2023 · Società e Terzo Settore
Il dono e il volontariato in Toscana
L'indagine voluta dal Cesvot sulla percezione del volontariato in Toscana e sulla propensione dei residenti verso il dono.
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Sociometrica (2023). Il dono e il volontariato in Toscana. https://www.sociometrica.it/research/dono-volontariato-toscana
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IL DONO E IL VOLONTARIATO IN
TOSCANA
4° Rapporto
“Opinione pubblica e altruismo in Toscana” – indagine
demoscopica. Anno 2023”
A cura di Antonio Preiti
Sociometrica
03 maggio 2023
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IL PRESENTE RAPPORTO DI RICERCA RAPPRESENTA LA SINTESI DELLA RICERCA SU INCARICO DI CESVOT.
È REALIZZATA DA UN GRUPPO DI LAVORO DI SOCIOMETRICA, DIRETTO DA ANTONIO PREITI.
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INDICE
1. Premessa: una normalità da ridisegnare 04
_______________________________________________________
2. La molecolarità del volontariato 07
_______________________________________________________
3. Il valore dei volontari 11
_______________________________________________________
4. La crescita dell’incertezza 15
_______________________________________________________
5. La grande disponibilità al dono 21
_______________________________________________________
6. L’impegno nel volontariato, nonostante tutto 25
_______________________________________________________
7. Conclusioni: la forza delle volontà soggettive 33
_______________________________________________________
8. Nota metodologica 35
_______________________________________________________
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1. Premessa: una normalità da ridisegnare
Con questo studio vogliamo analizzare, diremmo monitorare, visto che questa è la
quarta edizione, il pensiero, la percezione e i comportamenti della popolazione
toscana rispetto al volontariato, un fenomeno molto sviluppato in questa regione
e da lungo tempo. Lo studio del volontariato non ha solo un valore in sé, in quanto
permette di capire cosa rappresenta, chi vi prenda parte e a quali risultati raggiunge
secondo la percezione della popolazione, ma permette anche di studiare alcuni
aspetti della società toscana molto profondi, che raramente emergono nella
conoscenza dell’opinione pubblica. E’, oltre a tutto il resto, uno studio sul
sentimento popolare, sulla psiche collettiva di una regione che ha sempre
manifestato una soggettività sociale autonoma, distinta, libera soprattutto sui temi
sociali.
Siamo perciò alla quarta edizione di questo studio. Possiamo disegnare un arco
dalla prima edizione a questa che comprende il biennio del Covid-19, perché la
prima edizione è stata realizzata nel 20191, appena prima che scoppiasse l’epidemia
e l’ultima edizione all’inizio del 2023, quando c’è la netta sensazione che il peggio
sia passato e che il ritorno alla normalità è pressoché nei fatti, sia quelli generali
(leggi, normative, provvedimenti speciali) che quelli molecolari, nonché individuali
(comportamenti collettivi, di consumo e relazionali), tornati alla situazione
precedente.
Non possiamo però dire che il biennio Covid-19 sia stato solo una parentesi, che
tutto sia tornato, o semplicemente possa tornare, identico a prima. Vedremo che
non è così, secondo i riscontri che abbiamo da questo studio e da quanto ci è dato
di capire dal nostro lavoro da osservatorio sociale. Non appena scoppiata
l’epidemia c’è stato un primo momento di solidarietà che ha superato ogni genere
di divisione sociale: ceti abbienti e popolari; anziani e giovani; città e campagne.
Non appena però l’epidemia si è fatta duratura, quasi permanente e più profonda,
via via, velocemente si sono manifestate divisioni, non solo di tipo socio-
economiche, ma alcune di natura inedita: quelli che avevano i permessi di spostarsi
contro quelli che non li avevano; i rispettosi delle regole contro i “furbi”; le persone
maggiormente beneficiati dai provvedimenti di governo e quelli che non lo erano e
così via. Divisioni di nuovo conio, ma non meno profonde o non meno incidenti sullo
status della serenità sociale.
1 A. Preiti, Opinione pubblica e volontariato in Toscana – indagine demoscopica, report di ricerca, Cesvot, 2020
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Inoltre, un fattore specifico dell’epidemia ha determinato divisioni a cui non solo
non eravamo abituati, ma che non hanno mai prima fatto parte della nostra
tradizione e dei nostri comportamenti individuali e collettivi. La “distanza sociale”,
la circostanza che si potesse trasmettere il virus attraverso altre persone,
addirittura attraverso persone di cui non c’era una manifesta patologia (portatori
sani), ha dilaniato molecolarmente il tessuto di comunità, facendo percepire l’uno
all’altro un nemico, o comunque una persona da cui prendere accorgimenti, stare
lontano abbastanza, tenere appunto la distanza.
L’aspetto del distanziamento sociale ha colpito in maniera trasversale e particolare
l’intero settore del volontariato. Da un lato, vi è stato l’impedimento alla vicinanza
fisica (per poter svolgere le attività di assistenza e di aiuto la vicinanza fisica è una
condizione necessaria); dall’altro, le manifestazioni pubbliche, sulle quali le
associazioni di volontariato svolgono un’azione di promozione e di sollecitazione
dell’attenzione dell’opinione pubblica, sono state prima vietate e poi ridotte nella
loro portata e nella loro frequenza. Questo doppio problema ha eroso in maniera
profonda il sistema del volontariato sia al vertice, con l’impossibilità (o difficoltà)
delle associazioni di realizzare i loro programmi, sia alla base, non permettendo ai
volontari di svolgere la loro missione, né all’opinione pubblica di avere una
cognizione adeguata delle iniziative promosse.
La quarta edizione dell’indagine si sofferma sullo stato emotivo della Toscana,
nonché – si direbbe - dell'intero Paese. Infatti, un tale contesto non può essere
circoscritto alle frontiere di una sola regione, poiché molteplici e generali sono le
sfide che la società italiana dovunque sta attualmente affrontando. Tra queste, si
annoverano la lenta ripresa dall'epidemia di Covid-19, nonché le problematiche
connesse all'invasione russa dell'Ucraina. Quest'ultima ha destabilizzato non solo il
settore energetico, ma ha anche contribuito ad aumentare l'inflazione, generando
difficoltà economiche e incrementando il costo della vita.
L’impressione però – come vedremo attraverso vari indizi – è che l'irrequietezza
sociale sia profonda, con dei tratti di indistinzione che è difficile dirimere, che si
ripercuotono in tutto o in parte anche sul volontariato. Dall’indagine ne ricaveremo
comunque molti elementi di giudizio, così come valuteremo la forza di richiamo del
volontariato, che nel momento in cui è ”costretto” sulla difensiva, dal clima sociale
che guarda verso un maggiore individualismo, riesce a disporsi non in astratto, ma
in concreto, cioè nella concretezza delle azioni, delle proposte e dell’impegno,
come un argine e uno strumento verso una ripresa solidale, l’unica che è in grado
di riportare la coesione sociale a livelli più accettabili e più fruttuosi.
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Ci ritroviamo così, dopo l’epidemia, invece che alla chiusura del cerchio, a un ritorno
non troppo uguale a prima, con una psiche collettiva che non ha ancora ritrovato la
sua “normalità”, anzi è alla ricerca di una nuova “normalità”, con tratti del prima e
tratti che ha assunto durante la pandemia. Tratti che il volontariato può contribuire
a disegnare, anzi a ridisegnare. Vediamo come.
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2. La molecolarità del volontariato
La nostra analisi comincia con la misura dei livelli di conoscenza del volontariato fra
la popolazione toscana. Non siamo ancora al giudizio, ma al grado notorietà o di
consapevolezza di questo fenomeno. La base degli intervistati è sempre la
popolazione della Toscana. Qui si possono confrontare gli ultimi quattro anni, dal
2020 (con interviste svolte alla fine al 2019) al 2023 (con interviste fatte nel mese
di gennaio dello stesso anno).
Come si può osservare, la quota-parte della popolazione che conosce molto bene il
volontariato è abbastanza stabile nel tempo, anche se proprio nel 2023 registriamo
una lieve diminuzione, che per altro si manifesta anche fra coloro che conoscono
“abbastanza bene” il volontariato, sia pure senza molti dettagli. Se facciamo la
somma di queste due opzioni, arriviamo al 73,0% (Tabella 1), cinque punti in meno
rispetto allo scorso anno e 9 punti in meno rispetto al 2019-20. È evidente che i
livelli di conoscenza di anno in anno si siano ridotti. D’altro canto, salgono la
conoscenza generica (dal 12,3% al 17,9%) e la non conoscenza totale (dal 5,7% al
9,1%, con però da segnalare che il minimo valore, 3,1% era stato raggiunto nel
2021).
Volendo sintetizzare su questo punto, possiamo dire che si è ridotta la conoscenza
del volontariato nei suoi dettagli (pur restando molto elevata), a favore di una
conoscenza più generica. Questo dato è rapportabile alla minore attività e alla
minore evidenza delle iniziative di volontariato nel biennio Covid. Il volontariato
non è un’idea, un concetto, ma un fenomeno reale, perciò quando si manifesta in
misura minore, si conosce in misura minore.
Tabella 1 – Livello di conoscenza del volontariato in Toscana
Conoscenza del volontariato 2023 2022 2021 2020
della popolazione toscana (valori %) (valori %) (valori %) (valori %)
Lo conosco molto bene 30,3 35,2 33,5 34,8
Conosco, ma senza dettagli 42,7 42,8 46,8 47,2
Ho un’idea generale 17,9 15,7 16,6 12,3
Non ne so nulla 9,1 6,3 3,1 5,7
Totale 100,0 100,0 100,0 100,0
Fonte: Indagine Sociometrica, 2023
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Abbiamo visto che la conoscenza del volontariato è particolarmente elevata,
perché se si sommano quelli che lo “conoscono molto bene” e quelli che lo
“conoscono abbastanza”, si arriva al 73,0%, vale a dire che lo conoscono tre
residenti in Toscana su quattro.
