2020 · Società e Terzo Settore
L'impatto dell'epidemia Covid sul Terzo settore in Toscana
Quasi l'80% delle associazioni ha ridotto l'attività e il 14,2% ha chiuso: la misura del duro colpo subito dal Terzo settore toscano.
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Sociometrica (2020). L'impatto dell'epidemia Covid sul Terzo settore in Toscana. https://www.sociometrica.it/research/covid-terzo-settore-toscana
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IL TERZO SETTORE
ALLA PROVA PIU’ DIFFICILE
INDAGINE SULL’IMPATTO DELL’EPIDEMIA IN TOSCANA
SETTEMBRE
2020
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INDICE
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______________________________________
Le conseguenze dell’epidemia
6
______________________________________
L’impatto sulle attività
11
______________________________________
L’impatto economico
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______________________________________
L’impatto sui volontari
19
______________________________________
L’impatto sugli eventi
22
______________________________________
L’impatto sul futuro
28
______________________________________
Conclusioni: nuove paure, nuove convinzioni
31
______________________________________
Nota metodologica
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Il presente Report è stato realizzato da un gruppo di lavoro di Sociometrica, diretto
da Antonio Preiti su incarico di CESVOT.
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L E CONSEGUENZE DELL ’ EPIDEMIA
Nessuno poteva immaginare lo scoppio dell’epidemia del Covid_19.
Qualcuno ha subito immaginato quali potevano essere (e sono state) le sue
conseguenze economiche, sociali e persino psicologiche. In pochissimi però
hanno chiaro, ancora adesso, quale sia l’impatto dell’epidemia sulle
associazioni di volontariato, sulle imprese sociali, sulle cooperative sociali,
cioè sul grande e variegato mondo del Terzo Settore.
Per questa ragione si è deciso di svolgere la prima indagine sull’impatto
dell’epidemia sulle singole associazioni, cooperative sociali e imprese
sociali. Non solo e non tanto sull’impatto dell’epidemia in sé, ma sulle sue
conseguenze delle misure per contrastarla, degli atteggiamenti generali
della popolazione, del funzionamento specifico di alcuni settori
dell’intervento nel settore della sanità e, in generale, dei servizi di
assistenza personale.
Non c’è solo una valutazione dell’impatto, di ciò che è stato cronaca, e che
oggi è già storia, ma l’attenzione è posta soprattutto sul futuro: cosa
cambierà in maniera strutturale per le associazioni di volontariato? Sarà più
facile o più difficile fare questo lavoro vitale per alcuni gruppi sociali da cui
essi trovano risposte, sollievo e soluzioni ai loro problemi? E, per precipitare
nel presente, quali sono le condizioni economiche in cui vivono oggi gli enti
del terzo settore in Toscana? E ancora: lo spirito del volontariato, quello
che spinge centinaia e centinaia di persone a dedicare attenzione, energie,
lavoro gratuito agli altri, è stato colpito dall’epidemia? È ancora vivo, o è
stato intaccato dalle conseguenze dell’epidemia?
Sono domande cruciali che in questo momento occorre porsi, perché una
società viva come quella Toscana, non può che guardare al mondo del
volontariato come si guarda a qualcosa di prezioso, di vitale appunto, non
in via astratta, ma nel concreto delle sue opere e dei benefici che la società
ne trae, soprattutto per quella parte che è meno nota, meno forte e meno
fortunata.
L’indagine allora serve a questo: a stabilire cos’è successo nel concreto in
questi mesi; qual è la situazione presente e come si delinea il futuro degli
enti del Terzo settore in Toscana. Non si voleva semplicemente appuntare
i problemi possibili, o probabili, come accade ogni volta che le questioni
sono viste in astratto, dall’alto; ma andare nel concreto della vita delle
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associazioni per sentire dalla loro voce non solo il racconto del passato
prossimo e del presente, ma soprattutto capire quale futuro si apre davanti
al mondo del volontariato.
Non nascondiamo che una preoccupazione sottotraccia è presente in ogni
parte del lavoro e si esplicita nella parte finale. Possiamo definirla come
l’analisi dello stato psicologico, temperamentale, interiore della gente che
fa volontariato. Sappiamo che volontariato è il termine che direttamente
deriva da volontà, cioè dalla decisione di fare qualcosa, che dipende sempre
dallo stato dell’animo, dalle cose che si hanno in testa, da quel che si pensa.
Possiamo rendere la questione anche con altre parole: quanto è forte da
parte delle associazioni di volontariato la volontà di continuare la loro
missione? Ci siamo avvicinati a quest’ultima domanda con un leggero
brivido, ma con la convinzione profonda che quella volontà non sarebbe
stato facile “addomesticarla”, neppure da un virus… ma vediamo le
risposte.
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L ’ IMPATTO SULLE ATTIVITA ’
La prima questione è naturalmente una valutazione dell’impatto
dell’epidemia sulle attività elle associazioni del Terzo settore. Cosa è
successo in questi mesi? Teoricamente poteva succedere di tutto, ed è
successo di tutto, ma è importante stabilire con precisione cos’è avvenuto
e cosa sta avvenendo nel campo specifico degli Enti che lavorano nel Terzo
settore in Toscana.
L’impatto è stato nettamente negativo. Le associazioni che hanno
incrementato le loro attività rappresentano l’8,1% (Tab. 1), perciò meno di
una su dieci. Era anche teoricamente possibile pensare che potessero
aumentare le loro attività, essendo in buona parte impegnate proprio nel
campo sanitario; ma non è avvenuto. La maggioranza ha subìto una caduta
netta delle attività: il 29,6% con una riduzione che ha superato il 50% e un
29,0 % per le quali la riduzione è stata notevole (più del 15%), ma non ha
raggiunto la soglia del 50%. Sommando le due situazioni si arriva al 58,6%
di associazioni che ha visto ridursi le proprie attività in maniera
considerevole. Non basta, perché il 14,2% delle associazioni ha chiuso (o
sospeso) tutte le attività. Le associazioni che sono rimaste più o meno sullo
stesso livello pre-covid rappresentano il 19,1%. In sostanza, riducendo tutto
a una sintesi estrema ma essenziale, abbiamo l’8,1% che ha aumentato le
attività, il 19,1% che l’ha mantenute al livello precedente e il 72,8% che
ridotto (o chiuso) le attività. Detto in parole ancora più chiare: tre enti su
quattro fanno registrare un rilevante segno negativo.
Tab. 1 – Impatto del Covid_19 sulle attività degli Ets
Misura dell’impatto dell’epidemia Covid_19 sugli Ets (in %)
L’epidemia del Covid_19 ha messo in luce nuovi bisogni e nuove esigenze del
Terzo Settore. In riferimento alle attività del suo ETS, ci può indicare se e quanto
sono cambiate rispetto a prima dell’epidemia? Consideri non il periodo del
lockdown, cioè della chiusura generale delle attività, ma il periodo successivo,
facendo proiezioni anche per l’autunno e la fine dell’anno.
