italiani con i vaccini. In
specifico ci chiediamo qual è l’atteggiamento personale; qual è il sentimento prevalente
e quali sono i giudizi sui singoli vaccini. È un campo estremamente delicato, ma è
cruciale in questo momento, perché la percezione dei vaccini, del loro valore, delle loro
eventuali debolezze è una delle chiavi fondamentali del successo della campagna di
vaccinazione. Vediamoli con ordine: l’atteggiamento personale, il sentimento e i singoli
giudizi.
La prima questione riguarda l’atteggiamento personale verso l’atto di vaccinarsi contro
il Covid. Per l’intanto registriamo che l’8,7% (Tab. 16) degli intervistati è stato già
vaccinato, anzi esattamente ha ricevuto almeno la prima dose di vaccino (le interviste
sono state realizzate dal 24 al 30 marzo 2021). Abbiamo considerato gli atteggiamenti
più consueti: gli entusiasti (“Non vedo l’ora di fare il vaccino”); quanti sono
tranquillamente in attesa del loro turno; quanti sono perplessi (“Valuterò più avanti, se
potessi non lo farei”); quelli che sono favorevoli a vaccinarsi, ma vorrebbero poter
scegliere il vaccino di preferenza e quanti sono usualmente chiamati “no-vax”, o
almeno dichiarano di esserlo, almeno per lo specifico vaccino anti-Covid.
Se riuniamo insieme le prime tre categorie (chi ha fatto il vaccino, chi non vede l’ora di
farlo e chi attende il suo turno per farlo) abbiamo il 73,3% della popolazione che è
decisamene a favore del vaccino, senza se e senza ma. Probabilmente è corretto
aggiungere a queste tre categorie anche quella che vuole scegliere il vaccino, perché
non presenta difficoltà a vaccinarsi, ma solo vuole poter scegliere. Aggiungendo perciò
anche questa quota di persone, si arriva all’80,9%. È una quota molto elevata, ma non è
elevatissima, e se dovesse confermarsi la vaccinazione solo di questa parte della
popolazione, sebbene molto consistente, è probabile che sorgerebbero dei problemi. Il
nodo è rappresentato principalmente dal 9,9% dei perplessi, cioè coloro che non sono
convinti, che prendono tempo, che vogliono decidere più avanti. Se queste persone
passassero direttamente tra i vaccinati, resterebbe “solo” il 7,5% della popolazione a
non vaccinarsi. Si tratta di un numero abbastanza consistente, il 7,5%, soprattutto per il
fatto che si tratta di persone molto assertive (“Non ho intenzione di farlo”), e non di
persone che esprimano dubbi e perplessità; se questa determinazione fosse confermata,
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Pagina 26 — PDF originale
potrebbe determinare dei problemi rispetto all’obiettivo di vaccinare l’intera
popolazione.
Tab. 16 – Atteggiamento personale verso la vaccinazione anti- Covid
Sono cominciate da qualche settimana le vaccinazioni contro il Valori percentuali
Covid. Qual è il suo atteggiamento rispetto alla sua vaccinazione?
Ho già fatto il vaccino 8,7
Non vedo l’ora di fare il vaccino 24,1
Lo farò quando sarà il mio turno 40,5
Se potessi non lo farei, ma mi informo e valuterò più avanti 9,9
Lo farei, ma voglio scegliere io il vaccino da fare 7,6
Non ho intenzione di farlo 7,5
Non voglio rispondere 1,6
Totale 100,0
Fonte: Fondazione Italia in Salute, Sociometrica, 2021
Vediamo allora di fare un focus proprio su questo gruppo di persone che nettamente
rifiuta la vaccinazione. Il profilo demografico presenta delle differenziazioni
abbastanza nette: prevalgono leggermente le donne rispetto agli uomini (8,6% contro il
6,0%); prevalgono quanti hanno tra i 46 e i 55 anni (13,5% contro la media del 7,5%);
prevalgono i residenti del nord est rispetto al resto del Paese (12,2%).