Adesso è importante capire da quali fonti gli intervistati traggono le informazioni.
L’11,4% (Tabella 2) risponde che conosce il volontariato perché ne fa parte; a
costoro occorre aggiungere il 15,6% di persone che ha fatto volontariato in passato.
Perciò il 27% della popolazione toscana che conosce il volontariato, lo conosce
perché ne fa o ne ha fatto un’esperienza diretta e personale: un risultato di
grandissimo rilievo.
Inoltre, se si aggiunge a questi anche la parte di intervistati che conosce il
volontariato perché conosce amici e parenti che lo fanno (o l’hanno fatto), si
raggiunge il 74,1%, il che significa che la conoscenza del volontariato non è l’esito
solo o soprattutto di campagne di marketing o di iniziative mediatiche, ma è
radicata in una conoscenza immediata, individuale, molecolare. Naturalmente ci
sono anche le campagne promozionali fatte in tanti modi e con tanti strumenti, non
ultimi quelli digitali, ma resta questa robustezza di fondo data proprio dalla rete dei
volontari stessi. Abbiamo perciò livelli molto alti di conoscenza del volontariato e
una conoscenza molto radicata nelle esperienze personali e nella rete familiare e
amicale.
Tabella 2 – Modalità di conoscenza del volontariato
Modalità di conoscenza del volontariato 2023
(Valori %)
Lo conosco perché faccio volontariato 11,4
Lo conosco perché ho fatto volontariato in passato 15,6
Perché lo fa o l’ha fatto una persona della mia famiglia 17,6
Conosco persone che lo fanno 29,5
Conosco le attività di volontariato 13,3
Lo conosco perché ne ho sentito parlare 12,4
Totale 100,0
Fonte: Indagine Sociometrica, 2023
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Finora abbiamo parlato della notorietà del volontariato come fenomeno, adesso
facciamo un focus per vedere qual è il livello di notorietà di Cesvot2, il Centro che
riunisce in Toscana tutti gli enti del terzo settore. Ovviamente, chiedere la
conoscenza di una sigla dell’organizzazione del volontariato che ha rapporti
prevalentemente con le associazioni e non con i beneficiari finali delle attività di
volontariato, è ben diverso. Fatta questa ovvia e naturale premessa, bisogna dire
che quanti conoscono “molto bene” il Cesvot rappresentano l’8,2% della
popolazione, la stessa percentuale dello scorso anno. Una percentuale. Comunque
molto elevata, date le circostanze prima descritte.
Com’è naturale, molti lo conoscono senza grande dettaglio, ma in via generale;
siamo perciò davanti a una tassonomia molto interessante: l’8,2% (Tabella 3) lo
conosce “molto bene” e il 13,6% lo “conosce abbastanza”, siamo perciò al 21,8%,
vale a dire che più di una persona su cinque ne ha una conoscenza appropriata. C’è
poi un 14,0% che afferma di conoscerlo, ma di conoscerlo “poco”, mentre il 64,2%
non lo conosce affatto. Su quest’ultimo dato c’è la vera differenza rispetto allo
scorso anno, perché segnala un aumento di quanti “non lo conoscono”, ma
trattandosi della popolazione generale, è del tutto comprensibile che, essendosi
ridotta la presenza pubblica degli eventi del volontariato, che riduca anche la
probabilità che si venga a essere informati della spinta promozionale e
organizzativa di Cesvot. Chi, invece, ha rapporti più diretti con il volontariato, ha
mantenuto alto il livello della sua conoscenza
Tab. 3 – Livello di conoscenza di Cesvot
Conoscenza di CESVOT 2023 (valori %) 2022 (valori %)
Sì, conosco molto bene il Cesvot 8,2 8,2
Sì, conosco abbastanza bene il Cesvot 13,6 21,5
Sì, conosco il Cesvot, ma poco 14,0 18,3
Non lo conosco 64,2 52,1
Totale 100,0 100,0
Fonte: Indagine Sociometrica, 2021-22
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Cesvot - Centro Servizi Volontariato Toscana – www.cesvot.it - è stato costituito nel gennaio 1997
come organizzazione di volontariato da undici organizzazioni regionali con lo scopo di svolgere
funzioni di Centro di Servizio per il Volontariato (Csv) in base alla Legge Quadro sul Volontariato (legge
266/1991). Con l’entrata in vigore del Codice del Terzo settore (decreto legislativo n. 117 del
03/07/2017) i Centri di Servizio per il Volontariato sono riconosciuti e accreditati dall’Organismo
nazionale di controllo (Onc). Dal 15 aprile 2021 Cesvot ha portato a compimento il percorso previsto
dall’applicazione del Codice ottenendo l’accreditamento quale Centro di Servizio per il Volontariato
dell’ambito territoriale afferente alla Regione Toscana e l’iscrizione nell’Elenco nazionale dei Csv,
istituito ai sensi della delibera del Consiglio di amministrazione del 16 aprile 2020, al numero 35.
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È allora interessante capire attraverso quali strumenti e quali modalità le persone
apprendono le informazioni su Cesvot. Mentre abbiamo visto una certa riduzione
della notorietà di Cesvot sulla generalità della popolazione, attribuita alla minore
quantità e visibilità degli eventi, vediamo crescere, rispetto allo scorso anno, dal
10,8% al 13,3% (Tabella 4), la quantità di persone che lo conosce direttamente,
avendo preso parte a qualche evento che ha coinvolto il Cesvot.
Detto in generale, anche a fronte di una ridotta visibilità delle attività del
volontariato, la notorietà del nome Cesvot è cresciuta, grazie soprattutto a internet
(lo conosce attraverso questo mezzo il 49,5% della popolazione). Di fatto, i due
strumenti di conoscenza di massa sono internet e le pubblicazioni a stampa o anche
online: metà della popolazione, come abbiamo visto, conosce il Cesvot su internet
e il 41,5% per aver letto articoli su giornali e altre pubblicazioni. Su questo punto è
necessario fare un’annotazione non sorprendente, ma sempre significativa: nel
2021 la stampa tradizionale rappresentava il 42,3% contro internet al 32,8%, perciò
10 punti circa a favore della prima. L’anno successivo internet superava la carta
stampata di 3 punti e quest’anno di 8. Questo succede non perché la parte
tradizionale incida meno (oscilla ogni anno tra il 41,5% e il 43,8%), ma perché è
cresciuta molto la parte internet (Tabella 4).
Tab. 4 – Fonti di conoscenza di Cesvot*
Fonti di conoscenza di CESVOT 2023 2022 2021
(valori %) (valori %) (valori %)
Ho partecipato ad un’iniziativa/attività del Cesvot 13,3 10,8 13,9
Sono entrato in contatto con la Delegazione Cesvot 8,2 5,4 15,8
Attraverso internet e/o social media 49,5 47,3 32,8
Attraverso l’associazione di cui faccio parte 16,1 16,8 5,2
Ho letto articoli, ho sentito interviste 41,5 43,8 42,3
Altro 10,5 6,0 11,7
Fonte: Indagine Sociometrica, 2023 * Il totale non è 100, perché erano possibili fino a due risposte
Il senso complessivo di quanto abbiamo rilevato sulla notorietà del CESVOT, è che
abbia oramai assunto una fisionomia autonoma, abbia una identità sua propria, una
sua riconoscibilità diretta, non semplicemente perché collegata alle iniziative delle
singole associazioni. Non è perciò (solo) mediata, ma in senso letterale, è
“immediata”, perché entra direttamente in rapporto con la popolazione della
Toscana.
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3. Il valore dei volontari
Una volta misurato il livello di conoscenza del volontariato, si può passare alla sua
percezione, vale a dire al giudizio che la popolazione toscana esprime nei suoi
confronti. E qui troviamo una situazione abbastanza inedita, perché il giudizio
molto positivo, cioè che sia fondamentale per la collettività, perde dieci punti
rispetto alla stessa domanda dello scorso anno: era il 76,3%, adesso è il 67,2%
(Tabella 5). Il punto cruciale è che questo abbassamento del giudizio molto positivo,
non si trasforma in un giudizio negativo, e neppure in uno più “tiepido”, ma va
direttamente a far crescere i “non so” e i “non ne so abbastanza”, insomma segnala
un’incertezza, un giudizio sospeso, come se si fosse davanti a un dubbio, o che un
giudizio nettamente positivo avesse trovato un interrogativo, appunto
un’incertezza.
Non vi è certezza che questo sia l’unica o la principale interpretazione del risultato,
ma due elementi propendono verso la sua conferma. Il primo è quello già riferito,
della riduzione del numero di giudizi molto positivi, che si trasforma in incertezza e
non in giudizi negativi; il secondo si ricava dalla valutazione che la popolazione
toscana esprime sui volontari. Si potrebbe dire che quando si passa dal giudizio su
un’entità vista nella sua generalità e astrattezza (il volontariato e le associazioni in
generale) a un’altra entità vista nella sua concretezza (i volontari), la percezione
cambia.
Tabella 5 – Giudizio generale sul volontariato
Giudizio generale sul volontariato 2023 2022 2021 2020
(%) (%) (%) (%)
È molto positivo, è fondamentale 67,2 76,3 73,8 74,0
È molto positivo, ma non è fondamentale 9,2 9,0 13,7 15,5
È qualcosa che talvolta può servire 11,5 11,6 5,6 5,9
È qualcosa di negativo 0,8 0,3 2,2 4,0
Non ne sa abbastanza / non risponde 11,2 2,8 4,7 4,9
Totale 100,0 100,0 100,0 100,0
Fonte: Indagine Sociometrica, 2023
Vediamo allora i dati relativi alla percezione del ruolo e delle attività dei volontari.