Abbiamo chiuso (o sospeso) le attività 14,2
Abbiamo ridotto notevolmente le attività (riduzione + del 50%) 29,6
Abbiamo ridotto abbastanza le attività (riduzione - del 50%) 29,0
Abbiamo sostanzialmente le stesse attività (+/- del 15%) 19,1
Abbiamo aumentato le nostre attività 8,1
Totale 100,0
Fonte: indagine Sociometrica, 2020
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Il quadro regionale generale appena descritto non si distribuisce in maniera
uniforme nelle varie province. Anzi, la situazione appare molto
diversificata. Se consideriamo la somma di tutte le situazioni negative,
perciò comprendendo sia quanti hanno sospeso o annullato le attività e
quelli che le hanno ridotte, si arriva a registrare che in provincia di Pisa
l’insieme che ha avuto impatto negativo arriva addirittura all’84,3% degli
Ets, mentre nella stessa situazione si trova il 65,4% della provincia di Lucca,
perciò ci sono 15 punti di differenza. Le altre province si collocano tra questi
due estremi.
Fatte queste differenze, è necessario aggiungere che anche nella situazione
meno colpita, quella di Lucca, siamo comunque oltre il 65% di Ets in grande
difficoltà. Differenze evidenti, ma in un contesto purtroppo negativo in
tutte le province.
Tab. 2 – Riduzione delle attività degli Ets, per provincia
Fonte: indagine Sociometrica, 2020
Differenze che sono ancora più accentuate, se si considera in particolare la
situazione di chiusura o sospensione completa delle attività, che è stata in
media del 14,2%. Nel caso di Siena si arriva addirittura al 27,8% e pressoché
alla stessa soglia si colloca Pistoia, con il 25,0%. Quasi sulla stessa linea
negativa c’è anche Grosseto, con il 23,1%. In sostanza, abbiamo tre
province in cui circa un Ets su quattro ha chiuso o sospeso completamente
le sue attività. Situazione nettamente migliore a Prato, dove ha chiuso solo
il 3,9%, lieve situazione anche a Livorno, dove la chiusura ha interessato
l’8,1%, mentre una situazione significativa, ma non drammatica, di chiusure
si registra nelle altre province (Tab.3).
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Tab. 3 – Ets che hanno chiuso o sospeso completamente le attività, per provincia
Fonte: indagine Sociometrica, 2020
È importante considerare l’impatto non solo sul piano territoriale,
segnatamente delle province, ma anche secondo la tipologia dell’ente. Nel
condurre l’indagine abbiamo suddiviso tutti gli Ets in quattro categorie: le
organizzazioni di volontariato; le associazioni di promozione sociale; le
cooperative sociali; gli enti iscritti all’anagrafe delle onlus. In questo modo
si potrà valutare se la tipologia di ente cambia o meno la natura e l’intensità
dell’impatto dell’epidemia.
Tab. 4 - Impatto del Covid_19 sulle attività degli Ets per tipologia
Numero degli Ets che hanno chiuso o sospeso le attività (in %)
Tipologia dell’ente Attività chiusa Attività in crescita
o sospesa
Organizzazioni del volontariato 11,7 12,2
Associazioni di promozione sociale 17,5 4,3
Onlus 20,3 0,0
Cooperative sociali 10,2 5,6
Media totale 14,2 8,1
Fonte: indagine Sociometrica, 2020
Come si può osservare, per quanto riguarda le chiusure nette, sono state
particolarmente colpite le Onlus e le associazioni di promozione sociale,
mentre quelle meno colpite sono le associazioni di volontariato e le
cooperative sociali. Se, invece, consideriamo tutte le situazioni di riduzione
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delle attività e non solo delle chiusure totali, allora le cooperative sociali
rappresentano la tipologia più colpita.
Se, invece, consideriamo gli Ets che hanno incrementato le attività,
scopriamo che le organizzazioni di volontariato sono sopra la media, con il
12,2 % che ha incrementato le sue attività, quasi sempre nel settore della
sanità, mente nessuna Onlus ha aumentato le attività.
Finora abbiamo visto l’impatto dell’epidemia sui volumi delle attività,
adesso vediamo se e quanto il Covid ha fatto cambiare il modo di lavorare
degli enti del terzo settore.
Ovviamente dobbiamo escludere il 14,2% che, avendo chiuso o sospeso le
attività, non ha potuto sperimentare eventuali cambiamenti, scelti o
dovuti, e causati dallo scoppio dell’epidemia (Tab. 5). Un ente su tre ha
cambiato le sue modalità organizzative durante e dopo l’epidemia. Il 26,8%
(perciò un po’ più di un ente su quattro) ha avuto cambiamenti
considerevoli e il 10,8% ha cambiato totalmente. Sommando la tassonomia
dei cambiamenti (da quelli totali a quelli rilevanti) si arriva al 71,2% di enti
che hanno dovuto cambiare il loro modo di lavorare. Solo il 14,6 % non ha
cambiato nulla. In verità, se volessimo misurare nel suo insieme i
cambiamenti imposti dalla diffusione dell’epidemia, dovremmo
comprendere anche gli enti che hanno sospeso le attività (evidentemente
lo hanno fatto perché avevano l’impossibilità di usare modalità alternative
a quelle disponibili); così facendo avremo raggiunto la soglia dell’86% di
enti che in una maniera o nell’altra ha dovuto cambiare il modo di lavorare
(o di non lavorare).
Tab. 5 – Impatto del Covid_19 sul modo di lavorare degli Ets
L’impatto dell’epidemia Covid_19 sul modo di operare degli Ets (in %)
Dal punto di vista qualitativo, cioè delle modalità di erogazione dei servizi, com’è
cambiato il modo di lavorare del suo ente?
Abbiamo chiuso (o sospeso) le attività 14,2
È cambiato totalmente 10,8
È cambiato abbastanza 26,8
È cambiato solo in alcune modalità organizzative 33,6
Non è cambiato nulla 14,6
Totale 100,0
Fonte: indagine Sociometrica, 2020
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Su questi aspetti è molto complicato esaminare gli incroci dei dati generali
con la provincia o con la tipologia dell’ente, perché la varietà delle situazioni
è enorme e non ci permette, almeno a questo livello di dettaglio, di arrivare
a valutazioni di maggiore precisione.
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L ’ IMPATTO ECONOMICO
Una volta osservato in generale l’impatto dell’epidemia sugli enti del Terzo
settore, e constatato come abbia cambiato, al di là dei volumi di attività,
anche il loro modo di lavorare, occorre scendere ancora più nel merito, cioè
valutare dove l’impatto si è maggiormente registrato: in quali aree, e in
quale modalità si è espresso maggiormente.