Guardiamo con più attenzione la distribuzione secondo le classi d’età, e vedremo che, a
parte la rilevante presenza nella fascia d’età dai 46 ai 55 anni (Graf. 4), il numero di
quanti non intendono vaccinarsi è consistente anche nella fascia di età più alta, sopra i
65 anni, dove arriva quasi all’8%, mentre è nettamente più bassa per i giovanissimi e
per i più giovani. Su questi ultimi però, bisogna aggiungere che c’è una quota notevole
di dubbiosi (“vedrò più avanti”) che raggiunge il 17,6%. Sommiamo allora quanti
rifiutano di vaccinarsi con i dubbiosi e i procrastinatori, che altro non significa che
nutrire perplessità sul vaccinarsi, e si ottiene che quasi una persona su quattro in
queste due specifiche classi di età (26-35 anni e 46-55 anni) ha certezza o dubbi sulla
vaccinazione, dove il dubbio prevale nella classe più giovane e il rifiuto in quella
maggiore delle due. Sul resto della popolazione, e in particolare fra i giovanissimi e le
persone più adulte, la percentuale dell’atteggiamento anti-Covid è al minimo.
26
Pagina 27 — PDF originale
Graf. 4 – Distribuzione di chi rifiuta di vaccinarsi secondo l’età
oltre i 65 7,8
56-65 2,6
46-55 13,0
36-45 7,3
26-35 6,0
18-25 2,9
0,0 2,0 4,0 6,0 8,0 10,0 12,0 14,0
no-vax
Fonte: Fondazione Italia in Salute, Sociometrica, 2021
Dal punto di vista dell’istruzione, vediamo che quanti non intendono vaccinarsi si
concentrano nei livelli più bassi di istruzione (Graf. 5), cioè fra coloro che hanno la
scuola media inferiore e un diploma delle scuole professionali, dove superano il 12,0%,
mentre tra diplomati e laureati sono fermi intorno al 7,0%. Su questo punto è difficile
aggiungere molto di più della mera rappresentazione di questa correlazione tra rifiuto
del vaccino e il livello scolastico.
Graf. 5 – Distribuzione di chi rifiuta di vaccinarsi secondo il titolo di studio
scuola media inferiore 12,8
diploma scuole professionale 12,4
diploma scuola superiore 6,9
laurea, post-laurea 6,3
0,0 2,0 4,0 6,0 8,0 10,0 12,0 14,0
Fonte: Fonte: Fondazione Italia in Salute, Sociometrica, 2021
C’è un aspetto, che forse potrà sembrare ovvio, ma non lo è, che merita di essere
riportato. In una delle domande generali si chiede agli intervistati di indicare il proprio
attuale stato di salute. Potevano rispondere: “molto bene”, “bene”, “né bene, né male”;
o “male”. Abbiamo allora considerato quanti hanno dichiarato di non volersi
vaccinare e abbiamo incrociato le loro risposte con il loro stato di salute. Ebbene, fra chi
ha dichiarato di stare male, cioè di non essere in buone condizioni di salute,
27
Pagina 28 — PDF originale
includendo qualunque tipo di patologia, nessuno, proprio nessuno, risponde “non
intendo fare il vaccino”.
Ci si domanda, inoltre, come si comporterebbero (o si sono comportati) quanti
dichiarano di non avere intenzione di vaccinarsi di fronte a sintomi che facciano
pensare al contagio del Covid. Mettiamo allora a confronto le risposte medie della
popolazione con le risposte solo di coloro che non hanno alcuna intenzione di fare il
vaccino, e scopriamo che chiamerebbero meno (della media) il medico di base;
farebbero meno (della media) un tampone; avviserebbero meno (della media) le
persone con cui sono stati in contatto più di recente; starebbero meno (della media) in
isolamento. L’unica cosa che farebbero di più della media è aspettare e non fare nulla.
Infatti, mentre nella popolazione quanti non farebbero nulla in attesa dell’evoluzione
delle cose rappresentano il 12,0%, fra quanti non si vogliono vaccinare si arriva
addirittura al 28,7%, quasi tre volte di più.