In questo caso non esiste nessuna particolare incertezza: coloro che non sanno o
non hanno elementi per rispondere rappresentano il 4,4%, mentre sul volontariato
in generale – come si è detto – si arriva all’11,2%. In sostanza, si hanno incertezze
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quando il focus è sulle associazioni di volontariato, o meglio di solidarietà in senso
lato, ma scompaiono quando si esamina la percezione dei volontari.
L’80,0% (Tabella 6) della popolazione toscana pensa che i volontari siano persone
da ammirare, che fanno del bene verso gli altri, insomma il miglior giudizio
possibile, a cui si potrebbe anche aggiungere l’11,6% (somma di altri due giudizi
positivi escluso quello che li indica come “persone da ammirare”) che ne dà un
giudizio meno assoluto e più ponderato, ma comunque positivo. Nessuno da un
giudizio negativo e solo il 4,0% mostra una qualche tipo di generica diffidenza.
Scorrendo le risposte nelle quattro annualità, si vede che il giudizio migliore sui
volontari, già altissimo nella prima edizione della ricerca, è addirittura cresciuto nel
corso degli anni, persino in quest’ultimo anno: partiva dal 74,8% ed è arrivato –
come detto – all’80,0%, dopo aver toccato anche il valore di 83,2%.
Tabella 6 – Giudizio generale sui volontari
Giudizi sulle persone che fanno volontariato 2023 2022 2021 2020
(%) (%) (%) (%)
Sono persone da ammirare 80,0 83,2 79,9 74,8
Fanno cose positive, ma niente di speciale 2,3 5,4 13,0 13,1
Persone come tante che fanno cose positive 9,3 6,4 3,7 7,7
Hanno loro motivi personali per farlo 4,0 3,0 1,6 2,9
Non ne sa abbastanza / non risponde 4,4 2,1 1,9 1,5
Totale 100,0 100,0 100,0 100,0
Fonte: Indagine Sociometrica, 2023
Analizzando i dati secondo il genere, l’età e il livello d’istruzione, sono interessanti
alcune considerazioni:
• riportano il giudizio migliore sui volontari gli uomini più che le donne
(82,1% contro il 78,0%);
• rispetto alle età non ci sono differenze di grande rilievo, ma i giudizi
migliori sono più presenti nelle classi centrali d’età (tra i 30 e i 54 anni);
• rispetto al livello d’istruzione, ci sono, invece, notevoli differenze,
soprattutto della classe dei laureati, perché esprimono in misura
minore il giudizio più positivo: 68,7% contro il 94,9% di quanti
dispongono della licenza elementare e l’82,1% dei diplomati.
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Possiamo a questo punto trarre alcune conclusioni sul giudizio rispetto al
volontariato e dunque anche sui volontari. In questi quattro anni, connotati
dall’epidemia, il giudizio sui volontari si è fatto ancora più positivo (il miglior giudizio
era condiviso nel 2020 dal 74,8% della popolazione, e oggi, nonostante
l’appannamento di reputazione delle associazioni di tipo solidale – o sedicenti tali
– si arriva all’80%) e la percezione del loro valore è ancora più netta. A ulteriore
prova di quanto affermato c’è il dato, appena citato, del (quasi) totale giudizio
super-positivo delle persone più umili, quelle che non vantano un titolo di studio e
che presumibilmente sono quelle che esprimono un ventaglio più ampio e più
intenso di bisogni a cui i volontari cercano di rispondere.
Vediamo adesso qual è la percezione degli intervistati rispetto alle ragioni che
portano le persone a fare volontariato; anche le risposte a questo quesito
contribuiscono a rendere più preciso il quadro. Il 57,4% (Tabella 7) dà la risposta
forse più attesa, ma anche la più diretta, e la più coerente con l’attività svolta:
dedicare una parte del proprio tempo agli altri. In sostanza, il tempo, tra le cose di
cui possiamo disporre, è una delle cose più importanti. Una risposta perciò
essenziale, semplice, che va all’essenza del volontariato. Altre risposte portano su
sentieri più specifici che connotano con ancora maggior dettaglio la percezione del
volontariato. Il 35,8% vede nel volontariato la possibilità di impegnarsi in qualcosa,
per una causa, molto importante. In una misura analoga, il 31,7%, gli intervistati
mettono in rilievo la possibilità, attraverso il volontariato, di fare un’esperienza
molto personale che “fa star bene con sé stessi”, insomma una risposta che
comprende ragioni di carattere psicologico. Il 31,1% degli intervistati indica la
possibilità di “sentirsi utili”, che un po’ rappresenta la via di mezzo tra la prima
ragione (più generale: aiutare gli altri) e la seconda (più intima), perché nel termine
“sentirsi” si racchiude la seconda e nel termine “utili” si racchiude la prima.
Tab. 7 – Ragione più importante per fare volontariato*
Ragione più importante per fare volontariato 2023 (Valori %)
Dedicare tempo agli altri 57,4
Fare qualcosa per una causa importante 35,8
Fare un’esperienza personale, stare meglio con sé stessi 31,7
Sentirsi utili 31,3
Acquisire una nuova prospettiva sulla realtà 8,8
Misurarsi in concreto con il territorio 6,0
Socializzare, fare nuove amicizie 4,0
Fonte: Indagine Sociometrica, 2023 * Il totale non è 100, perché possibili anche due risposte
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Queste quattro ragioni sono di gran lunga le principali (si ricorda che era possibile
fornire fino a due risposte), mentre per le altre: “acquisire una nuova prospettiva
sulla realtà” (vale a dire una motivazione più “intellettuale”); “misurarsi in concreto
con il territorio” (vale a dire un impegno generico di appartenenza territoriale) e
“socializzare, fare nuove amicizie” (vale a dire rispondere a un puro bisogno
relazionale) le percentuali di risposta sono molto basse. Insomma, il volontariato è
percepito come qualcosa di specifico, che ha valore in sé, non è né il sostituto, né il
succedaneo di altre attività o di altri desideri. In sostanza, si fa volontariato per le
ragioni dirette già indicate e non al posto di qualcos’altro.
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4. La crescita dell’incertezza
Abbiamo già visto, nell’analisi della percezione del volontariato, suddivisa fra
percezione delle associazioni e percezioni dei volontari, i segni molto evidenti di
uno stato d’incertezza che si riverbera su ogni cosa, e perciò anche sul volontariato.
L’insieme delle risposte ai quesiti inclusi nella nostra indagine, induce alla
sensazione che sia cresciuta una forma molto spessa di incertezza sociale verso
quello che fanno gli altri; verso quello che si propongono gli altri; chiedendosi se
occuparsi, anche solo mentalmente, degli altri sia ancora una promessa di valore
per sé che per gli altri, cioè se valga ancora la pena. Vediamo adesso qualche dato
più in dettaglio per capire meglio. Cominciamo dal guardare a una delle emozioni
più vive che danno energia e pensiero alla gente: la preoccupazione o l’ansia per il
futuro.
In questa indagine si vede che il 40,2% (Tabella 8) è “molto preoccupato” per la
propria famiglia. Qui la preoccupazione è riferita alle vicende economico-sociali, ma
anche, in generale, alle condizioni generali di vita. Se aggiungiamo anche la parte
che è “abbastanza preoccupata”, cioè il 41,3%, si arriva all’81,5% complessivo. Si
tratta di un livello enorme, tanto che solo il 2,8% degli intervistati non si dice
preoccupato per la propria famiglia. Quando la preoccupazione per la propria
famiglia è così alta, è evidente che assorba gran parte delle energie e dei pensieri,
lasciando poco per tutto il resto.
Tabella 8 – Grado di preoccupazione verso varie entità sociali
Entità sociali/Grado di preoccupazione molto abbastanza poco Per
verso di loro (%) (%) (%) nulla
(%)
La mia famiglia 40,2 41,3 15,7 2,8
La gente che vive vicino a me 24,7 51,5 20,1 3,8
La gente della mia città 20,6 53,8 23,2 3,3
Gli Italiani 30,7 53,0 14,5 1,8
Gli Europei 18,0 48,1 28,7 5,2
Fonte: Indagine Sociometrica, 2023
Infatti, quando guardiamo alle preoccupazioni per i cerchi più grandi, “la gente che
vive vicino a me”, o anche “la gente della mia città” registriamo il livello di grande
preoccupazione dimezzato: rispettivamente il 24,7% e il 20,6%.
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Il senso perciò del ricentraggio dell’incertezza consiste nella considerazione che
quando la propria situazione più prossima, quella familiare, è solida, allora c’è uno
spazio emotivo per occuparsi delle situazioni che preoccupano i cerchi sociali via
via più lontani (dai vicini di casa, ai concittadini, e via via in crescendo); quando
l’incertezza si radica, o coinvolge il nucleo familiare d’appartenenza, allora
l’emozione si concentra su di sé, e non permette “intrusioni” di soggetti che, se pur
vicini, sono comunque distinti.
Al margine di questo ragionamento generale, c’è da segnalare una specifica
“rottura” nella linearità che vuole la preoccupazione affievolirsi a mano a mano che
ci si distanzia dal proprio nucleo familiare. Questa “legge” vale sempre, ma fa
eccezione quando entrano in campo le questioni che coinvolgono le identità
territoriali. Così abbiamo che la grande preoccupazione per gli “Italiani” sia di dieci
punti maggiore rispetto alla propria città, mentre ridiscende non appena si passa
all’Europa. Si vede che l’identità nazionale è, almeno in questo momento, molto
forte e più di prima, e questo – probabilmente – va inscritto entro le dinamiche già
descritte di maggiore preoccupazione per il sé; e in questo caso il sé è l’Italia nel
suo complesso.