La prima questione riguarda la disponibilità di risorse economiche. La metà
degli enti si trova in una situazione di pesante difficoltà, con il 16,3% che ha
perso gran parte delle risorse di cui avrebbe bisogno per svolgere le sue
attività e il 33,5% che registra “rilevanti” difficoltà economiche (Tab. 6). C’è
poi un 38,5% che ha delle difficoltà, che non gli impedisce però di poter
svolgere le proprie attività. Solo il 10,9% non registra alcuna difficoltà; lo
0,9% si ritrova più risorse rispetto a prima.
Tab. 6 – Impatto del Covid_19 sulla disponibilità di risorse degli Ets
L’impatto dell’epidemia Covid_19 sul modo di operare degli Ets (in %)
Ci può indicare qual è stato l’impatto delle politiche di contenimento
dell’epidemia sulle risorse economiche a disposizione del suo ETS? Risponda
guardando non solo a quel che è accaduto nei mesi scorsi, ma anche alla
prospettiva di fine anno e inizio 2021
Siamo in grandissima difficoltà, abbiamo perso gran parte delle 16,3
risorse di cui abbiamo bisogno;
Abbiamo una rilevante difficoltà, meno risorse rispetto a prima; 33,5
Abbiamo qualche difficoltà, ma non pregiudica le nostre 38,5
attività;
Non abbiamo avuto alcuna difficoltà; 10,9
Abbiamo più risorse rispetto a prima 0,9
Totale 100,0
Fonte: indagine Sociometrica, 2020
In buona sostanza il 90% circa degli enti del Terzo settore in Toscana ha
subìto una riduzione delle risorse economiche disponibili per svolgere la
sua missione. Vediamo adesso la situazione nelle varie province. In questo
caso le differenze sono molto rilevanti. A Siena quasi un ente su tre (32,1%)
è in una situazione economica “gravissima”, mentre nella stessa situazione
si trova “solo” il 7,2% degli enti di Pisa (Tab. 7). Perciò la gamma è molto
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ampia, con province che sono molto in difficoltà e altre che lo sono di meno,
sempre dal punto di vista delle risorse economiche disponibili.
Tab. 7 –Ets che si trovano in una situazione “gravissima” per provincia
Fonte: indagine Sociometrica, 2020
Se confrontiamo questi dati, relativi alle gravi difficoltà economiche, con
quelle della Tab. 3 relative alla chiusura o sospensione delle attività,
vedremo che Siena è al primo posto nei due casi e anche Grosseto e Pistoia
sono nei primi quattro posti in entrambi i casi, perciò è evidente che sono
proprio le difficoltà economiche gravissime ad aver provocato la chiusura o
la sospensione totale delle attività.
Le differenze notevoli che abbiamo riscontrato nella situazione delle varie
province, non la vediamo, almeno così accentuata, nel caso delle tipologie
degli enti. Quelli maggiormente in difficoltà, rispetto alle risorse
economiche, sono le cooperative sociali, che sono le stesse che poi hanno
registrato anche la caduta più evidente nel volume delle attività. Nel
complesso le differenze però sono nettamente inferiori rispetto alle
province.
A questo punto ci sembra opportuno fare una valutazione quantitativa
della caduta nella disponibilità di risorse. Escludendo l’11,8% degli enti che
non registra nessuna caduta, abbiamo la maggioranza degli enti (47,4%)
che ha registrato un ribasso superiore al 25%; poi il 40,8% è rimasto sotto
il 25%. Da notare che un ente ogni dieci ha fatto registrare una caduta di
oltre il 75% (Tab. 8). Volendo semplificare, e ponendo la soglia del 25% di
caduta delle disponibilità economiche come una soglia significativa,
possiamo dire che l’11,8% degli Enti non fa registrare nessuna caduta; il
40,8% resta sotto la soglia più critica e il 47,4% supera la soglia critica. La
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conclusione perciò è che la metà degli Ets in Toscana ha oggi problemi
economici rilevanti.
Tab. 8 – Entità della caduta delle disponibilità economiche degli Ets
Entità della caduta delle disponibilità economiche degli Ets (in %)
In riferimento alla domanda precedente, potrebbe indicarci la percentuale di
ribasso (se c’è stato un ribasso) delle risorse economiche disponibili rispetto a
prima della pandemia?
Nessun ribasso 11,8
Un ribasso inferiore al 25% 40,8
Un ribasso dal 26 al 50% 26,8
Un ribasso dal 51 al 75% 10,6
Un ribasso superiore al 75% 10,0
Totale 10,0
Fonte: indagine Sociometrica, 2020
Una volta esaminati gli aspetti sia della riduzione del volume delle attività
che delle difficoltà economiche, inclusa la loro quantificazione di dettaglio,
affrontiamo la natura delle difficoltà economiche. Bisogna innanzitutto
sottolineare come la difficoltà maggiore è proprio di carattere operativo,
correlata alla concretezza delle attività degli Ets. Il 43,7%, perciò quasi la
metà di tutti gli enti, ha denunciato la difficoltà a reperire risorse
economiche per le attività correnti (Tab. 9). Non si tratta perciò di
investimenti, di cominciare nuove attività, e di raccogliere le risorse
necessarie per farlo, ma proprio per rispondere alle esigenze più operative,
più immediate, più necessarie. Al secondo posto ci sono le difficoltà a
finanziare le maggiori spese per garantire le condizioni di sicurezza sia dei
volontari e degli addetti delle associazioni che degli stessi utenti e
beneficiari delle attività. Questo problema è incontrato dal 19,5% degli enti.
Per il 15,6% degli Enti c’è addirittura la difficoltà a pagare l’affitto delle sedi,
o le utenze che arrivano secondo la loro ineluttabile cadenza programmata.
C’è anche il 4,7% degli Enti che denuncia la difficoltà a rimborsare le spese
di trasporto di volontari e addetti. Anche questo tipo di spesa si inscrive nel
novero delle spese del giorno-per-giorno, imprescindibili, inderogabili,
senza adempiere alle quali ogni attività viene compromessa.
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Altre difficoltà si riferiscono al difficile accesso agli strumenti finanziari o al
credito e anche rispetto l’accesso alla cassa integrazione dei dipendenti, nei
casi in cui esiste questa necessità. Il 34,5% degli Enti cita spese molto
specifiche rispetto all’ambito in cui agisce, perciò sono state raggruppate
nella categoria “altre spese”.
Tab. 9 – Natura specifica delle difficoltà economiche degli Ets
Natura dei problemi economici degli Ets (in %) *
Può dirci la natura dei problemi economici e finanziari che la sua associazione
sta riscontrando?