Graf. 6 – Sintomi Covid, confronto tra media popolazione e chi rifiuta a vaccinarsi
Non voglio rispondere 3,7
1,6
Aspetterei l’evoluzione delle cose. 28,7
12,0
Andrei su internet per capire 1,7
3,7
Chiamerei il medico di base 48,2
72,7
Andrei al pronto soccorso 7,2
4,0
Farei un tampone 24,4
47,7
Avviserei gli altri 19,6
41,9
Farei un auto-isolamento 33,7
50,6
0,0 10,0 20,0 30,0 40,0 50,0 60,0 70,0 80,0
no-vax media
Fonte: Fondazione Italia in Salute, Sociometrica, 2021
Dopo aver analizzato i comportamenti personali rispetto ai vaccini, con un focus
speciale su quanti non intendono ricevere il vaccino, passiamo all’analisi del
sentimento generale verso i vaccini. Subito dopo passeremo ad analizzare la percezione
dei cinque vaccini più noti, considerati singolarmente.
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Pagina 29 — PDF originale
Il tema di carattere generale è quello della fiducia verso i vaccini. Non essendo
obbligatorio vaccinarsi, è evidente che il successo della campagna di vaccinazione, oltre
che dalle modalità organizzative e dalla disponibilità di vaccini, dipenda
fondamentalmente dalla disponibilità della gente a farsi vaccinare. Questo soprattutto
al fine di vaccinare tutta la popolazione, perché è facile, anzi siamo davanti a persone
che non vedono l’ora di vaccinarsi, ma la completezza della campagna, a mano a mano
che si va avanti nella vaccinazione, dipende dalla piena disponibilità delle persone a
farsi vaccinare.
Prima abbiamo visto che il 7,5% delle persone non intende vaccinarsi; adesso, per avere
un quadro più completo, passiamo a esaminare la questione in maniera indiretta, cioè
capire qual è il grado di fiducia delle persone rispetto ai vaccini, prima in generale, e
poi rispetto ai singoli vaccini.
La valutazione generale positiva dei vaccini, se così si può dire, è leggermente
inferiore rispetto alla volontà di vaccinarsi. Questo è un fenomeno abbastanza strano,
detto in generale, perché le persone tendono ad accettare le cose quanto più sono
generali e astratte, mentre sono più prudenti quando si tratta di trarne le conseguenze
personali. Nel caso della vaccinazione personale e del giudizio sui vaccini la relazione
prende una direzione opposta: è più la gente che intende vaccinarsi rispetto al numero
di persone che valuta del tutto positivamente i vaccini. Vediamo meglio, allora.
Abbiamo esaminato i sentimenti di fiducia e di diffidenza verso i vaccini in generale. I
risultati ci dicono che solo il 17,5% (Tab. 17) degli Italiani è “totalmente fiducioso”
verso i vaccini; a questi bisogna aggiungere il 45,3% che si dice “abbastanza fiducioso”
verso i vaccini. Il che ci porta al complessivo 62,8% di persone che sono fiduciose, con
varia intensità, rispetto ai vaccini. Si ricorderà che la quota di popolazione che si è
dichiarata senza dubbio del tutto pronta a vaccinarsi è del 73,3%. Abbiamo perciò circa
10 punti percentuali di differenza, questo significa che circa 5 milioni di persone,
percentuale calcolata sulla popolazione adulta, pur avendo dubbi (vedremo in quale
misura) sull’affidabilità dei vaccini, sono comunque disposte a vaccinarsi. In sintesi:
hanno qualche dubbio sui vaccini, ma alla fine decidono di vaccinarsi, mettendo da
parte i dubbi che hanno. Abbiamo detto del 62,8% della popolazione fiduciosa nei
vaccini, a questi bisogna aggiungere il 21,1% che si colloca a metà strada tra la fiducia e
la diffidenza, in quanto dovendo decidere sulla fiducia (e su quanta fiducia) e sulla
diffidenza (e su quanta diffidenza), rispondono di collocarsi a metà strada, o di non
avere sufficienti conoscenze per attribuire ai vaccini fiducia o diffidenza. Passiamo ora
29
Pagina 30 — PDF originale
alla parte delle persone diffidenti verso i vaccini: in totale rappresentano il 16,1%,
suddiviso nel 10,6% che è “abbastanza diffidente” e nel 5,5% che è “molto diffidente”.
Questo 16,1% di diffidenti produce però “solo” il 7,5% che non intende vaccinarsi.