Se finora la preoccupazione era distribuita nella dimensione geografica, adesso
entriamo più nel merito delle categorie verso cui si nutrono le maggiori percezioni.
E qui il quadro si fa – se possibile -, meno “egoista”, perché per almeno tre categorie
di persone la preoccupazione della popolazione toscana è massima. Abbiamo così
che il 61,1% (Tabella 9) si mostra preoccupato per la situazione in questo momento
degli ammalati e dei disabili; il 59,1% per i bambini che vivono in famiglie indigenti
e il 51,4% per gli anziani in generale. Quindi non appena si esce dall’astrazione
geografica (che sembra una dimensione molto concreta, ma è vista da una
prospettiva generalizzante e perciò astratta), la percezione dei bisogni e delle
priorità a cui prestare attenzione cambia, e così cambia anche l’atteggiamento
verso il bisogno.
Se possiamo fare una sintesi, che per forza di cose semplifica molto le cose, e forse
anche oltre il dovuto, possiamo dire che l’elemento che desta maggiore
preoccupazione è dato dalle difficoltà fisiche, o dallo status fisico: è cosi per gli
ammalati, per i disabili, ma anche per gli anziani e per i bambini in famiglie indigenti,
dove l’indigenza naturalmente ha il suo peso, ma sembra averlo specialmente nella
condizione infantile.
Infatti, l’indigenza in senso generale viene in secondo piano: perché la
preoccupazione per i disoccupati (non è detto che la disoccupazione generi
direttamente l’indigenza in senso proprio, ma appartiene comunque alla stessa
16
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famiglia delle gravi difficoltà economiche), si “ferma” al 44,0%. Una nota a parte
meritano le risposte relativamente agli immigrati. In questo caso si osserva che
quanti si dicono “per nulla” preoccupati per questa categoria di persone, arrivano
all’11,1%, una quota piuttosto elevata, perché nelle altre categorie si rimane non
oltre il 2,4%. Si vede che in questo momento questa categoria di disagio e di
persone disagiate ha una minore attenzione da parte dell’opinione pubblica
toscana.
Tabella 9 – Grado di preoccupazione verso alcune categorie sociali
Categorie sociali/Grado di molto abbastanza poco Per nulla
preoccupazione (%) (%) (%) (%)
Ammalati e disabili 61,1 34,3 2,7 1,9
Bambini in famiglie indigenti 59,1 36,3 2,6 2,0
Anziani 51,4 41,0 5,2 2,4
Disoccupati 44,0 43,7 10,1 2,2
Immigrati 25,1 45,2 18,7 11,1
Fonte: Indagine Sociometrica, 2023
In sostanza, assistiamo a un doppio fenomeno: da un lato le preoccupazioni (se
vogliamo usare questo termine sintetico per descrivere quanto si muove intorno
alle emozioni e allo stato d’animo delle persone) si rapportano maggiormente più
che nel passato al proprio sé più prossimo (la famiglia); allo stesso tempo questo
movimento, che abbiamo appunto chiamato di ricentraggio, non cancella
l’attenzione e il proposito di aiutare le persone che hanno più bisogno, o almeno di
quelle categorie maggiormente percepite come meritevoli di aiuto. Si potrebbe
sintetizzare questo “dualismo” dei sentimenti con la differenza che si manifesta
quando si passa dall’astratto al concreto, cioè quando le questioni non sono più
viste in maniera generale e appunto astratta, ma con una maggiore acutezza della
percezione, perché in questo modo si può entrare nel merito dello status reale delle
persone, e delle distanze che, nonostante una generale difficoltà, fanno ancora la
più grande differenza tra chi ha bisogni profondi e chi ha generiche preoccupazioni.
Detto questo, dobbiamo sottolineare che la percezione comune di quello che
possiamo definire lo status sentimentale della solidarietà, cioè il grado e il tipo di
emozione che coinvolge le persone quando si affronta il tema della solidarietà, oggi
non è particolarmente positivo. Richiesti di rispondere se in questo arco di tempo
(due anni, ma in questi casi la mente non definisce limiti dettagliati) sia
maggiormente cresciuta la solidarietà o la diffidenza nella collettività, il 59,9%
(Tabella 10) afferma che è proprio la diffidenza a essere cresciuta, mentre solo il
17
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10,6% sostiene che sia cresciuta, invece, la solidarietà. Questo risultato definisce il
tono di fondo del sentimento collettivo in questo momento. A ulteriore conferma
che siamo nel pieno di cambiamenti, non ancora ben delineati, o addirittura, come
abbiamo visto, contradditori, si consideri che solo il 21,6% sostiene che “tutto è
rimasto uguale”. In sostanza quasi l’80% della popolazione toscana sostiene che il
sentimento popolare è in via di cambiamento.
Tabella 10 – Solidarietà vs. diffidenza
Lei ha visto crescere in questo periodo più la solidarietà 2023 (Valori %)
o la diffidenza tra la gente?
È cresciuta più la solidarietà 10,6
È cresciuta di più la diffidenza 59,9
È rimasto tutto uguale 21,6
Non saprei 7,9
Totale 100,0
Fonte: Indagine Sociometrica, 2023
La direzione del cambiamento non è ancora definita; così come non si capisce se si
tratti di un ritorno a un “prima”, sia pure attraverso scosse di vario segno e
aggiustamenti contraddittori, o dell’approdo a un “dopo” (i due termini si
riferiscono al biennio pandemico) non ancora delineato o non ancora deciso e
percepito come probabile. È una fase di transizione che contiene elementi che
spingono in varie dimensioni e che, naturalmente, coinvolgono il volontariato, un
fenomeno estremamente sensibile ai cambiamenti del sentimento popolare.
Non si può dare una spiegazione semplice e neppure la quantità di dati che qui sono
disponibili sono sufficienti a dare una interpretazione esauriente delle ragioni che
determinano questa crescita della diffidenza. Sicuramente c’è un mix di fattori e un
loro combinato disposto che avrebbe bisogno di ulteriori mezzi di comprensione. In
questo mix sicuramente ha avuto un’influenza l’agire molecolare e profondo del
Covid, che ha avuto conseguenze su più piani, da quello personale a quello sociale;
da quello sanitario a quello relazionale. Un fattore materiale, che certamente non
sostituisce meccanismi psicologici più profondi, riguarda le condizioni economiche
delle famiglie, di cui si è già avuto una chiara evidenza nell’analisi del riferimento
delle maggiori preoccupazioni di ciascuno.
Abbiamo provato a sintetizzare l’intera questione delle condizioni economiche,
chiedendo se nel computo quotidiano, mensile, annuale delle spese, insomma nei
18
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consumi che mostrano una certa regolarità, le famiglie debbano far fronte a delle
rinunce e di che tipo e in quali ambiti della vita ordinaria.
Anche in questo caso si mostra la pesantezza della situazione complessiva: solo il
29,1% (Tabella 11) della popolazione toscana dichiara di “non dover rinunciare a
nulla di particolarmente importante”, dal che si deduce che, inevitabilmente, il
resto della popolazione, la grande maggioranza, il 70,9%, deve rinunciare a
qualcosa. Vediamo allora quali e quali intensità hanno le rinunce.
Quasi la metà della popolazione toscana (46,0%) afferma di dover rinunciare alle
uscite, perciò alle cene fuori, agli eventi e ad altre iniziative di carattere sociale. Si
potrebbe osservare che non si tratta di grandissime rinunce, ma alla luce della
circostanza che si tratta di consumi che fanno parte da decenni dei comportamenti
abituali della popolazione toscana, allora si può avvertire maggiormente il senso
della rinuncia. Allo stesso modo, una persona su tre deve rinunciare a perseguire i
propri hobby nel tempo libero, così come rinunciare alle spese per la cultura e
comunque agli interessi personali che comportino delle spese.
La situazione diventa più pesante quando nella rinuncia entrano anche le spese per
la vita quotidiana, cioè per quelle essenziali, a cui deve rinunciare in parte almeno
il 23,2%, perciò quasi una persona su quattro e addirittura il 12,4% si fa mancare
qualcosa che afferisce alla sanità, o al campo della prevenzione medica, perciò
spese ancora più essenziali, se si potesse dire, la cui rinuncia è indice di difficoltà
molto gravi.
Tab. 11 – Tipologie di rinuncia rispetto ai problemi economici
Nella gamma dei consumi regolari in quali ambiti si 2023
devono fare delle rinunce? (Valori %)
No, non devo rinunciare a nulla di particolarmente importante 29,1
Sì devo rinunciare a qualcosa relativamente alle uscite (ristoranti, ecc.) 46,0
Sì, devo rinunciare a qualche spesa legata a hobby o interessi personali 33,6
Sì, devo rinunciare a qualche spesa culturale (cinema, libri, mostre, ecc.) 31,7
Sì, devo rinunciare a qualcosa quando faccio la spesa quotidiana 23,2
Sì, devo rinunciare a qualche attività ricreative e sportive (palestra, ecc.) 18,0
Sì, devo rinunciare a qualcosa nel campo della prevenzione o cura sanitaria 12,4
Fonte: Indagine Sociometrica, 2023
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Sul tema delle rinunce sono da osservare due aspetti particolari:
- in generale, le rinunce sono maggiormente sentite dalla parte femminile,
perché chi non deve fare alcuna rinuncia rappresenta il 32,2% degli uomini
e il 26,1% delle donne. Quando si va a vedere più nel dettaglio, si capisce
che queste rinunce sono soprattutto legate alla cultura, al tempo libero,
alla palestra, ma anche, e più di altre, al campo della spesa per la salute;
- riguardo alle classi di età, la situazione più pesante si addensa soprattutto
su quella che comprende le persone comprese tra i 55 e i 64 anni, per la
quale si registrano rinunce maggiori rispetto alla media praticamente in
ogni categoria di spesa, esclusa quella quotidiana;
- trattandosi spesso di consumi culturali, comunque legati al tempo libero,
dal punto di vista del livello di istruzione, la maggiore sofferenza che deriva
dalla rinuncia a questo tipo di consumi si registra nei livelli più elevati di
istruzione.