Difficoltà a reperire risorse per le nostre attività correnti 43,7
Maggiori spese correnti per garantire la sicurezza 19,5
Affitto della sede e spese incomprimibili (utenze, ecc.) 15,6
Difficile accesso a strumenti finanziari o al credito 4,9
Accesso alla cassa integrazione dipendenti 4,8
Difficoltà a rimborsare spese di trasporto, e altre spese 4,7
Altre spese specifiche inerenti alla natura dei servizi 34,5
Fonte: indagine Sociometrica, 2020. *possibili fino a due risposte, perciò totale
superiore a 100
I risultati, da cui si evince chiaramente che le difficoltà economiche sono
concentrate nella conduzione delle attività correnti, data la loro
generalizzazione, rendono superflui gli approfondimenti per provincia e per
tipologia dell’ente. Sia pure con qualche differenza interna non decisiva,
possiamo dire che questa situazione si ritrova dovunque. Per altro, non si
tratta di associazioni particolarmente complesse dal punto di vista
economico-finanziario, perciò non era neppure da aspettarsi difficoltà di
natura diversa da quelle registrate, tuttavia dato che incidono nel vivo delle
loro attività, per molti versi, sono le peggiori difficoltà che potevano
incontrare.
Ci si chiede se e come gli Ets abbiano utilizzato qualcuno dei provvedimenti
emanati dal governo per far fronte alle conseguenze dell’epidemia. Il 73,7%
degli Ets non ha potuto utilizzare nessuno strumento fra quelli finora
disponibili (Tab. 10). Anche se il 9,2% pensa di utilizzare qualche norma in
futuro, resta comunque bassissimo il numero di Ets che ha fatto ricorso, o
intende far ricorso, ai provvedimenti di aiuto del governo.
Quali sono le ragioni? Sono molteplici e non ancora del tutto evidenti.
Certamente non ci sono stati provvedimenti specifici che hanno messo in
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campo con aiuti o con attività gli Ets per combattere l’epidemia, o
comunque per attuare le norme del suo contenimento o per alleggerire le
situazioni di quanti, soprattutto gli anziani, si sono trovati nelle maggiori
difficoltà. Certamente gli Ets, fondandosi sul lavoro volontario, non hanno
dipendenti (in numero cospicuo), da mettere in cassa integrazione o
supporto dei redditi non percepiti, appunto perché si tratta in gran parte di
lavoro volontario. Certamente si tratta di associazioni molto semplici, che
non hanno modo di districarsi facilmente nelle norme. Come che sia, si
tratta di entità che non hanno avuto accesso alle norme emanate
sull’impatto dell’epidemia.
Tab. 10 – Utilizzo della normativa di aiuto sul Covid da parte degli Ets
Numero di Ets che ha utilizzato norme di aiuto (in %)
La sua associazione ha fatto ricorso alle agevolazioni regolamentate dai diversi
decreti (come il Decreto Rilancio o altri provvedimenti)?
Sì 17,3
No 73,7
Non ancora, ma pensano di farlo 9,2
Totale 100,0
Fonte: indagine Sociometrica, 2020.
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L ’ IMPATTO SUI VOLONTARI
Si sa perfettamente che il lavoro degli Ets è fondato sul volontariato, perciò
sulla capacità e disponibilità delle persone, come decisione liberamente
presa, di servire e aiutare chi ha più bisogno. Per questa ragione ci sono due
nodi cruciali che l’epidemia ha messo in evidenza in maniera critica: il primo
riguarda la circostanza che gran parte del lavoro degli Ets è un lavoro di
relazioni umane. Sono azioni di relazione quelle che vengono messe in
campo in gran parte del lavoro degli Ets e per svolgere queste relazioni,
naturalmente, c’è bisogno di un lavoro di contatto. Il distanziamento
sociale in questo contesto rappresenta una difficoltà potenzialmente
micidiale.
In via teorica era possibile immaginare che il lavoro di volontariato avrebbe
ricevuto colpi fortissimi soprattutto come conseguenza di questi aspetti
relazionali, che implicano comunque un forte contatto dei volontari con i
beneficiari degli interventi. Detto con parole più stringenti: era possibile
che i volontari si ritraessero di fronte al pericolo del contagio, così come era
possibile che analoga paura avesse anche chi ne riceveva il beneficio,
sempre per le ragioni del potenziale contagio. Questo impatto c’è stato, ma
è stato limitato, cioè non ha pregiudicato l’attività di gran parte delle
associazioni, che non hanno “abdicato” alla loro funzione: le associazioni
non hanno rinunciato alla loro missione. Vediamo meglio qualche dato.
Tab. 11 – Impatto dell’epidemia sulla disponibilità di risorse umane
Impatto sulla disponibilità di risorse umane degli Ets (in %)
Ci può indicare qual è stato l’impatto sulle risorse umane (volontari) a
disposizione del suo ETS? Risponda guardando non solo a quel che è accaduto
nei mesi scorsi, ma anche in prospettiva fine anno e inizio 2021
Non abbiamo nessuna difficoltà 34,5
Abbiamo qualche difficoltà 26,0
Abbiamo difficoltà, ma senza pregiudicare le attività 19,9
Abbiamo avuto una grandissima difficoltà nelle risorse umane 14,0
Abbiamo più risorse umane disponibili rispetto a prima 5,6
Totale 100,0
Fonte: indagine Sociometrica, 2020
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Il 34,5% (Tab. 11) degli Ets dichiara che non ha avuto alcuna difficoltà dal
punto di vista della disponibilità dei volontari a continuare a svolgere il loro
compito, il 26,0% ha segnalato qualche difficoltà e il 19,9% difficoltà più
rilevanti, senza però inficiare la funzionalità delle associazioni. C’è poi un
5,6% di Ets che segnala di avere ancora più risorse umane disponibili per il
volontariato in questo periodo. Il 14,0% ha, invece, dichiarato una
“grandissima” difficoltà nell’ambito della disponibilità delle risorse umane.
In questo ambito registriamo delle rilevanti differenze fra le varie province:
il minore disagio si registra a Firenze e a Livorno, che si distanziano molto,
sotto questo aspetto, dal resto delle altre province toscane, e soprattutto
da Arezzo, Grosseto e Pistoia (Tab. 12).
Tab. 12 – Ets senza difficoltà sulle risorse umane, per provincia
Fonte: indagine Sociometrica, 2020
Adesso entriamo più nel dettaglio per quanto riguarda le difficoltà sul piano
delle risorse umane, focalizzando l’attenzione sui volontari, che
rappresentano il cuore di tutto il Terzo settore. Questo ci viene confermato
dalla coincidenza di una percentuale: abbiamo registrato che, in generale,
il 34,5% degli enti non ha avuto difficoltà sul piano delle risorse umane,
quando focalizziamo l’attenzione proprio sui volontari, il livello di non
difficoltà coincide, essendo il 34,7% (Tab. 13). Se circa un ente su tre non
ha avuto difficoltà sui volontari, non si può dire altrettanto del 65,5% che,
al contrario, ne ha avute tante. Abbiamo voluto anche vedere se le difficoltà
fossero concentrate su una fascia d’età (magari sui più anziani) o altrimenti
non ci fosse alcuna distinzione. La conclusione è che la difficoltà è
generalizzata. Il 7,3% degli enti dichiara che la maggiore difficoltà è stata
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tra gli anziani, e il 6,8%, invece, che è stata trai i più giovani (meno di 35
anni) e ancora il 5,9% nelle fasce centrali d’età. Il 45,4% dichiara che non ci
sono distinzioni d’età rispetto alla difficoltà di lavorare con i volontari.