Ritroviamo così il 10% di differenza tra valutazioni generali e comportamenti
personali.
Tab. 17 – Valutazione complessiva dei vaccini anti-Covid
Qual è il suo sentimento di fiducia o diffidenza in generale rispetto ai Valori percentuali
vaccini anti-covid?
Sono totalmente fiducioso 17,5
Sono abbastanza fiducioso 45,3
Non sono né fiducioso, né diffidente 21,1
Sono abbastanza diffidente 10,6
Sono molto diffidente 5,5
Totale 100,0
Fonte: Fondazione Italia in Salute, Sociometrica, 2021
Sul tema della relazione tra valutazione dei vaccini e comportamento personale è utile
fare il confronto tra quanti sono già stati vaccinati e la loro valutazione generale dei
vaccini. Anche se sono pochi ancora, le loro risposte possono essere indicative. Ebbene,
su 100 persone vaccinate, il 37,6% è totalmente fiducioso sui vaccini, il 54,7% è
abbastanza fiducioso, il 6,2% non è né fiducioso né diffidente, mentre l’1,4% è
diffidente. Perciò si sono vaccinate persone anche diffidenti in generale verso i
vaccini e, soprattutto, persone che non hanno maturato un giudizio o il loro giudizio
si colloca a metà strada tra la diffidenza e la fiducia. Andiamo ancora più nel
profondo e rovesciamo il punto di prospettiva, cioè prendiamo i diffidenti (sommando
quelli che lo sono un po’ e quelli che lo sono molto) e vediamo che atteggiamento
personale hanno rispetto al vaccinarsi.
Come si comporteranno, o si stanno già comportando, i diffidenti verso i vaccini?
Intanto sono quelli che rispondono meno, in quanto l’8,0% si rifiuta di dire quale sarà il
proprio comportamento personale verso la vaccinazione. Quasi la metà dei diffidenti, il
46,2% (Tab. 18) non ha intenzione di fare il vaccino, il resto si distribuisce in vario
modo: circa il 10% ha fatto il vaccino, o intende farlo comunque; un altro 10% lo
farebbe a condizione di poter scegliere quale fare e il 25,4% intende aspettare, vuole
valutare più avanti, e se potesse non lo farebbe, insomma è diffidente, ma ancora non
ha preso una decisione dirimente.
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Tab. 18 – Atteggiamento verso la vaccinazione dei diffidenti dei vaccini
Sono cominciate da qualche settimana le vaccinazioni Valori Valori
contro il covid. Qual è il suo atteggiamento rispetto alla percentuali percentuali dei
sua vaccinazione? medi diffidenti
verso i vaccini
Ho già fatto il vaccino 8,7 1,1
Non vedo l’ora di fare il vaccino 24,1 1,3
Lo farò quando sarà il mio turno 40,5 7,6
Se potessi non lo farei, mi informo, valuterò più avanti 9,9 25,4
Lo farei, ma voglio scegliere io il vaccino da fare 7,6 10,4
Non ho intenzione di farlo 7,5 46,2
Non voglio rispondere 1,6 8,0
Totale 100,0 100,0
Fonte: Fondazione Italia in Salute, Sociometrica, 2021
Passiamo ora al giudizio sui singoli vaccini. La scala di valutazione per ciascun vaccino
è molto semplice e prevedeva tre giudizi: “ho molta fiducia”, “ho abbastanza fiducia”,
“ho poca fiducia”, oltre che, naturalmente, l’opzione “non saprei” per chi non li
conosca, non sa rispondere o, semplicemente, ritenga di non avere elementi sufficienti
di giudizio. Il primo dato interessante si riferisce proprio a questo aspetto: la
stragrande maggioranza delle persone esprime un giudizio (si passa da una mancata
conoscenza/mancanza di giudizio del 6,9% per AstraZeneca dal 24,6% per lo Sputnik).
In sostanza, oltre il 90% della popolazione italiana ha una percezione, giusta o sbagliata
che sia, di Pfizer e di AstraZeneca; oltre l’80% ha una percezione di Moderna e
Johnson&Johnson (abbiamo usato i nomi più popolari per ciascuno di essi); oltre il 70%
ha una percezione di Sputnik, pur essendo quest’ultimo ancora poco diffuso, e sul
quale al momento in cui scriviamo non c’è ancora una valutazione dell’EMA.