Anche da questi elementi di conoscenza aggiuntivi vediamo un ulteriore dualismo,
questa volta più sottile, tra una “sofferenza” determinata non tanto e non solo da
dover rinunciare a cose essenziali, ma a cose “secondarie”, che però non più, e da
tempo, sono viste come “secondarie”, ma essenziali anch’esse per una buona
qualità della vita.
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5. La grande disponibilità al dono
Abbiamo descritto lo “strano” dualismo della popolazione toscana, che non appare
però una caratteristica solo di questa regione, perché è condivisa con l’intero paese,
sia pure in gradi e forme diverse, ma nella stessa direzione del significato. Dualismo
prodotto da un lato da un sentimento collettivo tendente al negativo, con una
diffidenza generalizzata verso l’altro, che genera incertezze anche sulle realtà più
solide come le famiglie; di caduta della fiducia generale verso l’esterno e dall’altro
lato abbiamo, al contrario, un grande, profondo, partecipato riconoscimento del
bisogno che coinvolge varie categorie sociali e una voglia personale a farvi fronte
(come vedremo più avanti).
Se nella percezione della crescita della diffidenza potevamo ritrovare tutto lo
“spessore” del sentimento collettivo negativo, adesso nella concretezza delle varie
forme del dono che ciascuno più offrire agli altri, possiamo ritrovare il suo opposto,
vale a dire una forte, convinta, sostenuta volontà di aiutare gli altri. Abbiamo
considerato dieci attività gratuite che definiscono il dono, vale a dire offrire
qualcosa di sé agli altri e abbiamo registrato per ciascuna di queste attività quanti
residenti in Toscana praticano ogni singola attività e quanti vorrebbero farlo,
quando se ne presentasse l’opportunità. I risultati sono straordinari e tutt’altro che
pessimisti.
Partiamo dal dato più generale: solo il 27,5% della popolazione toscana (Tabella 12)
si rifiuterebbe, o non sarebbe interessato, al dono, cioè a offrire qualcosa di sé (il
tempo, l’impegno, dei soldi, ecc.) per aiutare gli altri. Di conseguenza tre persone
su quattro sono disposte a fare/dare qualcosa per gli altri. È un risultato
straordinario, sia in valore assoluto, e ancor di più se inserito in un contesto come
quello descritto, dominato dalla diffidenza. Entriamo però nel dettaglio e
osserviamo quali doni i Toscani vorrebbero offrire agli altri e con quale percentuale
rispetto alla popolazione per ciascuno di essi.
Attualmente oltre la metà della popolazione toscana è disposta a donare del denaro
a persone bisognose. Naturalmente qui non si può specificare il quantum e neppure
la frequenza della donazione, ma si sottolinea come il 52,9% sia disponibile a
donare dei soldi ad altre persone per ragioni legate alla carità. Quasi la metà della
popolazione (il 46,5% esattamente) è disponibile a fare delle donazioni a qualche
associazione del volontariato e anche questo è un dato straordinario e molto
significativo.
21
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Da notare che siamo nel campo delle opinioni non delle circostanze effettive: la
percentuale citata raccoglie le persone che fanno già un certo tipo di dono, o sono
già disposti a farlo non appena se ne presenti l’occasione. Non è specificato se il
dono fatto, o la disponibilità già maturata a farlo, sia regolare o occasionale. Anche
questo dipende dalle circostanze di fatto.
Il quadro che emerge per la Toscana è decisamente incoraggiante perché rende
manifesto e misura il grande spirito solidale della popolazione. Per avere termini di
confronto con altre regioni bisognerebbe avere ricerche metodologicamente
impostate con gli stessi criteri, tuttavia studi analoghi possono permettere un
confronto su alcune linee generali3 e su alcune caratteristiche del dono e dei
donatori.
Tab. 12 – Disponibilità della popolazione toscana al dono
Opinione sulla disponibilità a compiere azioni Lo fa o è già Potrebbe Totale
gratuite disponibile a farlo (valori (valori %)
farlo (valori %) %)
Donare soldi a persone bisognose 52,9 9,3 62,2
Donare a un ente di volontariato 46,5 11,0 57,5
Donare per aiutare l’ambiente 43,4 15,0 58,4
Donare per salvare o assistere animali 41,9 17,7 60,6
Donare il mio tempo per attività benefiche 41,6 18,1 59,7
Donare per la scuola, per la formazione dei ragazzi 40,5 13,3 53,8
Donare alla Messa o in funzioni religiose 38,0 1,4 39,4
Donare il sangue 34,9 29,2 64,1
Donare per lo sport o feste del paese o del 28,7
22,4 6,3
quartiere
Donare a un partito politico 8,1 1,7 9,8
Nessuna di queste - 27,5 27,5
Fonte: Indagine Sociometrica, 2023
Ci sono cinque opinioni di disponibilità a fare un dono che si equivalgono sul piano
della loro diffusione: il 43,4% esprime l’opinione favorevole a donare per aiutare
l’ambiente; il 41,9% per salvare o assistere animali; il 41,6% offre il proprio tempo
3
Abbiamo a disposizione, tuttavia, indagini la cui metrica parte dagli enti che organizzano le
donazioni, perciò si riferiscono non alle opinioni (disponibilità a donare), ma all’effettivo dono. A tal
proposito è utile citare realtà l’Istituto italiano della donazione ogni anno pubblica un report sul dono.
L’ultimo report risale al 2021 https://www.istitutoitalianodonazione.it/it/news-
eventi/dd_121_4093/il-dono-degli-italiani-nellanno-della-pandemia
22
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occasionalmente per attività benefiche; il 40,5% dona per l’educazione e la scuola
e il 38,0% fa delle donazioni in chiesa, durante la Messa. Si tratta di modalità e
varietà molto differenti, che sono molto radicate nella popolazione, ritrovandosi
tutte intorno alla soglia del 40%.
Vicino a quella soglia è il 34,9% della popolazione, che esprime l’opinione di
disponibilità a donare il sangue; mentre si scende di oltre 10 punti quando si tratta
di donazioni finalizzate all’organizzazione di manifestazioni sportive o festive del
paese o del quartiere dove si vive. Anche in questo caso non si tratta di percentuali
basse. Quello che sicuramente segue a molta distanza, con l’8,1%, è la disponibilità
a donare a partiti e movimenti politici.
La questione relativamente al dono del sangue merita un approfondimento, perché
è quella dove la parte di persone che manifesta disponibilità verso questa attività e
quella che potrebbe pensarci sono quasi pari. Inoltre è il tipo di dono dove i dati
effettivi sono piuttosto lontani dalle percentuali che qui emergono sul piano delle
opinioni. Per il dono del sangue esiste un numero elevato di persone già orientate
(o con un’opinione favorevole a farlo), se ci fossero le circostanze opportune o
pratiche per farlo, ma non lo fanno nella misura potenziale.4 Com’è facile capire
dall’esperienza di tutti, per donare il sangue servono strutture adatte allo scopo;
bisogna fissare appuntamenti; si devono realizzare condizioni particolari; insomma,
non è facilissimo dal punto di vista pratico. Per altri tipi di dono le circostanze che li
rendono possibili sono più agevoli. Inoltre, la domanda posta nel questionario
d’indagine non conteneva riferimenti temporali, perciò è del tutto plausibile che
persone che abbiamo risposto dicendo di avere la disponibilità a donare il sangue,
l’intendano come un atto “una tantum”, non necessariamente che lo facciano (o
vogliano farlo) con regolarità. È un dono molto importante, quello del sangue, che
dall’indagine emerge in maniera molto sentita dalla popolazione, ma non realizzato
nella misura delle intenzioni. Sembra però di essere davanti a frizioni d’ordine
pratico e non – appunto – di debolezza delle intenzioni.
Tenendo conto delle opinioni di disponibilità di diverso tenore (effettiva,
occasionale, potenziale e non preclusiva) si può creare un ranking
dell’orientamento positivo verso ciascun tipo di dono. Al primo posto c’è la
donazione del sangue, per cui si somma il 34,9% che ha già maturato questa
disponibilità e il 29,2% che potrebbe farlo o non lo esclude, il che ci porta al 64,1%,
che rappresenta la percentuale più alta complessiva per ogni tipo di attività di
donazione o di gratuità.
4
Secondo i dati informali del Centro Regionale Sangue sono circa 115mila i toscani donatori
nel 2022, un numero inferiore alle disponibilità qui manifestate.
23
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Al secondo posto, sempre seguendo il criterio della somma della disponibilità con
quello della non preclusione, si colloca, con il 62,2%, l’offerta di soldi a persone
bisognose. Al terzo posto c’è la donazione per l’assistenza agli animali, perché al
41,9% si aggiungerebbe un altro 17,7%, il che porta la somma al 60,6%. Le altre
seguono a una piccola distanza tra loro, mentre rimangono molto distanziate le
disponibilità alle donazioni per le manifestazioni sportive o per le feste popolari
(28,7%) e ancora più indietro è la somma per le donazioni verso i partiti (9,8%).