Tab. 13 – Difficoltà nel lavoro e nella disponibilità dei volontari
Difficoltà degli Ets nell’utilizzo e nella disponibilità dei volontari (in %)
Ci può indicare, se durante il lockdown è diminuito il numero e/o l’impegno
dei volontari, e nel caso, in quale fascia d’età principalmente?
Non abbiamo nessuna difficoltà 34,7
Abbiamo diminuzione generalizzata 45,4
Abbiamo diminuzione fra i più giovani (fino a 35 anni) 6,8
Abbiamo diminuzione nelle fasce centrali (da 35 a 65 anni) 5,9
Abbiamo diminuzione nella fascia più elevata (più 65 anni) 7,3
Totale 100,0
Fonte: indagine Sociometrica, 2020
Il problema fondamentale (o lo vedremo meglio tra poco) non è tanto nella
mancata disponibilità dei volontari, quanto nella difficoltà a farli lavorare,
a far svolgere loro le funzioni e le attività. Questo si vede bene analizzando
le rispose a una domanda sulle specifiche difficoltà degli Ets in questo
periodo sospeso tra il durante e il post-covid.
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L ’ IMPATTO SUGLI EVENTI
Sono due le difficoltà generali più grandi con cui si devono confrontare oggi:
la difficoltà a svolgere eventi per reperire risorse economiche (segnalato
dal 30,0% degli Ets) e la difficoltà a lavorare con gli attuali protocolli di
sicurezza (segnalato dal 20,6%). Il mix delle due difficoltà mette
attualmente in serissima difficoltà gli Ets (Tab. 14). Ricordiamo che buona
parte delle risorse degli Ets deriva dalle attività promozionali e di
mobilitazioni intorno alla solidarietà. Molte associazioni organizzano eventi
nei quali mettono in rilievo la necessità (o l’opportunità) di lavorare per
aiutare una o l’altra delle categorie sociali più disagiate e, nel mentre lo
fanno, aiutano le persone, raccolgono fondi per aiutarli e mobilitano i
volontari per concorrere a farlo. È un insieme di attività strettamente
collegato al suo interno: quando funziona ogni parte ha un riverbero
positivo sull’altra e viceversa.
La carenza di volontari in senso stretto, cioè la difficoltà di reperire persone
a fare volontariato, si registra solo nel 7,6% degli Ets, perciò ha il suo peso,
ma non è così rilevante. Viene segnalata dal 7,0% la difficoltà a interloquire
e collaborare con gli enti pubblici locali, mentre sono varie le difficoltà
inerenti le misure di contenimento dell’epidemia: si è già detto del 20,6%
che dichiara la difficoltà a lavorare con gli attuali protocolli, a questo
aspetto bisogna aggiungere (non in senso aritmetico, perché erano possibili
fino a due risposte alla domanda, perciò il totale è maggiore di 100) ma
come ulteriore argomento, chi denuncia una mancata chiarezza nelle
norme (6,5%), e chi dichiara di avere difficoltà a reperire (o acquistare) i
dispositivi di sicurezza (1,4%).
C’era anche, in via teorica, la preoccupazione che la gente spaventata dal
contagio avesse diffidenza verso i volontari, relativamente alla loro
presenza fisica e perciò ai rischi di contagio. Questo pericolo però è
sostanzialmente scongiurato, perché segnala problemi di questo tipo solo
il 2,3% degli Ets. Questo dovrebbe portare a un ripensamento verso la
possibilità piena di riprendere a svolgere eventi che promuovano il
volontariato e la necessità che la società si impegni nell’aiuto ai più
bisognosi.
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Tab. 14 – Difficoltà specifiche nel lavoro degli Ets
Difficoltà degli Ets nell’utilizzo e nella disponibilità dei volontari (in %)
In particolare, quale o quali delle seguenti difficoltà specifiche il suo ETS ha
incontrato o pensa di trovare nel prossimo futuro? (massimo due risposte)
difficoltà a svolgere eventi per reperire risorse economiche 30,0
Difficoltà a lavorare con i protocolli di sicurezza 20,6
Difficoltà per i volontari di svolgere le loro attività 8,7
Disinteresse della popolazione verso le attività di volontariato 8,3
Carenza o mancanza di volontari 7,6
Difficoltà a parlare/collaborare con enti locali e enti pubblici 7,0
Incertezza e scarsa chiarezza su norme di sicurezza 6,5
Paura della gente ad accogliere i volontari 2,3
Difficoltà a reperire o acquistare dispositivi di sicurezza 1,4
Fonte: indagine Sociometrica, 2020
Si è già sottolineata la difficoltà specifica di far svolgere ai volontari le loro
attività; su questo punto si registrano grandi differenze tra una provincia e
l’altra. In alcune province come Pistoia e Livorno le difficoltà sono minime,
mentre sono molto pronunciate a Siena, Firenze e Arezzo, per le quali si
supera sempre la soglia del 10% (Tab. 15). D’altro canto bisogna sempre
considerare che si è davanti a un quadro molto articolato, di Enti che
lavorano su vari settori con situazioni di differenze molecolari, ciascuna
delle quali ha la sua peculiarità e il suo micro-contesto di riferimento. Perciò
non è facile riportare “tout court” le questioni specifiche alla dimensione
territoriale vera e propria. Tuttavia ci sembra importante tenere conto,
registrare, queste differenze, dato il loro rilievo. Per l’interpretazione,
invece, bisogna tenere conto della difficile generalizzazione territoriale.
20
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Tab. 15 – Difficoltà specifiche nel lavoro degli Ets, per provincia
Fonte: indagine Sociometrica, 2020
Finora abbiamo descritto le difficoltà che gli Enti del terzo settore stanno
affrontando in questo periodo segnato dall’epidemia. Trattandosi di un
fenomeno sanitario, ed essendo il lavoro di molti enti proprio nel settore
sanitario e dell’assistenza, nella parte finale del lavoro si è chiesto se questo
aspetto potrebbe portare gli Ets a un maggiore impegno anche in settori
nuovi, o con attività nuove in ambiti già frequentati.