Veniamo adesso ai singoli giudizi, o sarebbe meglio dire alle singole percezioni, o
ancora – secondo l’espressione usata durante l’intervista – al grado di fiducia sui
singoli vaccini espresso dalla popolazione. I risultati non sono del tutto lineari, e
vedremo in quale modo e in quale senso. Il vaccino che gode popolarmente della
maggiore fiducia è quello prodotto dalla Pfizer-BioNTech, per il quale esprime molta
fiducia il 35,6% e abbastanza fiducia il 45,8% (Tab. 19). La circostanza che per questo
vaccino, come per tutti gli altri, la gradazione “abbastanza fiducia” superi sempre
quella di “molta fiducia” è un segnale della generale difficoltà a ottenere una piena e
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totale fiducia su questi vaccini. Anche quando sono valutati in generale, senza i nomi
specifici, il grado “abbastanza fiducia” supera di tre volte circa il grado di “molta
fiducia”. Sotto questo aspetto c’è una situazione condivisa da tutti e cinque i vaccini
qui considerati. Dopo la Pfizer che, sommando le due gradazioni positive, raggiunge
l’81,4%, c’è il vaccino Moderna, che arriva al 74,2% (suddiviso tra il 25,7% di molta
fiducia e il 48,5% di abbastanza fiducia); al terzo posto c’è il vaccino prodotto da
Johnson&Johnson con il 68,5% complessivo (24,0% molta fiducia e 44,5% abbastanza
fiducia); al quarto posto, forse con sorpresa, visto il minore track-record disponibile, c’è
il vaccino Sputnik con il 51,0% (11,9% di molta fiducia più il 39,1% di abbastanza
fiducia), con cui supera AstraZeneca, che si ferma al complessivo 49,8% (suddiviso tra
l’11,1% di molta fiducia e il 24,5% di abbastanza fiducia). Per completare il quadro
informativo, se si considera solo quanti si esprimono in termini di “poca fiducia”, c’è
da rilevare come per AstraZeneca si arrivi addirittura al 43,3%, per Sputnik al 24,5% e
per gli altri vaccini ci si fermi sotto la soglia del 15%. Non è questa l’occasione per
ulteriori commenti e valutazioni su queste risposte offerte dalla popolazione italiana. Si
osserva e riporta quanto viene espresso dagli intervistati.
Tab. 19 – Grado di fiducia sui singoli vaccini
Qual è la sua fiducia Singoli vaccini
specifica verso
questi singoli
vaccini?
Pfizer- Johnson
AstraZeneca Moderna Sputnik
BioNTech &Johnson
Molta fiducia 35,6 11,1 25,7 24,0 11,9
Abbastanza fiducia 45,8 38,7 48,5 44,5 39,1
Poca fiducia 10,9 43,3 12,2 14,1 24,5
Non conosce/non sa 7,7 6,9 13,5 17,4 24,6
Totale 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0
Fonte: Fondazione Italia in Salute, Sociometrica, 2021
È interessante mettere insieme, incrociare, due tracce di dati: la prima si riferisce al
giudizio di poca fiducia verso i cinque vaccini e la seconda al grado di istruzione degli
intervistati, perché si vedono andamenti molto diversi da vaccino a vaccino.
Tendenzialmente a mano a mano che si scende nel grado di istruzione, aumentano le
persone che hanno poca fiducia verso i vaccini. Questa quasi-legge di proporzionalità
diretta (più le persone sono istruite, maggiore è la fiducia sui vaccini) è una quasi-legge
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perché fa eccezione, in questo quadro, la percezione del vaccino Sputnik, per il quale in
termini relativi si registra una maggiore fiducia nei livelli di istruzione più bassi.
Possiamo così vedere che per Pfizer, per AstraZeneca e per Johnson&Johnson la
massima fiducia si registra tra i laureati; per Moderna ci sono oscillazioni fra i vari
livelli di istruzione, e per Sputnik la percezione relativamente migliore è fra coloro che
hanno come titolo di studio la scuola dell’obbligo.