Ci sono varie considerazioni, di diverso ordine che possono essere fatte dal
confronto tra i comportamenti esistenti e quelli potenziali, almeno seguendo le
indicazioni delle persone intervistate. La prima riguarda il peso della contingenza,
che nel caso della donazione del sangue è altissimo. Basterebbe una maggiore
sollecitazione, una migliore distribuzione dei luoghi di raccolta, una comunicazione
più presente per trasformare le possibilità in realtà. In altri casi, invece, la distanza
è minore, perciò il “serbatoio” delle disponibilità sembra già abbastanza realizzato
nelle sue potenzialità. Una seconda notazione riguarda in particolare l’assistenza
verso gli animali. Nelle passate edizioni era presente, ma in misura nettamente
inferiore, perciò questa sensibilità è cresciuta proprio negli ultimi due/tre anni. Nel
questionario sottoposto agli intervistati non era previsto un “perché” sulle
motivazioni verso ciascun specifico dono. Sicuramente questa attenzione verso gli
animali è un fenomeno recente e solo da poco viene percepito nell’ambito
dell’universo del volontariato in una misura rilevante.
24
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6. L’impegno nel volontariato, nonostante tutto
Adesso veniamo a una delle conseguenze più importanti di questo lavoro di ricerca,
vale a dire la misura del livello di disponibilità dei residenti della Toscana a dedicare
parte del proprio tempo e del proprio impegno al volontariato. È una domanda che
è sempre presente nelle precedenti edizioni di questo studio. Le risposte a questo
quesito hanno diverse valenze: a) una conseguenza operativa, perché indicano
quante persone, a certe condizioni soggettive e oggettive, sarebbero disponibili a
fare volontariato; b) ha un senso valoriale, perché da la misura dell’importanza che
si attribuisce al volontariato nella sua componente più impegnativa, cioè quella di
fare personalmente volontariato; è, infine, c) è un indicatore di quanto si è
personalmente coinvolti nel “fenomeno” del volontariato.
Da quanto analizzato nei precedenti capitoli si è visto che il clima complessivo
induce verso l’incertezza, verso una riduzione del credito sociale verso qualunque
iniziativa che abbia natura collettiva, e quindi vi si comprende anche il volontariato.
Si è visto poi che quando si passa dall’astrazione alla concretezza, la disponibilità
delle persone ad aiutare gli altri è più viva che mai, ma questa patina di diffidenza,
verso le associazioni, ma non verso i volontari, contribuisce a gettare dubbi,
perplessità, appunto incertezze rispetto all’intero mondo del volontariato.
La conseguenza è che, anno dopo anno, e con qualche piccola accelerazione negli
ultimi due, la disponibilità generale a fare “senz’altro” volontariato è andata
riducendosi: era il 33,6% nel 2020 e adesso è il 21,1% (Tabella 13). Lo stato
prevalente di incertezza (ma non di negazione) è confermato anche da questa
prospettiva: la parte di popolazione che afferma: “In nessun caso farei del
volontariato” era lo scorso anno il 12,0% e adesso è il 9,9%, perciò leggermente
minore. Certo negli anni ancora precedenti ha oscillato tra il 3,5% e il 6,9%, perciò
non c’è nessuna avversione nei riguardi del volontariato. Quel che osserviamo è
un’incertezza che è apparsa sulla disponibilità a fare volontariato che ferma una
parte delle persone dal farlo, nonostante la loro attitudine a far del bene agli altri.
Quest’incertezza non è determinata da una valutazione negativa, e neppure in
minore, del volontariato in sé, dai suoi esiti, dal suo valore, o dalla sua qualità,
quanto dalla confluenza probabile di fattori soggettivi - già visti - che tendono a
richiedere una maggiore concentrazione sui propri cerchi d’appartenenza più
stretti, familiari e amicali, oltre che a essere influenzato da un clima generale
inclinato verso un’attribuzione di valore all’individualismo o talvolta persino
all’egoismo sociale.
25
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Tabella 13 – Disponibilità a svolgere attività di volontariato
Disponibilità personale a fare attività di 2023 2022 2021 2020
volontariato (%) (%) (%) (%)
Sì’, senz’altro 21,1 26,8 32,0 33,6
Sì, occasionalmente, di tanto in tanto 43,2 46,1 42,7 49,0
Sì, ma solo in caso di eventi eccezionali 25,8 15,1 18,4 13,9
No, in nessun caso 9,9 12,0 6,9 3,5
Totale 100,0 100,0 100,0 100,0
Fonte: indagine Sociometrica, 2023
Come si è detto sopra, coloro i quali escludono in ogni caso di fare volontariato
rappresentano meno del 10% della popolazione e si conferma una generalizzata
attitudine in Toscana a fare volontariato che coinvolge circa il 90% della
popolazione, dato estremamente significativo. Quello che cresce nel corso degli
anni è la percentuale di persone che pensa di fare volontariato come attività
limitata a casi di eventi eccezionali, il che torna coerente con l’appannamento della
determinazione a fare volontariato come attività regolare e non “motivata” da
fattori esterni, ma solo dalla scelta interiore di dare aiuto agli altri come
componente del proprio modo di vivere.
È importante osservare le differenze che ci sono al di là della media generale, che
in alcuni casi sono molto significative. Per quanto riguarda le classi d’età, abbiamo
una concentrazione delle risposte favorevoli a fare “senz’altro” volontariato nella
classe centrale d’età compresa tra i 55 e i 64 anni (Tabella 14), mentre l’anno scorso
avevamo registrato quasi una legge di proporzionalità diretta tra classe d’età e
disponibilità a fare volontariato: più si era adulti, più si era disponibili. Quel che si
registra è una caduta delle intenzionalità dei più giovani (18-29 anni) a fare
“senz’altro” volontariato: era il 20,3% lo scorso anno, è oggi del 15,9%, perciò con
una riduzione significativa.
Un risultato per certi versi “curioso”, ma non alla luce di quanto detto nelle pagine
precedenti, emerge dall’analisi dei risultati secondo il genere degli intervistati. In
particolare succede che le donne esprimano al contempo sia la massima
disponibilità (rispetto agli uomini) a fare volontariato, ma anche la più netta
diffidenza (sempre rispetto agli uomini). Abbiamo così che chi intende fare
“senz’altro” volontariato sia il 17,8% degli uomini e il 24,1% delle donne. Di fronte
all’opzione opposta, quella che indica che in nessun caso s’intende fare del
volontariato, le risposte degli uomini si fermano al 7,0% e quelle delle donne
arrivano al 12,6%. In sostanza, siamo di fronte a un piccolo dualismo dentro un
dualismo più generale che abbiamo descritto in precedenza. Sembra perciò che i
26
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dubbi e l’incertezza si manifestino più fra le donne che fra gli uomini. Allo stesso
tempo fra le donne c’è il maggior entusiasmo a fare volontariato. È un aspetto
contraddittorio della situazione generale che registriamo quest’anno.
Una tendenza particolare si rileva questo anno nelle risposte secondo il livello di
istruzione: più aumenta il titolo di studio, meno è forte la sicurezza di fare
volontariato. È una tendenza nuova: si vede che gli elementi di incertezza, prima
descritti, incidono maggiormente nelle persone più colte, o meglio che seguono di
più il mondo dell’informazione. Si dichiara “senz’altro” disposto a fare volontariato
il 18,0% dei laureati e post-laureati, il 29,0% dei diplomati e in percentuali
leggermente superiori nei titoli di studio inferiori.
Tabella 14 – Disponibilità a fare volontariato secondo l’età degli intervistati
Disponibilità a fare volontariato 18-29 30-54 anni 55-64 Oltre 64
/classe d’età anni anni anni
Sì’, senz’altro 12,0 7,2 7,9 15,9
Sì, occasionalmente 62,0 64,6 58,5 54,0
Sì, in caso di eventi eccezionali 20,8 19,3 27,2 21,7
No, in nessun caso 5,2 9,0 6,4 8,4
Totale 100,0 100,0 100,0 100,0
Fonte: indagine Sociometrica, 2023
Cerchiamo allora di capire, al di là delle questioni relative al “clima” generale del
sentiment del paese, le ragioni specifiche per cui una parte della popolazione
toscana ha dubbi o non pensa al volontariato. La prima motivazione è quella più
diretta, immediata e anche più prevedibile: gli intervistati vorrebbero fare
volontariato (o almeno non lo escludono), ma non hanno la concreta possibilità di
farlo, per mancanza di tempo, di occasioni e di circostanze oggettive, non
dipendenti dalla loro volontà. Questo tipo di risposta, se da un lato è del tutto
attendibile e anche consueta, dall’altra non contiene alcuna critica o incertezza
rispetto alle attività di volontariato, o meglio, rispetto all’impegno personale nel
volontariato in sé. L'insieme in queste circostanze, che potremmo definire
oggettive, coinvolge il 65,9% (Tabella 15) della popolazione, perciò l'assoluta
maggioranza della popolazione. È da notare che il 24,8% adduce la difficoltà, o
l’impossibilità, di fare volontariato a ragioni personali o familiari. Dato che erano
previste fino a due risposte a questa domanda, non possiamo semplicemente
sommarle, perché alcuni citano sia la mancanza di tempo che le ragioni familiari. La
prima delle ragioni specifiche, cioè indicate con dettaglio, è una certa difficoltà a
fare volontariato seguendo le regole delle associazioni, evidentemente ritenute,
almeno da questa parte degli intervistati, non particolarmente attraenti o
27
Pagina 28 — PDF originale
condivise. Si tratta comunque del 13,3% di quanti hanno detto di non voler/poter
fare “senz’altro” volontariato, vale a dire il 7,7%, se calcolato sull’intera
popolazione. Siamo perciò davanti una cifra modesta all'interno della popolazione
toscana, tuttavia merita di essere citata proprio perché è la prima tra le ragioni
specifiche.