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L ’ IMPATTO SUL FUTURO
C’è da valutare che lo sviluppo dell’epidemia ha portato, e sta portando
ancora, a una riconsiderazione generale di molti aspetti della vita collettiva:
come si organizzano meglio i servizi sanitari; come alcune attività di
assistenza possono essere meglio congegnate attraverso l’ausilio delle
nuove tecnologie; come l’organizzazione complessiva dell’assistenza a
specifiche categorie, ad esempio, gli anziani, non possa aver bisogno di
nuove e diverse metodologie di assistenza. Insomma, si è aperta una
riflessione molto ampia su come dev’essere il mondo post-virus.
Che ci sia spazio all’innovazione anche per gli Enti del Terzo settore è
convinto il 37,5%, mentre quelli che escludono un loro possibile contributo
innovativo, sono limitati al 12,9% dei casi (Tab. 16). La grande maggioranza,
il 59,6% ritiene che probabilmente gli enti del Terzo settore avranno nuovi
compiti o che li avranno in alcuni ambiti particolari.
Tab. 16 – Possibilità di innovazioni nel settore sanitario nel post-covid
Numero di Ets a favore dell’innovazione nel terzo settore nella
sanità (in %)
L’epidemia del Covid_19 ha messo in luce nuovi bisogni e nuove esigenze della
sanità. Lei pensa che il Terzo settore possa giocare un ruolo più importante in
questo ambito?
Sì, senz’altro 37,5
Sì, probabilmente 33,8
Sì, ma solo in qualche settore particolare 15,8
No, non credo 12,9
Totale 100,0
Fonte: indagine Sociometrica, 2020.
Posto che quasi il 90% degli Enti ritiene che loro possano svolgere nuove
attività e addirittura avere un ruolo maggiore nel quadro che emergerà
dopo l’epidemia del coronavirus, è importante almeno citare gli ambiti in
cui questo nuovo contributo potrà avvenire più facilmente (Tab. 17).
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Tab. 17 – Ambiti di un nuovo impegno del Terzo settore nella sanità
Attività innovative che gli Enti del Terzo settore possono svolgere (in %)
In quale modo pensa che il Terzo Settore potrebbe aiutare a costruire una più
forte crescita dei servizi dedicati alla salute?
facendo assistenza a persone nella loro residenza 29,2
Avendo delega del servizio pubblico a svolgere alcuni servizi 28,9
specifici
Sviluppando nuovi servizi sanitari oggi non disponibili 17,7
istituendo presidi sanitari nel territorio aggiuntivi 17,4
Altre innovazioni (numero totale) 6,8
Totale 100,0
Fonte: indagine Sociometrica, 2020.
L’opzione che più è stata citata riguarda l’assistenza agli anziani,
sottolineando che, nelle situazioni in cui la presenza nelle case per anziani
sia pericolosa, o per qualunque motivo non preferibile, si potrà meglio
sviluppare l’assistenza presso la casa di residenza dell’anziano stesso. La
pensa in questo modo il 29,2% delle associazioni. In una percentuale simile
gli enti del Terzo settore potrebbero avere una delega del servizio pubblico
per svolgere alcuni servizi specifici. Atri ancora sostengono che le
associazioni del Terzo settore potrebbero svolgere servizi sanitari che oggi
non sono disponibili o non sono svolti dal servizio pubblico, a cominciare
dall’istituzione di presidi sanitari aggiuntivi nel territorio, ove se ne avverta
maggiormente la necessità.
Come si può osservare dall’ampia gamma di risposte le associazioni del
terzo settore pensano di poter svolgere, anzi di dover svolgere nuove
funzioni e nuovi compiti nello scenario post-virus che si va delineando nella
Toscana. Per altro, la sensazione generale è che la sanità abbia bisogno di
un suo rilancio e che i servizi siano sempre più indispensabili per una serie
di ragioni troppo note per doverne accennare qui. All’allargamento della
sanità potrebbero (anzi dovrebbero) corrispondere nuove funzioni della
società civile, qui espresse dalle associazioni del Terzo settore. È evidente
che l’espansione sanitaria che ci dovrà essere non debba essere
considerata totalmente o esclusivamente statale o comunque di soggetti di
diretta proprietà pubblica in tutte le funzioni e in tutte le attività previste,
anche di quelle innovative.
La diffusione dell’epidemia, con le sue caratteristiche inedite, con le
successive politiche di contrasto al virus e con le politiche ospedaliere e
23
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sanitarie che hanno subìto cambiamenti radicali per il suo impatto diretto
e indiretto, oggi induce a ripensare completamente il quadro generale
dell’assistenza sanitaria e ospedaliera.
In particolare, l’epidemia si è rivelata uno stress-test per le strutture
ospedaliere, non solo per l’incidenza e la velocità con cui il virus si è diffuso
e quindi ha investito le strutture sanitarie, ma anche per gli ostacoli e i
rallentamenti, quando non pure le cancellazioni dei servizi sanitari e degli
interventi non collegabili al virus, che ha dovuto registrare.
Anche se non c’è modo in questa sede di affrontare temi così ampi,
dobbiamo comunque riportare alcune valutazioni d’ordine generale:
- c’è una grande consapevolezza che bisogna accrescere la presenza e la
disponibilità di servizi sociali, soprattutto nel campo sanitario;
- si afferma la convinzione che nuove tecnologie oggi disponibili e i nuovi
approcci all’assistenza possano estendere la gamma e l’efficienza dei
servizi disponibili;
- si fanno avanti nuove concezioni dell’assistenza, più flessibili, attivabili
nel bisogno, congegnati in maniera più duttile, che possano oggi
rendersi molto utili e adatte ai tempi che viviamo.
In questo quadro di grande apertura concettuale verso il cambiamento e
l’affinamento dei servizi d’assistenza, va emergendo una tendenza a
rafforzare la presenza dello stato e a estendere il ruolo dei soggetti pubblici;
tendenza emersa nel corso dei giorni dell’emergenza, quando era
abbastanza naturale che avvenisse, che si sta però delineando come un
fatto strutturale, un cambiamento che dispone alla statalizzazione di ogni
attività che abbia relazione con l’assistenza sanitaria e persino verso le altre
funzioni sociali.
Questo insieme di considerazioni genera naturalmente delle domande sia
in relazione al Terzo settore, che abbiamo visto nel paragrafo precedente,
sia sulle difficoltà specifiche dei singoli Ets che si possono prospettare sulla
base della situazione descritta in tutto il report. Queste valutazioni
naturalmente prescindono dalle prospettive ideologiche, ma guardano al
lavoro quotidiano degli enti e lo proiettano nel futuro prossimo.
Si è perciò chiesto ai responsabili degli enti del Terzo settore quale scenario
a loro parere si va affermando, sia in termini generali per il Terzo settore,
considerato nella sua generalità, che per lo specifico campo di attività
dell’associazione di cui sono responsabili.