Tab. 20 – Persone che esprimono poca fiducia sui vaccini, secondo il titolo di studio
Ho poca fiducia in Titolo di studio
questo vaccino
Laurea e post- Diploma Scuola
Diploma Scuola
laurea scuola dell’obbligo o
professionale
superiore inferiore
Pfizer 9,4 10,5 21,0 11,3
AstraZeneca 35,4 45,8 47,4 56,9
Moderna 11,0 12,3 20,0 10,2
Johnson&Johnson 13,0 12,3 21,7 24,0
Sputnik 25,3 25,0 24,2 19,3
Fonte: Fondazione Italia in Salute, Sociometrica, 2021
Adesso possiamo tirare le fila sul rapporto tra gli Italiani, la vaccinazione e i vaccini.
Per farlo, consideriamo alcuni dati di riferimento: l’area critica verso la vaccinazione
pesa complessivamente per il 17,3% della popolazione. Non è una misura allarmante,
ma non esime dal porsi qualche domanda, perché se dovesse mantenersi tale, rispetto
alla vaccinazione dell’intera popolazione, potrebbe portare a dei problemi. Ci si
muove, comunque, su un terreno non liscio, ma accidentato, perché la fiducia sui
vaccini è elevata (62,8%), ma non possiamo dire con sicurezza che sia adeguata
all’obiettivo di vaccinare l’intera popolazione. Addirittura abbiamo visto che la
disponibilità a vaccinarsi (in termini relativi) supera la fiducia rispetto ai vaccini.
Sappiamo che le opinioni e le percezioni cambiano, ma oggi questa è la situazione. A
determinare su questo punto, un certo ottimismo supplementare, è che - come si è visto
– dalle risposte di chi si è vaccinato, una parte di loro esprime comunque dei dubbi sui
vaccini, e c’è anche una parte, sebbene molto piccola, che addirittura dichiara di avere
scarsa fiducia sui vaccini, eppure si è vaccinata. È possibile che via via che la
vaccinazione andrà avanti, si possano rimuovere buona parte dei dubbi e delle
perplessità. Siamo comunque in un campo estremamente delicato, molto emotivo, che
dipende in maniera diretta dalla comunicazione.
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6. CONCLUSIONI : RAZIONALITÀ VS . EMOZIONE
Con questa indagine abbiamo voluto offrire uno sguardo molto ampio sulle
conseguenze dell’epidemia, al di là delle dinamiche strettamente legate all’andamento
del virus, con la sua drammatica ricorrenza di decessi, ricoveri e contagi. Abbiamo
cercato, innanzitutto, di dar conto dei malati non-covid, cioè delle persone che hanno
delle patologie, o che temono di averle, e che in questo periodo non hanno potuto
ricevere le prestazioni sanitarie che si aspettavano. Abbiamo indagato sui
comportamenti collettivi e sugli stili di vita che sono cambiati: come l’ansia, oramai
percepita come “normale”, pur essendo a livelli molto più elevanti rispetto a prima; la
riduzione dell’attività fisica; la riduzione delle ore di sonno e della difficoltà ad
addormentarsi; la preoccupazione dei genitori verso lo stato psicologico dei minori; il
mancato controllo sulle proprie regole alimentari e un generalizzato aumento del
consumo di cibo; una crescita (seppur lieve) delle dipendenze dall’alcol e dal fumo.
Sono tutti aspetti che contribuiscono a determinare quel che possiamo definire lo stato
generale di salute del Paese.
È evidente che tutte queste distorsioni rispetto alle abitudini, abbiano peso crescente a
misura che continui la situazione epidemica attuale, sulla cui estensione temporale,
naturalmente, non possiamo dire nulla. Dal punto di vista dell’analisi sociale, o meglio
della percezione della psiche collettiva, vista attraverso la molecolarità delle situazioni
personali, si evidenzia un Paese fortemente sotto tensione sanitaria, aggravata dalla
situazione delle persone affette da malattie non-Covid e, come detto, dai cambiamenti
negli stili di vita che si possono trasformare nel tempo in nuove patologie.