Tutte le altre motivazioni addotte dagli intervistati come un impedimento, o
quantomeno una difficoltà, a fare volontariato raggiungono percentuali poco
consistenti. Ad esempio, chi teme di ritrovarsi, o di potersi trovare, in situazioni
imbarazzanti rappresenta il 7,4%; chi sostiene di potersi trovare nella condizione di
aiutare soggetti “sgradevoli” è il 2,2%; chi pensa che, facendo volontariato, possa
essere criticato un malvisto dagli amici, ha ancora un peso minore: l’1,5%.
Tabella 15 – Ragioni che impediscono o rendono più difficile fare volontariato
Ragioni per cui non si fa volontariato regolarmente valori %
Perché non ho abbastanza tempo o possibilità 65,9
Per ragioni personali o familiari che me lo impediscono 24,8
Perché dovrei sottostare alle regole delle associazioni 13,3
Perché preferisco curare miei interessi personali 8,5
Perché potrei trovarmi in situazioni imbarazzanti 7,4
Perché non credo nel volontariato 6,3
Perché non c’è il tipo di servizio di volontariato che preferisco 5,4
Perché sono stato deluso dall’attività di volontariato 4,9
Perché forse dovrei aiutare soggetti sgradevoli 2,2
Perché criticato o malvisto dagli amici 1,5
Fonte: Indagine Sociometrica, 2023
Ci sono, inoltre, due elementi che, sebbene anch'essi raggiungano cifre
modestissime, meritano almeno di essere citati. Il primo riguarda il giudizio più
negativo possibile, vale a dire “non credo nel volontariato”, che raggiunge il 6,3% e
il secondo elemento riguarda il rifiuto dovuto a qualche esperienza negativa nel
volontariato, e raggiunge il 4,9%. Anche in questi casi perciò il peso è minimo.
Anche sommando i due dati (che comunque potrebbero teoricamente venire dalle
stesse persone che potrebbero citarli entrambi), siamo intorno al 10%, per cui
possiamo affermare che il 90% di quanti non fanno volontariato non hanno nulla in
contrario rispetto al volontariato in sé. Il che torna in coerenza con quanto visto nel
primo capitolo sul valore attribuito al volontariato. Ovviamente, la variabile che più
incide nella trasformazione di una volontà generica, in un’attività reale, è la
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determinazione soggettiva a farlo, oltre alle ragioni oggettive che vi si frappongono
e che sono già state citate, di tempo, di opportunità e di assenza di vincoli familiari.
Infine, è da citare anche il 5,4% che motiva il non fare volontariato con la circostanza
di non aver trovato finora il tipo di servizio giusto sul quale impegnarsi. Andiamo
allora a esaminare quali sono i settori e gli ambiti entro cui chi non fa regolarmente
volontariato, potrebbe farlo. Dato l’amplissimo ventaglio di cui si compongono i
contenuti del volontariato, è interessante capire come si orientano i
potenzialmente interessati a fare volontariato con una certa regolarità
Al primo posto fra i settori in cui c’è il maggior interesse dei potenziali volontari,
come lo scorso anno, c’è l’assistenza sociale con il 36,3%. Al secondo posto c’è
l’impegno nel campo ambientale, con il 34,9%, perciò non lontano dall’assistenza
sociale. Al terzo posto ci sono insieme la cultura, lo sport e la ricreazione che
raggiungono il 21,9%, e superano la sanità scesa al 17,2%. Da notare due anni fa la
sanità aveva maggiori preferenze rispetto alla cultura (Tabella 16). Da notare la
riduzione dell’attenzione verso la cooperazione e la solidarietà internazionale e la
crescita degli ambiti della religione e della coesione sociale.
Dal punto di vista tecnico si tratta di una domanda che prevedeva fino a tre risposte
possibili, perciò l’ambiente e l’assistenza sociale sono spesso citate, anche se non
sempre al primo posto. Questo si riscontra soprattutto per l’ambiente che è citato
da molti, anche se raramente al primo posto, ma nell’ambito delle tre possibili
risposte. Nel settore della cultura, sport e ricreazione, si verifica che spesso stanno
al primo posto, ma non sono molto citati nell’ambito delle tre possibili risposte. È,
in qualche modo, considerato un settore a parte.
Da notare due differenze rispetto allo scorso anno non troppo rilevati sul piano dei
valori assoluti, ma importanti per la significatività del cambiamento da un anno
all’altro. Si tratta dell’ambito della cooperazione internazionale, e in genere della
solidarietà internazionale, che passa dall’11,7% al 7,0% e dello sviluppo economico
e coesione sociale, che passa addirittura dallo 0,5% al 6,3%. La caduta generalizzata
verso la dimensione internazionale l’avevano già riscontrata in occasione delle
categorie a cui bisognava dedicare maggiore attenzione, quando gli immigrati
erano percepiti meno importanti rispetto a un anno fa; mentre la crescita
importante (relativamente al bassissimo dato degli anni scorsi) dell’attenzione
verso i problemi di natura economica, come ambito in cui impegnarsi, è un po’ la
conseguenza dei disagi già registrati in precedenza, rivolta sia rispetto a sé stessi,
sia rispetto al resto della popolazione. Si ricorderà che l’emozione verso i bambini
che vivono in famiglie indigenti era al secondo posto, dopo gli ammalati e i disabili,
come categoria meritevole dell’aiuto.
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È interessante valutare queste risposte secondo alcuni criteri demografici, a partire
dall’età (Tabella 16). Scopriamo così che:
- la cultura, lo sport e la ricreazione sono il contesto preferito dalle classi
centrali di età, dai 30 ai 54 anni, così come l’ambiente, l’assistenza sociale
e la religione nella classe d’età immediatamente più alta (55-64 anni);
- si delinea un profilo nettamente diverso per i più giovani, i quali sono
pressoché gli unici a citare gli aspetti internazionali, così come prevalgono
anche nell’istruzione e ricerca, nello sviluppo economico e nella filantropia.
I giovani non disegnano però un approccio al volontariato completamente
nuovo, o rovesciato rispetto alle altre classi di età, ma certo aggiungono
delle caratteristiche che sono precipuamente loro, soprattutto se
considerate nel loro combinato disposto.
Si tratta comunque di indicazioni di carattere generale, perché per ogni settore
corrispondono varie modalità di fare attività di volontariato, anche nello stesso
ambito, soprattutto nel campo dell’assistenza, dell’ambiente e della filantropia.
Tabella 16 – Settori preferiti del volontariato secondo l’età degli intervistati
Settore preferito del volontariato /classe 18-29 30-54 55-64 Oltre 64
d’età anni anni anni anni
Cultura, sport e ricreazione 17,6 31,5 20,6 12,1
Istruzione e ricerca 16,9 14,4 9,7 9,6
Sanità 20,1 18,0 20,2 13,3
Assistenza sociale e protezione civile 22,3 42,9 37,2 33,4
Ambiente 37,5 41,0 21,0 33,9
Sviluppo economico e coesione sociale 11,4 4,6 5,9 6,4
Tutela dei diritti e attività politica 7,5 7,1 8,5 7,1
Filantropia e promozione del volontariato 14,0 4,6 3,5 3,5
Cooperazione e solidarietà internazionale 18,0 3,9 9,4 4,8
Religione 2,9 5,4 6,8 4,2
Fonte: indagine Sociometrica, 2023
È interessante vedere le preferenze del settore dove esercitare attività di
volontariato rispetto al genere degli intervistati. Si vede così che verso il settore
della cultura, dello sport e della ricreazione c’è una netta preferenza degli uomini
rispetto alle donne (28,2% contro il 16,0%); lo stesso accade verso la tutela dei
diritti politici (11,8% contro il 3,3%). Al contrario, è netta la preferenza femminile
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nei campi della sanità e in quello religioso (rispettivamente, 22,3% contro l’11,8% e
7,2% contro il 2,6%), mentre su tutte le altre aree non ci sono particolari distinzioni
da segnalare.
La disponibilità di contribuire economicamente alle attività delle associazioni di
volontariato può essere precisata anche in relazione al tipo di organizzazione da
sostenere. Nella nostra ricerca abbiamo presentato tre opzioni: i) fare attività
presso le associazioni locali che già si conoscono direttamente e personalmente; ii)
presso associazioni locali che si ha la possibilità di conoscere, controllare, valutare
di persona; iii) fare attività presso grandi associazioni riconosciute al livello globale
che hanno anche dei brand molto forti.
La preferenza dei cittadini della Toscana non lascia dubbi e si rivolge verso le
associazioni locali: il 47,9% (Tabella 17) dice di essere pronto a fare volontariato (o
a sostenere) le associazioni che “conoscono personalmente e direttamente”. Da
notare che, rispetto allo scorso anno, c’è una leggera riduzione, perché era del
51,3%; il 20,8% si dice disposto a farlo sempre verso associazioni locali, anche se
non le conosce (ma potrebbe facilmente conoscerle) e il 13,0% preferisce le grandi
associazioni internazionali con brand molto noti. Da notare, inoltre, che il numero
di persone che non è disposto a sostenere in nessun modo le associazioni di
volontariato è passato dall’11,5% dello scorso anno al 13,3% di quest’anno, un
ulteriore segno del disorientamento di cui più volte si è detto. Nonostante tutto,
quasi il 90% della popolazione della Toscana intende in qualche modo sostenere il
volontariato e sempre più le associazioni locali.