24
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Cominciamo dagli aspetti generali, cioè dal futuro del Terzo settore. In
questo caso le preoccupazioni superano di gran lunga l’ottimismo. Infatti,
solo il 2,7% ritiene che per il Terzo settore in futuro “tutto sarà più facile”
(Tab. 18); il 22,2% ritiene che l’epidemia rappresenti sostanzialmente una
parentesi e tutto tornerà come prima, ma il 75,1%, perciò tre su quattro,
sostiene che “tutto sarà più difficile”, con la differenza interna che il 59,6%
ritiene che sarà “un po’ più difficile” e il 15,5% che tutto sarà “molto più
difficile.”
Tab. 18 – Opinioni sul futuro prossimo del Terzo settore
Opinioni dei responsabili degli Ets rispetto al futuro del Terzo settore
(in %)
In generale pensa che il futuro più prossimo del Terzo settore (fine 2020 e
2021) si presenti facile o difficile? quale convinzione o sensazione ha?
Sarà tutto più difficile 15,5
Sarà tutto un po’ più difficile 59,6
Ritornerà tutto sostanzialmente come prima 22,2
Sarà tutto un po’ più facile 2,7
Totale 100,0
Fonte: indagine Sociometrica, 2020.
È interessante valutare come si distribuiscono, dal punto di vista
territoriale, le situazioni dove il pericolo per il futuro s’avverte con
maggiore intensità.
La situazione provincia per provincia appare molto diversificata, perché si
passa, rispetto alla sensazione Ets tutto sarà “molto più difficile”, dal 25,1%
espresso dai responsabili degli enti a Siena e provincia al 10,0% di Firenze
(Tab. 19). Una preoccupazione particolarmente negativa si riscontra anche
a Livorno (23,6%) e a Lucca (20,0%). Da notare che le differenze tra le
province più preoccupate e quelle che lo sono di meno sono molto ampie,
e non si è registrata spesso in questo lavoro.
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Tab. 19 – Opinioni sul futuro prossimo del Terzo settore, per provincia
Fonte: indagine Sociometrica, 2020.
Queste sono le opinioni, decisamente critiche, sul futuro prossimo del
Terzo settore. Quando però si passa dall’opinione di carattere generale a
quella riferita alla propria associazione, avvertiamo con chiarezza una
diversa prospettiva. Insomma, quando si passa all’esame della situazione
concreta di cui si ha personale controllo, le cose cambiano notevolmente;
anzi, le prospettive sono quasi opposte.
In questo caso il 55,7% (Tab. 20) dei responsabili degli Ets afferma che le
loro associazioni torneranno al lavorare come prima, che riusciranno a
superare le attuali difficoltà. L’interpretazione è che queste opinioni siano
il frutto della convinzione di voler lavorare nel campo sociale e di non voler
lasciare nulla di intentato per conservare e anche sviluppare l’attività
dell’ente di cui si è personalmente responsabili.
Colpisce il segno quasi opposto della visione rispetto alla propria
associazione (o cooperativa o impresa sociale) rispetto a quello appena
prima espresso rispetto al destino del Terzo settore in generale. Questa
discrepanza è molto significativa.
Sicuramente entrano in gioco, nella diversa visione delle prospettive
generali e dei singoli enti, le intenzionalità di chi risponde. È evidente che
chi risponde dicendo “l’ente di cui sono responsabile farà più di prima o
almeno come prima”, si esprime tutta la determinazione, la volontà e
l’intenzione di farlo accadere: un’espressione di quella che si chiamava un
tempo “l’ottimismo della volontà”. I responsabili degli enti del Terzo
settore della Toscana sono all’opera affinché ciascuna delle proprie
organizzazioni viva e si sviluppi ben oltre l’emergenza dell’epidemia. Qui c’è
26
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tutta la forza e la determinazione di chi non vuole farsi travolgere o
deprimere dalle difficoltà.
Tab. 20 – Opinioni sul futuro dell’associazione di cui si è responsabili
Opinioni dei responsabili degli Ets rispetto al futuro della propria
associazione o impresa sociale (in %)
Guardando in prospettiva, oltre l’emergenza virus, lei pensa che il suo ETS
tornerà a fare più attività, meno attività o uguale a prima del corona virus
Probabilmente faremo meno (o molto meno) rispetto a prima 21,6
Probabilmente faremo di più (o molto di più) rispetto a prima 22,6
Probabilmente torneremo alla situazione pre-covid 55,7
Totale 100,0
Fonte: indagine Sociometrica, 2020
È altrettanto evidente, per le ragioni esposte durante tutta la ricerca, che
se lo sguardo si allarga al generale, investe le condizioni del Paese e delle
strutture sanitarie (oltre che delle “ideologie” che tendono ad affermarsi),
le preoccupazioni siano maggiori. Il Terzo settore viene visto in grande
difficoltà, ma quando si tratta delle proprie organizzazioni si ha chiaro,
evidentemente, il modo per uscirne (o almeno la determinazione a
uscirne), mentre quando lo sguardo va sulla situazione generale,
evidentemente non si ha la stessa netta certezza.
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C ONCLUSIONI : NUOVE PAURE , NUOVE
CONVINZIONI
L’epidemia del Coronavirus si sta rivelando uno stress-test per il sistema
sanitario, ma anche per l’intera economia e per la società nel suo
complesso; e tuttavia, nonostante l’ubiquità delle sue conseguenze, non
sono stati in molti ad accendere i riflettori sul suo impatto nel Terzo
settore. Eppure, sarebbe bastato considerare un solo elemento per sentire
di dovervi dedicare l’attenzione dovuta: la circostanza che il lavoro di
volontariato è, quasi per definizione, un lavoro di contatto, perciò non era
difficile immaginare le sue gravi conseguenze sul mondo della solidarietà.
Molte cose si possono fare a distanza; meno, molto meno a distanza si può
portare il conforto e l’aiuto di chi è in una condizione così difficile da non
saper neppure a chi rivolgersi. Il lavoro del volontariato, quello che
presuppone una vicinanza materiale e morale verso i beneficiari, è stato
colpito duramente in questi mesi dalle conseguenze dell’epidemia.
Lo abbiamo descritto in queste pagine, nell’indagine che abbiamo voluto
dedicare agli enti che operano nel Terzo settore in Toscana.
Dall’insieme di analisi e valutazioni possiamo dire di essere davanti a
organizzazioni che stanno vivendo un momento di grave difficoltà, anzi
sotto certi aspetti si è davanti a un vero e proprio allarme per il futuro del
Terzo settore, dalla cui vitalità la collettività toscana ha tratto innumerevoli
benefici, e altri ancora, e maggiori, promette di trarne.