Rispetto alla malattia in sé, cioè al virus, l’atteggiamento degli Italiani è molto razionale
e - tenuto conto della situazione - molto circostanziato, perché sono poche le persone
che sono prese dal panico, ma registriamo un’ansia e un timore generalizzati che non
sono strettamente correlati alla diversa pericolosità della malattia, ad esempio rispetto
alla fascia d’età d’appartenenza o rispetto al proprio stato generale di salute. Accade
perciò che siano quasi allo stesso modo ansiosi i più giovani rispetto ai più anziani;
quanti hanno un’ottima salute, rispetto a chi ha delle patologie. In particolare, sono
particolarmente colpiti sul piano emozionale i più giovani, si direbbe più per le
conseguenze sociali dell’epidemia, che di quelle strettamente sanitarie. Siamo davanti a
una sorta di dualismo, con da un lato una reazione molto fredda, molto razionale,
rispetto, ad esempio all’insorgere di eventuali sintomi che facciano pensare al Covid-
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Pagina 35 — PDF originale
19, rispetto ai quali la reazione è generalmente accorta, corretta, appunto molto
razionale: si fa quel che si deve fare, rispettando procedure e suggerimenti sanitari e a
dall’altro lato una reazione emotiva che è sostanzialmente improntata a un’ansia e a un
malessere psicologico generalizzati, che vengono alimentati su vari piani.
Uno di questi, non irrilevante, è quello della fiducia nei vaccini. Se è vero che per i
tre/quarti degli Italiani la fiducia è piena, per il resto della popolazione sono ampi i
margini dubitativi e anche una certa avversione. Non c’è però una relazione meccanica
tra percezione dei vaccini e decisione di vaccinarsi, perché abbiamo potuto vedere che
una parte dei vaccinati, pur avendo appunto fatto il vaccino, mantiene perplessità
generali, o specifiche, sui vaccini. Come se ci fossero due livelli, quello della percezione
generale, ansioso, e quello delle scelte individuali, personali, sulle quali regna una
maggiore razionalità.
Un quadro della società italiana inedito, necessario, perché, alla fine di tutto,
qualunque successo nella lotta al virus passa dalla decisione di milioni di persone,
decisioni molecolari, prese uno per uno, e da ciascuno con il proprio bagaglio
personale di credenze, speranze e timori. La materia su cui abbiamo indagato.
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7. NOTA METODOLOGICA
Definizione del campione di indagine
L’indagine è stata basata su un campione statisticamente rappresentativo dell’universo
della popolazione italiana di età superiore ai 18 anni, stratificato secondo i seguenti
criteri:
1. area: n. 4 classi (Nord Ovest, Nord Est, Centro, Sud e isole);
2. genere: n. 2 classi (maschi, femmine);
3. classe di età: n. 6 classi (18-25 anni, 26-35, 36-45, 46-55, 56-65, oltre i 65 anni).
Il campionamento adottato è stato un campionamento a celle costanti stratificato per
area, genere e classe di età costruito a partire dall’universo della popolazione italiana
(Fonte Istat 2021).
Tabella 1 “Universo della popolazione residente in Italia per area, genere e classe di età”
Tabella 2 “Campione realizzato della popolazione residente per area, genere e classe di età”
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Numerosità campionaria
n. 1.000 casi (1.000 interviste a buon fine). Anagrafiche “non reperibili”: 1.035 (35,6%);
“Rifiuti”: 876 (30,1%); “Sostituzioni”: 1.911 (65,7%). Intervallo di confidenza 95%
(Errore +3,1%). Fonte delle anagrafiche: Elenchi telefonici.
Metodo di contatto
Interviste telefoniche somministrate con il Sistema Cati (Computer assisted telephone
interview) e Cawi (Computer assisted web interview).
Tecnica di rilevazione
Questionario strutturato.
Periodo di effettuazione delle interviste
Dal 24 marzo al 30 marzo 2021
Codice deontologico
La rilevazione è stata realizzata nel rispetto del Codice deontologico dei ricercatori
europei Esomar, del Codice deontologico Assirm (Associazione istituti di ricerca e
sondaggi di opinione italiani), e della Legge sulla privacy D.lgs. 196/03, Regolamento
(UE) n. 2016/679 (GDPR).
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Italians and Covid-19
Beyond the numbers of deaths and infections: a full-spectrum analysis of what the epidemic caused in Italian society, behaviours and psyche.