Tabella 17 – Preferenze di sostegno verso il tipo di associazione di volontariato
Tipo di associazioni di volontariato preferite 2023 (valori 2022 (valori
percentuali) percentuali)
Associazioni locali che conosco personalmente 47,9 51,3
Associazioni locali facili da conoscere 20,8 24,2
Grandi associazioni con brand globali 18,1 13,0
Nessuna associazione di nessun tipo 13,3 11,5
Totale 100,0 100,0
Fonte: indagine Sociometrica, 2022-23
Sintetizzando i contenuti di questo capitolo, possiamo affermare che di fronte a una
difficoltosa situazione complessiva del Paese, che si riverbera anche in Toscana, vi
è un leggero affievolimento della tensione positiva verso il volontariato, che non ne
inficia però gli assunti fondamentali. C’è la riduzione di cinque punti percentuali
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nella disponibilità a fare volontariato, ma si colloca comunque su una soglia molto
elevata, il 21,1%, vale a dire che più di un residente in Toscana su cinque è
disponibile, almeno in via generale, a svolgere attività di volontariato. Non c’è
un’indagine analoga per le altre regioni del Paese, ma l’impressione è che non sia
facile riscontrare una percentuale così elevata dappertutto.
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7. Conclusioni: la forza delle volontà soggettive
Il volontariato, come l’etimologia della parola stessa suggerisce, è essenzialmente
un atto di volontà personale. Non si può obbligare per legge a prestare volontariato;
allo stesso modo, non si può obbligare nessuno a farsi assistere, o a farsi aiutare. È
tutta una materia che esce da ogni vincolo “oggettivo” e si fonda totalmente sulla
volontà di chi aiuta e sulla volontà di farsi aiutare. È vero che esistono - eccome se
esistono - le associazioni di volontariato, che provvedono a strutturare, organizzare
e incanalare le volontà, ma il fenomeno resta sempre ancorato alle volontà singole,
in una parola alla soggettività, al sentire che un compito sociale è dovuto, non in
base a qualcosa di esterno, ma in base a qualcosa di interno, che ciascuno sente
dentro sé e poi esprime attraverso la disponibilità a offrire un aiuto agli altri, nelle
molteplici forme in cui questo può avvenire. Se questo è il contesto entro cui il
volontariato nasce, cresce e si sviluppa, è inevitabile che sia influenzato (e, a sua
volta, influenzi) il sentimento sociale prevalente, i suoi cambiamenti, così come i
suoi arretramenti.
Lo studio ci dice che siamo proprio in uno di quei momenti di arretramento,
congiunturale probabilmente, accidentale forse, in cui la società si sente meno
portata a esprimere un sentimento di solidarietà nella stessa misura in cui si
esprimeva anche poco tempo fa. Non è un fattore strutturale (e vedremo perché),
ma congiunturale, eppure fa sentire il suo impatto.
Come si è visto dalle numerose analisi qui presentate e dalla lettura dei dati che vi
sono connessi, si tratta di un affievolimento, non di una caduta di interesse verso il
volontariato, per altro in una regione che, come dimostrano le tre passate edizioni
di questa ricerca, ha sempre mostrato una fortissima tendenza alla solidarietà in
generale, e al volontariato in particolare. Il fattore che sembra incidere
maggiormente a formare questo clima un po’ meno favorevole al volontariato, è la
maggiore attenzione verso il sé più prossimo, verso sé stessi e la propria famiglia,
che sembra togliere un po’ dell’emozione da dedicare ai cerchi via via più lontani.
Incidono anche gli effetti mediatici negativi di casi giudiziari di alcuni usi strumentali
dei termini di volontariato da parte di soggetti lontani da questo mondo. Questa
influenza mediatica ha indotto dubbi e perplessità che poi, inevitabilmente,
seppure in maniera marginale, hanno creato incertezze rispetto al mondo del
volontariato.
Perché gli elementi qui descritti non inducono al pessimismo? Ci sono molte ragioni,
come la tradizione solidale della Toscana molto ramificata; un livello comunque
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elevatissimo di riconoscimento del valore del volontariato; ma soprattutto alcuni
fatti che si possono evincere da questa stessa indagine. Ad esempio, c’è una grande
propensione della popolazione al dono: aiutare famiglie bisognose, donare il
sangue, partecipare a programmi di assistenza sociale e così via. Non solo è alto il
numero delle persone che fa già, al livello individuale, oltre che organizzato, queste
attività benefiche, ma è altrettanto alta la disponibilità a farle nel futuro prossimo,
al verificarsi di condizioni oggettive e soggettive che lo permettano.
L’aspetto che, oltre a quello menzionato, induce all’ottimismo è dato in questa
stessa ricerca dal confronto tra la percezione del valore delle associazioni del
volontariato e dei volontari stessi. In via teorica non dovrebbe esserci differenza
nella percezione delle organizzazioni e degli organizzati. Invece, troviamo una certa
differenziazione dei giudizi: mentre l’ombra sulle associazioni determina un piccolo
calo del giudizio di valore, questo non succede affatto sugli associati, vale a dire sui
volontari, che anzi sono percepiti ancora meglio dei livelli, pur estremamente
lodevoli, dei precedenti anni. Succede in molti casi quando si analizzano
fenomenologie sociali molto discusse sul piano dell’opinione pubblica, che la
percezione sia influenzata dall’onda superficiale spinta dai meccanismi mediatici,
soprattutto di quelli digitali, che spingono verso la polarizzazione delle opinioni e
anche dei sentimenti. Quando, invece, il focus non va sulla discussione generale,
appunto “ideologica”, ma sulla concretezza dei fatti e delle persone, allora succede
che i giudizi siano differenti.
Nella ricerca sono emersi anche elementi oggettivi di difficoltà della società
toscana, legati alla situazione economica, agli sconvolgimenti del biennio Covid e
alle trasformazioni che ha comportato in molti campi, non ultime sulle relazioni
umane. Queste difficoltà non possono che richiamare, al di là delle politiche dei
decisori pubblici, l’assunzione di responsabilità, individuale e collettiva, affinché si
possa uscire dalla congiuntura con una società più solidale e possibilmente più
felice. Per raggiungere questo obiettivo, come ampiamente affermato dagli
intervistati, il ruolo del volontariato è fondamentale, perché è uno dei pochi modi
attraverso cui si può sopperire alle divisioni sociali e alle difficoltà economiche del
momento.
Il volontariato, come detto all’inizio, è l’incontro tra le volontà soggettive di chi offre
aiuto e chi lo domanda. L’esistenza e moltiplicazione di queste relazioni, al di là dei
contenuti e dei benefici concreti raggiunti, è il modo attraverso cui la società
toscana può rafforzare la sua coesione. La percezione del volontariato è sempre
una prospettiva privilegiata per osservare quel che succede nella società e per
capire i suoi sentimenti prevalenti.
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8. Nota metodologica
Il presente Rapporto raccoglie i risultati di una indagine demoscopica realizzata
presso un campione rappresentativo della popolazione della regione Toscana
superiore ai 18 anni. La numerosità campionaria è stata di 800 casi (800 interviste
a buon fine) composta in funzione della provincia di residenza (10 classi), della
classe di età (4 classi), del genere (2 classi), del titolo di studio (4 classi) e della
condizione professionale (8 classi). le interviste sono state realizzate nell’ultima
settimana di gennaio e nel febbraio 2023.
Tab. 19 – Popolazione della Toscana superiore a 18 anni*
18-29 anni 30-54 anni 55-64 anni >64 anni Totale
Maschi 58.210 172.761 64.931 109.295 405.197
Firenze
Femmine 54.307 180.055 70.876 146.101 451.339
Maschi 15.431 46.406 16.143 24.850 102.830
Prato
Femmine 14.266 47.097 17.494 32.307 111.164
Maschi 16.399 50.101 19.629 31.979 118.108
Pistoia
Femmine 15.411 52.043 20.926 41.732 130.112
Maschi 15.558 44.982 17.396 30.210 108.146
Siena
Femmine 14.174 46.672 19.097 39.267 119.210
Maschi 24.116 74.738 27.227 44.342 170.423
Pisa
Femmine 22.171 74.481 29.290 57.706 183.648
Maschi 20.179 59.022 22.846 38.521 140.568
Arezzo
Femmine 18.441 60.040 24.321 48.000 150.802
Massa Maschi 10.643 33.134 14.223 22.437 80.437
Carrara Femmine 9.773 33.017 15.190 29.918 87.898
Maschi 21.853 66.154 26.950 43.216 158.173
Lucca
Femmine 20.004 67.986 28.583 56.391 172.964
Maschi 12.265 36.934 15.385 26.622 91.206
Grosseto
Femmine 11.163 37.683 16.980 34.168 99.994
Maschi 18.309 56.682 22.652 39.114 136.757
Livorno
Femmine 16.489 57.872 24.848 50.912 150.121
Totale 409.162 1.297.860 514.987 947.088 3.169.097
Fonte: ISTAT, 2022
Il metodo di contatto e tecnica di rilevazione. Interviste effettuate con il sistema
CATI (Computer Aided Telephone Interview) e CAWI (Computer Aided Web
Interview) per mezzo di un questionario strutturato, preventivamente concordato
con Cesvot.
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Gruppo di lavoro. Le interviste sono state effettuate da intervistatori professionisti,
preventivamente formati allo svolgimento del lavoro per mezzo di apposite sessioni
di briefing. Il gruppo di lavoro per le interviste è stato coordinato da un
Responsabile del Field.
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Giving and Volunteering in Tuscany
The survey commissioned by Cesvot on the perception of volunteering in Tuscany and residents' propensity to give.