In sintesi, l’indagine ha portato a queste conclusioni:
v Caduta delle attività di solidarietà. L’impatto dell’epidemia
sulle attività del Terzo settore è enorme e a tratti devastante:
quasi tre organizzazioni su quattro hanno dovuto rallentare,
ridurre e persino chiudere le attività, a fronte del solo 8,1% che
le ha incrementate;
v Pesante impatto economico. La metà delle organizzazioni segna
gravi e gravissime difficoltà economiche nel portare a
compimento le attività previste nei loro programmi. Le difficoltà
non riguardano azioni nuove o ausiliarie, ma attengono alla vita
stessa delle organizzazioni, alle loro spese ordinarie, a quelle che
giorno per giorno permettono (o non permettono) lo
svolgimento delle attività;
v Resilienza dei volontari. L’epidemia non ha determinato un
abbandono del lavoro di volontariato. Anzi, siamo in presenza di
una disponibilità non inferiore a quella del pre-covid: c’è stato
28
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un impedimento oggettivo a fare attività solidaristiche, ma la
disposizione dei volontari a farle è pressoché identica a prima;
v Conseguenze negative della cancellazione degli eventi. La
cancellazione o l’estrema difficoltà a svolgere gli eventi crea
molteplici conseguenze negative: sul piano economico, perché
non è stato possibile raccogliere risorse attraverso questa
modalità; sul piano dei presìdi territoriali che non è stato
possibile organizzare e che servono a sensibilizzare la
popolazione sui vari temi di solidarietà; sul piano del
reclutamento di nuovi volontari, che è legato a singole iniziative,
che se non si realizzano non mobilitano i potenziali volontari.
Su tutta l’indagine aleggiano gli interrogativi sul futuro. C’è un’asimmetria
significativa che abbiamo registrato e che merita di essere approfondita.
Da un lato i responsabili degli Ets esprimono molti dubbi sul destino
complessivo del Terzo settore: troppo complicato svolgere le attività come
si faceva prima (per il distanziamento sociale, per le procedure di
prevenzione del contagio); poca attenzione verso le potenzialità della
società civile, cioè del Terzo settore a rendersi utile in questa circostanza
così complicata per il paese; eccesso di statalismo che riporta
tendenzialmente verso il pubblico tutto quanto è possibile portare, quasi
che ci debba essere un cambio di “ideologia” piuttosto che la necessità di
uno sforzo comune, pubblico e solidale, per uscire dall’emergenza;
dall’altro lato sono molto ottimisti sulla capacità di riportare le loro
organizzazioni a lavorare ai livelli di prima dell’epidemia, sono ottimisti sul
fatto che le difficoltà si possano superare e, soprattutto, sono ottimisti sulle
possibilità che il servizio civile, di cui il volontariato è una delle sue massime
espressioni, si affermi ancora di più rispetto al passato.
È evidente che in questa asimmetria c’è tanto della loro determinazione a
portare avanti il lavoro di solidarietà, quasi che quanto più il focus sta vicino
alla loro concreta situazione, quella che riescono a governare
direttamente, tanto più si è sicuri di uscire dalle difficoltà, mentre quando
il discorso si fa più generale e astratto, alcune certezze si affievoliscono.
C’è qualcosa in più in questo atteggiamento, cioè qualcosa in più della loro
soggettività, nella manifestazione di ottimismo, e cioè l’intuizione che
siamo davanti alla necessità di ripensare tutto il mondo dei servizi, del
welfare, dell’assistenza sociale e che in questa riflessione ci sono novità di
cui tener conto più di prima. Quello che appare evidente è il beneficio che
può arrivare dall’uso delle nuove tecnologie (elemento che oggi mette
d’accordo tutti); altro beneficio può derivare da una migliore
organizzazione pubblica dell’assistenza sanitaria, ma il beneficio che
ancora non è evidente, ma che è ben presente nella mente di chi ha
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risposto a questa indagine, è che dal lavoro volontario, dall’iniziativa
autonoma della società civile, può arrivare un contributo prezioso a una
migliore organizzazione della nostra società sul piano sanitario e,
soprattutto, della coesione sociale. C’è un mondo in qualche modo da
reinventare, e su questo i responsabili delle organizzazioni di volontariato,
sono ben pronti a dare il proprio contributo.
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Pagina 31 — PDF originale
N OTA METODOLOGICA
Lo studio è stato condotto attraverso 608 interviste personali ai responsabili
di Enti del Terzo settore della Toscana sulla base di un questionario
strutturato nei mesi di giungo e luglio del 2020. Le domande del
questionario sono letteralmente riportate in ciascuna singola tabella. I nomi
dei responsabili degli enti da intervistare sono stati estratti casualmente dal
registro di tutti gli enti del Terzo settore della Toscana.
Per avere una rappresentanza minima per ogni provincia di ciascuna
tipologia di ente, si è idealmente diviso il campione in due sezioni: nella
prima sono rappresentate tutte le province con un minimo di
rappresentatività per ciascuna tipologia, nella seconda si è seguito il criterio
puramente proporzionale di rappresentanza complessiva degli enti nella
provincia. Qui di seguito la struttura del campione.
Tab. 21 – Strutturazione complessiva del campione degli Ets per provincia
Responsabili di Ets intervistati, per provincia (in %)
Provincia numero %
Firenze 167 27,5
Pisa 75 12,3
Lucca 70 11,5
Prato 55 9,0
Arezzo 54 8,9
Siena 48 7,9
Pistoia 40 6,6
Livorno 35 5,8
Grosseto 35 5,8
Massa Carrara 29 4,8
Fonte: indagine Sociometrica, 2020
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Per quanto riguarda le tipologie degli Enti, si sono considerate le seguenti
categorie: 1) organizzazioni di volontariato, 2) associazioni di promozione
sociale; 3) cooperative sociali; 4) enti iscritti all’anagrafe Onlus. Qui di
seguito la proporzione con cui sono stati intervistati i relativi responsabili.
Tab. 22 – Strutturazione complessiva del campione degli Ets per tipologie
Responsabili di Ets intervistati, per tipologia (in %)
Tipologia numero %
Organizzazioni di volontariato 302 49,7
Associazioni di promozione sociale 229 37,7
Cooperative sociali 26 4,3
Enti iscritti all’anagrafe Onlus 51 8,4
Totale 608 100,0
Fonte: indagine Sociometrica, 2020
Può essere utile anche analizzare quali siano i principali destinatari delle
attività degli enti del Terzo settore della Toscana, anche se il campione non
è stato realizzato sulla base di questa distribuzione, ma – come detto - di
quelle relative alla provincia di appartenenza e alla tipologia dell’ente.
Tab. 23 – Principali destinatari delle attività degli Ets
Principali destinatari attività Ets (in %)
Poveri e indigenti 26,6
Minori 20,2
Malati 15,2
Anziani e anziani non autonomi 14,1
Disabili 8,7
Immigrati 5,7
Detenuti 1,9
Tossicodipendenti e altre dipendenze 1,7
Altri 5,9
Totale 100,0
Fonte: indagine Sociometrica, 2020
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The Impact of the Covid Epidemic on Tuscany's Third Sector
Almost 80% of associations reduced activity and 14.2% closed: measuring the severe blow suffered by Tuscany's Third Sector.
